Grazie a Petraeus quello di Bush non è stato un fallimento

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Grazie a Petraeus quello di Bush non è stato un fallimento

05 Giugno 2008

L’Iraq viene dipinto come il grande fallimento di Bush ma si sta rivelando una vittoria del popolo iracheno e la prima vera sconfitta di Al Qaeda. Intervistato dal Washington Post, il direttore della Cia Michael Hayden ha spiegato che Al Qaeda non ha più una strategia difensiva in Iraq. Secondo Usa Today gli attacchi agli americani sono diminuiti del 70% da quando Bush ha ordinato la ‘Surge’. L’austero New Yorker ha pubblicato un lungo saggio su Imam al-Sharif – un tempo mentore di al-Zawahiri – che ha criticato il suo protégé chiedendo di istruire un processo a Bin Laden per crimini di guerra. Sulla New Republic sono apparsi frammenti della lettera scritta dallo sceicco Salman al-Awdah che ha denunciato il jiahd all’insegna della violenza accusando Osama di spargere il terrore nel mondo islamico. Gli sceicchi dell’Anbar, la provincia dell’Iraq che sembrava inespugnabile, chiedono agli americani di proteggerli dagli attentatori suicidi e hanno creato un movimento trans-settario in vista delle prossime elezioni. Che sta succedendo? I musulmani si stanno ribellando alle stragi di civili e alla violenza religiosa. Gli iracheni hanno capito che Al Qaeda è solo una malvagia degenerazione dei principi e della storia islamica?

Certo la violenza non è finita. Un paio di giorni fa a Mosul un’autobomba ha spazzato via 10 civili e ne ha feriti 45. Poco prima un professore universitario era stato ammazzato mentre tornava a casa in macchina. Nelle ultime settimane i kamikaze si sono fatti esplodere a un checkpoint della polizia nella parte occidentale di Baghdad (13 morti e 23 feriti tra i civili) e nel parcheggio a ridosso del ministero della difesa, appena fuori la Green Zone (2 morti e 5 feriti). Anche gli americani uccidono, sarebbe stupido negarlo. Lo scorso 22 maggio 8 persone sono morte durante un raid di elicotteri Usa su Baiji, nord di Baghdad. Pastori con le loro famiglie secondo la polizia locale, “terroristi” per il comando americano. Fatto sta che tra le vittime sono stati trovati i corpi di due bambini. Un ufficiale iracheno ha definito l’attacco “un atto criminale che renderà tese le relazioni tra i cittadini iracheni e le forze Usa”. Al portavoce dell’esercito americano non è rimasto che dichiarare il suo “sincero rammarico” per la morte dei piccoli, condannando “i terroristi che mettono in pericolo i civili”. Gli americani, almeno, provano a scusarsi, Al Qaeda invece sembra felice di seminare la morte e il panico. Il suo scopo infatti è l’autodistruzione, qualcosa di leggermente diverso dalla guerra, anche la più sanguinosa.

Infine c’è il problema dei profughi iracheni, circa cinque milioni di persone che vivono tra Siria e Giordania o sono stati dispersi nei confini dell’Iraq. Dopo la caduta di Saddam solo il 4% di loro è tornato in patria. Ma fermarsi allo stillicidio quotidiano dei caduti e al dramma dei profughi impedisce di leggere i dati più confortanti di lungo periodo. Dal 2003, con l’aiuto della Coalizione guidata dagli Stati Uniti, il popolo iracheno sta costruendo la prima democrazia del mondo arabo. Si sono dati una costituzione, libere elezioni, un premier più stabile di Prodi. Oggi i sunniti, gli sciiti e i curdi combattono insieme nel ricostituito esercito nazionale. Se questi non sono dei successi allora è bene spiegare cosa s’intende per ‘arrivare alla pace’.

