Grazie al vulcano islandese ho perso l’aereo ma ho scoperto Nairobi

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Grazie al vulcano islandese ho perso l’aereo ma ho scoperto Nairobi

19 Aprile 2010

Sono bloccato a Nairobi da 36 ore: dopo tre giorni di lavoro per negoziare il rinnovo dell’accordo tra l’Italia ed il Kenya a proposito della base spaziale di Malindi, come tutti, speravo di poter rientrare a casa e passare il fine settimana in famiglia. Il lavoro ha proceduto bene, le posizioni divergenti tra i due paesi si sono avvicinate notevolmente tanto da far sperare che la sigla tra i nostri due governi possa avvenire entro l’estate; però ecco che ci si è messo il vulcano.

Così ho scoperto Nairobi; la città per molti anni ha rappresentato un punto fermo per gli italiani presenti qui già con i primi missionari nei primi del Novecento. Hanno seguito imprenditori, agricoltori dei grandi spazi (in Kenya le fattorie piccole comprendono svariate decine di acri, pari a svariate ventine di ettari, le grandi hanno estensioni da paura) e persino “cacciatori bianchi” italiani che non sfigurano rispetto ai più famosi colleghi anglosassoni.

I prigionieri della seconda guerra mondiale hanno costruito strade e chiese e qui, riposa, nel santuario ossario dei caduti italiani, a Nyeri, Amedeo di Savoia, Duca d’Aosta e ultimo Viceré di Etiopia che preferì essere tumulato tra i suoi soldati malgrado l’accordo degli inglesi che avrebbero permesso la traslazione della salma in Italia. Quanta differenza dagli eredi dei suoi cugini che vediamo imperversare da tempo nelle cronache, da quelle giudiziarie a quelle mondane e dello spettacolo.

Ci sono stati, e in molti casi sono ancora presenti, imprenditori importanti che fanno onore al paese: per questo, immagino, mentre per anni Alitalia aveva addirittura quattro voli diretti tra Nairobi e Roma, da tempo sono stati cancellati così che bisogna utilizzare altre compagnie europee o medio-orientali.

Le europee sono, si fa per dire, le più dirette, ma da Roma devi risalire verso Nord, a Parigi, Zurigo, Francoforte o Amsterdam per poi prendere di lì il volo diretto per Nairobi. La cosa è piuttosto seccante perché ripassi su Roma di nuovo, a 10000 metri di quota, e ti domandi sempre perché hai dovuto perdere quattro ore, due per salire e due per scendere, perché la tua compagnia nazionale continua desolatamente a perdere quote di mercato. Per questo motivo sono qui, abbandonato in albergo in attesa di una voce che mi chiami al telefono dicendomi che hanno trovato posto per me sul volo per Abu Dabi e prosecuzione su Roma: lo spazio aereo del Nord Europa è chiuso e da lì non si passa, probabilmente per un paio di giorni ancora.

Non tutto il male viene  per nuocere: in questi tre giorni ho conosciuto delle persone fantastiche, sia sul piano umano che su quello professionale e, soprattutto, grazie ad una di loro ho imparato ad apprezzare questo paese ed a sentirmi fiero di essere italiano. Ebbene sì signori, parlo del personale della nostra Ambasciata e del suo capo, l’Ambasciatore Pier Andrea Magistrati. Un uomo alto, leggermente corpulento a riprova della sua gioia di vivere, fumatore a livello di un cacciatorpediniere, gestisce la nostra Rappresentanza con la calma, l’autoironia e la saggezza di una persona come ce ne sono ormai poche.

Diplomatico di lungo corso, ha operato in svariate sedi lasciando sempre un segno, del tutto opposto ai non pochi diplomatici che la marsina la indossando anche a livello mentale, tutti forma e poca sostanza. L’Ambasciatore ha saputo gestire le negoziazioni con i kenyoti in maniera egregia facendo scuola alla nostra delegazione di come fosse meglio affrontare i problemi sul tavolo, con un approccio corretto e positivo, anche duro quando è stato necessario.

Ed è grazie a questo signore, laziale arrabbiato (si nessuno è perfetto) che ho scoperto un libro che tutti dovremmo conoscere: “Italiani in Kenya: testimonianze” che rappresenta “un lavoro collettivo e di recupero della memoria di quello che in più di cento anni la nostra comunità ha fatto e che, ancora oggi, continua a fare”, come recita la presentazione nella prima di copertina. La raccolta di foto d’epoca e delle testimonianze delle famiglie e delle generazioni che si sono succedute è talmente avvincente che il libro si legge tutto di un fiato, come ho fatto io aspettando l’aereo salvatore che mi riporta a casa.

Naturalmente c’è sempre, in ogni iniziativa, una nota che ne caratterizza l’italianità, il lato oscuro che ci contraddistingue: poiché anche all’estero la scarsezza di fondi riduce al minimo le possibilità economiche di molte nostre Ambasciate non ritenute strategiche, la pubblicazione è stata finanziata direttamente dall’Ambasciatore ( e questo lo ho saputo per caso, certamente lui non vorrebbe si sapesse). E’ stato un lavoro magnifico ed importante perché, a differenza di molti altri paesi, l’Italia non ha la cultura della memoria, o almeno essa è molto ridotta e focalizzata soltanto su temi spesso di facciata.

Io non andrò ad Amsterdam né a Zurigo come prevedeva il mio volo di ritorno: cieli chiusi nel primo caso e overbooking dell’aereo nel secondo. Ma forse non è stato nemmeno un male. Da  troppo tempo tutti, ed io come gli altri, corriamo affannosamente “perché abbiamo molto da fare”, siamo nervosi e stressati, con la pressione alta, e allora, invece di rallentare prendiamo la pillolina per abbassarla, così poi si può ricominciare a correre. Invece forse sarebbe meglio, prima ancora che per il nostro fisico per il nostro spirito, rallentare, spegnere i cellulari e leggere, cercare le radici della memoria. C’è bisogno di una pausa, credo per tutti.

Vuoi vedere che il vulcano questa volta ci ha dato una mano? A me certamente sì, tanto poi di come questo fenomeno altererà il clima avremo da leggere e discutere per mesi.