L’American Thinker ha ricordato che, all’inizio della Guerra Civile, il presidente Lincoln perse più di una battaglia senza trovare un ufficiale capace di sconfiggere il generale confederato Lee. Alla fine il presidente si rivolse a Ulysses Grant e i destini della guerra si capovolsero. Anche Bush ha avuto problemi del genere con lo stato maggiore di cinque anni fa. Dopo la caduta di Saddam, i generali non seppero contrastare la guerriglia né guadagnarsi il consenso tra la popolazione. Bush era sotto pressione, stava prendendo decisioni fondamentali sull’onda emotiva dell’11 Settembre, e alcune di queste soluzioni si sono rivelate sbagliate. Il generale Ricardo Sanchez per esempio ha ricordato le frizioni avute con il capo dell’Autorità Provvisoria, Paul Bremer. Quest’ultimo spinse tanto all’estremo la ‘de-baathificazione’ da dissolvere l’esercito iracheno e minare le sue strutture di comando, ministero della Difesa compreso.

Mentre Bremer disfaceva, Sanchez cercava di ricomporre (lui la racconta così), reintegrando i soldati nell’esercito e lavorando con le organizzazioni governative locali, dagli ingegneri agli insegnanti. Sanchez ha puntato il dito anche contro la vischiosità della catena di comando che faceva capo al segretario alla Difesa Donald Rumsfeld. Nel maggio del 2003, convinto di aver vinto una guerra-lampo, Rumsfeld ordinò al Pentagono di trasferire gli ufficiali più esperti fuori dal teatro delle operazioni. Il generale Franks ricevette l’ordine di ridurre il numero degli effettivi da trenta a quindicimila. Quando Sanchez fu promosso sul campo aveva intorno a sé un team insufficiente. Rumsfeld si rivelò molto parsimonioso negli stanziamenti del budget per la difesa, così il centro di comando in Iraq – il più importante teatro militare degli Usa – si trovò ad agire con scarsità di uomini e di mezzi.

Bush aveva mobilitato tutte le forze disponibili contro Al Qaeda, tagliando il fundrasing globale del jihad, ricacciando i Talebani sulle montagne, inseguendo i terroristi dalle Filippine al Corno d’Africa, e questo spiega il ‘braccino corto’ di Rumsfeld. Ma sul fronte iracheno le cose sono cambiate solo quando il presidente ha trovato in Petraeus il suo nuovo generale Grant. Nel gennaio del 2007 l’Iraq era sprofondato nella violenza. Parte del territorio era controllata da Al Quaeda mentre gli squadroni della morte sciiti mettevano a ferro e fuoco Baghdad. In un anno e mezzo gli americani hanno ripreso il controllo della situazione passando dalla difensiva in attacco, cercando, e trovando, il consenso della popolazione. Quella che sembrava una guerra tra jihadisti e Occidente si sta trasformando in un conflitto tra jihadisti e musulmani che rifiutano il terrorismo. Il più importante successo di Petraeus è stato estendere la sicurezza della popolazione limitando la ferocia terroristica e l’odio settario. Qualche giorno fa il generale è stato promosso a capo del Centcom, il comando centrale delle operazioni militari Usa in Medio Oriente, Asia e Africa.

Uno dei più convinti sostenitori della Dottrina Petraeus è il candidato repubblicano alla presidenza John McCain. Oggi il giudizio dell’elettorato americano sulla guerra in Iraq è piuttosto ambivalente ma i sondaggi non danneggiano McCain, che pure continua a ripetere che darà la caccia ad Al Qaeda “fino alle porte dell’inferno” e se necessario rimarrà in Iraq “per altri cento anni”. Nonostante la maggioranza degli americani sia convinta che la guerra è stata una decisione sbagliata (57%), e che presto o tardi gli Usa dovranno ritirarsi dall’Iraq (56%), McCain acquista sempre più credibilità in politica estera. L’impressione è che possa tenere lontana Al Qaeda dall’America (e da Israele), come ha promesso alla Conferenza dell’AIPAC del 2 giugno scorso. Il 63% degli intervistati ritiene che sarebbe più capace di Obama (26%) nel difendere il Paese da un attacco terroristico. Un sondaggio pubblicato dal New York Times il 5 maggio scorso mostra come la fiducia dell’opinione pubblica nei confronti dell’operato dei militari in Iraq sia aumentata dal 34% del giugno 2007 al 44% dell’aprile 2008, mentre gli scettici cono calati dal 61% al 52%. Per il 41% degli americani le truppe dovrebbero restare al loro posto (erano il 39% dieci mesi fa), mentre rimane stabile la percentuale di chi vuole il ritiro.

Il giudizio degli americani sulla guerra in Iraq è ancora aperto. Quello storico anche. Ma tutti questi rivolgimenti non hanno smosso di un millimetro il giudizio della sinistra e della grande stampa sull’Iraq. Avevano detto che usare la forza militare contro il terrorismo sarebbe stato inutile e invece si sta rivelando efficace. Avevano detto che l’intervento in Iraq avrebbe rinforzato Al Qaeda, eppure gli ‘arabi’ di Bin Laden sono in rotta su quello che consideravano il fronte centrale della guerra santa. Barack Obama aveva previsto che la surge non avrebbe cambiato le dinamiche violente dell’Iraq e ha sempre detto che ulteriori rinforzi avrebbero solo peggiorato le cose, mentre da quando sono arrivate più truppe è calato in modo drastico il numero di incidenti violenti, ammazzamenti tra i civili, omicidi settari e attacchi kamikaze. Il “Risveglio” dell’Anbar e delle province che si erano ribellate ad Al Quaeda alla fine del 2006 si è allargato quando gli sceicchi e i leader tribali hanno capito che gli Usa sarebbero rimasti nel Paese.

Molti continuano a credere che gli americani lasceranno l’Iraq in una condizione molto più caotica di quella in cui lo hanno trovato. Peggio della dittatura di Saddam? Ce ne vuole, ma non sapendo più cosa inventarsi i democratici hanno accusato Petraeus di mentire. MoveOn.org ha comprato una intera pagina sul Times per chiedere agli americani di non fidarsi del generale. La senatrice Clinton ha aggiunto che per accettare i numeri forniti da Petraeus ci vorrebbe una “momentanea sospensione della credulità”. In seguito, quando la sinistra ha dovuto ammettere che la Surge aveva ridotto le violenze, i democratici hanno sostenuto che non era questo l’obbiettivo, se mai la vittoria deve coincidere con la riconciliazione politica del Paese. Diamogli tempo. Il parlamento iracheno ha fatto passare una serie di leggi che favoriscono la pacificazione nazionale.

A Bassora l’esercito iracheno è riuscito a piegare i ribelli sciiti in un paio di settimane, praticamente da solo. Quando i soldati sono entrati a Sadr City, l’enclave sciita di Baghdad, hanno incontrato scarsa resistenza. Maliki sta guidando di persona la campagna contro Al Qaeda a Mosul e anche qui gli attacchi contro le forze della Coalizione si sono ridotti dell’80%. Mosul, la terza città dell’Iraq, è un banco di prova fondamentale per la classe dirigente irachena. Nell’estate del 2008 i gruppi terroristi si sono asserragliati in alcune aree della città, ma anche a Ninive e nelle altre province della zona. Combattere da queste parti significa avere ben presente il contesto storico in cui si muovono soldati e cingolati. Qui si conserva uno dei patrimoni millenari della cultura umana.

L’impegno militare, economico, umanitario degli Stati Uniti in Iraq è stato enorme e non è detto che il governo di Baghdad faccia sempre la sua parte. Pensiamo alla questione della diga di Mosul, la “Sadd Saddam”, la diga costruita in modo balordo agli inizi degli anni Ottanta da un consorzio italo-tedesco che faceva affari con il dittatore. In questo caso gli americani non c’entrano nulla ma se malauguratamente la diga cedesse – ne è convinto il Genio dell’esercito Usa (“la diga è una bomba a orologeria”) – si porterebbe via Mosul e un milione e mezzo di persone, lasciando Baghdad senza luce né acqua, anzi, sommersa da qualche centimetro d’acqua.

Negli ultimi anni i contribuenti americani hanno finanziato le costosissime opere di puntellamento della Diga di Saddam per una cifra pari a 27 milioni di dollari. Secondo gli ispettori americani molti di questi soldi sono finiti in mazzette e tangenti. Nonostante gli allarmi il governo iracheno continua a sottovalutare i consigli degli americani che chiedono di costruire una diga più piccola, ‘di riserva’, più a valle. I politici di Baghdad devono comprendere che non potranno fare affidamento per sempre sugli Usa per le infrastrutture, le forniture di carburante ed elettricità, la costruzione di scuole e ospedali, il funzionamento del sistema giuridico e istituzionale o la tutela dell’ambiente. Comportamenti irresponsabili avranno conseguenze disastrose e ancora una volta la colpa ricadrebbe su Washington.

I media arabi, infine, svolgeranno un ruolo fondamentale nella battaglia per le libertà individuali e la riconciliazione etnica che si sta combattendo in Iraq. Dopo l’11/9 Bush minacciò di chiudere Al Jazeera ma nel corso di questi ultimi anni è cresciuta una stampa araba laica che pungola, e a volte condanna apertamente, i tiranni, il fondamentalismo religioso e la violenza terrorista. Ovviamente la maggior parte di questi giornali rifiuta la politica estera americana e non sopporta l’occupazione militare delle terre arabe, ma molti giornalisti sono potenziali alleati dell’America nel processo di riforma del mondo islamico. Si considerano degli agenti del cambiamento politico e sociale che porterà alla caduta dei regimi antidemocratici della regione. Parlano di diritti umani, povertà, educazione, anche se poi fanno orecchie da mercante se gli ricordi le violenze di Hamas a Gaza o le dichiarazione antisemite di Ahmadinejad.

Al Jazeera ha pubblicato alcune incoraggianti dichiarazioni di al-Rubaie, il consigliere per la sicurezza nazionale irachena: “Dopo la caduta di Saddam abbiamo fatto enormi passi avanti. Abbiamo un sistema parlamentare costituzionale e un governo in grado di legiferare”. Le tensioni settarie, secondo al-Rubaie, hanno un’origine politica e vengono cavalcate dai media, ma una maggiore cooperazione con Teheran potrebbe placare gli animi della grande comunità sciita irachena. “Costruire ponti è difficile ma ci sono dei buoni segnali”. Dunque il governo di Baghdad sta già seguendo una politica estera indipendente dagli Usa. Questo spiegherebbe gli screzi tra Maliki e Bush, dissapori che continuerebbero se vincesse McCain; i conservatori americani non stringeranno mai la mano ad Ahmadinejad, a differenza di Obama che ha già preannunciato di voler coinvolgere l’Iran nei tavoli diplomatici per la pace in Medio Oriente.

Al-Hayat, un altro grande quotidiano arabo, parla di “ottimismo prematuro” riguardo alla sconfitta di Al Qaeda in Iraq, ma poi deve ammettere che il quadro descritto dal direttore della Cia non è irrealistico. “Ogni successo contro Al Qaeda è un successo dei valori della moderazione e della coesistenza multiculturale contro le idee di Bin Laden che sono ostili al mondo moderno. Questi successi hanno bisogno di essere legati ad altri, la giustizia, la risoluzione dei conflitti, il rispetto dei diritti umani”. Lo dice Al-Hayat non un report dell’AEI. Si può discutere sull’idea di coesistenza che hanno in mente i redattori del giornale finanziato dalla monarchia saudita (che notoriamente se ne frega dei diritti umani), ma forse un giorno leggeremo un titolo a nove colonne in prima pagina: “gli iracheni hanno vinto la guerra di liberazione”. Per adesso la grande stampa mainstream tace e dissente. Nel mondo arabo come in Occidente.