Guai a sottovalutare la Repubblica Nucleare dell’Iran

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Guai a sottovalutare la Repubblica Nucleare dell’Iran

08 Ottobre 2008

L’Iran è un dilemma infernale. È vero che il prossimo presidente USA, sia esso Barack Obama o John McCain, avrà molto di cui preoccuparsi: la crisi finanziaria di Wall Street, la guerra in Afghanistan, la crisi interna del Pakistan, l’inarrestabile ascesa militare della Cina e le sua tentazione di ri-annettere Taiwan con la forza. Di una cosa però potete stare sicuri: a un certo punto, durante il prossimo mandato presidenziale, la questione Iran esploderà in una crisi di scala globale che dominerà la scena politica e che potrebbe diventare addirittura più importante di tutti gli altri problemi appena elencati.

Il nuovo presidente potrà contare su una risorsa extra, peraltro modesta, uno studio bipartisan commissionato da due ex-senatori e scritto in gran parte dall’esperto di Medio Oriente Michael Rubin, dell’American Enterprise Institute. Il “Weekend Australian” ha ottenuto una copia del report, che dovrebbe uscire questa settimana. Prima di mettere le mani sul documento ho avuto un lungo colloquio con lo stesso Rubin. Anche se Rubin è un repubblicano, il suo report è il risultato di un lavoro consensuale di un taskforce bipartisan che include anche Dennis Ross, il principale consigliere di Obama sul Medio Oriente.

Il report è illuminante e in qualche modo anche scioccante da leggere. Inizia in modo brutale: “una Repubblica Islamica dell’Iran con capacità nucleari non è sostenibile strategicamente”. Si riferisce, ovviamente, alle disastrose conseguenze di un Iran in possesso di armi nucleari: “Lo sviluppo nucleare iraniano potrebbe rappresentare la principale minaccia strategica per gli Usa durante la prossima amministrazione”. E ancora: “Una Repubblica Islamica governata da un regime clericale potrebbe minacciare la regione del Golfo Persico e le sue vaste risorse energetiche, dare il via alla proliferazione nucleare in tutto il Medio Oriente, rendere il mercato globale dell’energia ancora più volatile di adesso, rafforzare gli estremisti già presenti nella regione destabilizzando al contempo Stati come l’Arabia Saudita, fornire tecnologia nucleare ad altri regimi radicali o terroristi (anche se c’è da dire che l’Iran potrebbe esitare nel condividere tecnologia nucleare rintracciabile) e, infine, tentare di portare a compimento i suoi piani di distruzione dello Stato d’Israele”.

“La minaccia posta in essere dalla Repubblica Islamica dell’Iran non è solamente di tipo diretto, ma rappresenta anche una potenziale aggressione verso Stati affini. L’Iran rimane infatti il più importante sponsor del terrorismo mondiale e il suo raggio d’azione si estende da Buenos Aires a Baghdad”. In un certo senso il report è ostentatamente ottimista visto che “crediamo che un realistico, robusto ed esaustivo approccio – che incorpori nuovi mezzi diplomatici, economici e militari in modo integrato – potrebbe impedire all’Iran l’acquisizione di armi nucleari”. Non è comunque chiaro se gli estensori del report credano veramente in una simile eventualità. Scrivere un documento in cui si annuncia senza prove certe la fine dei giochi, e che non c’è più niente da fare a parte la diretta azione militare, sarebbe stato inconcepibile. Farlo sarebbe anche andato contro la stessa grana ottimistica della vita pubblica americana.

D’altro canto, il documento non manca di fornire prove schiaccianti a favore del pessimismo. Tanto per iniziare, il report dichiara piuttosto esplicitamente che nessun approccio che non sia molto, ma molto più duro dal punto di vista delle sanzioni economiche possa funzionare. Questo dovrebbe fare in modo che il prezzo per continuare a perseguire un arsenale nucleare diventi troppo elevato e, allo stesso tempo, che gli incentivi di una normalizzazione diventino più attraenti per Teheran. Lo stesso studio, però, mette bene in chiaro che sanzioni più dure non possono funzionare senza la totale collaborazione e l’entusiastica implementazione delle stesse non solo da parte degli Usa ma anche dell’Unione Europea, della Russia, della Cina e degli altri Stati del Golfo Persico.

In quella che si può considerare una dichiarazione (tra le righe) spettacolare, il report fa seccamente notare che i recenti avvenimenti in Georgia potrebbero rendere la cooperazione russa più difficile da ottenere. Nel corso della nostra discussione, lo stesso Rubin mi ha rivelato di credere che i Russi pensano di trovarsi una situazione di tipo “win-win” (in un gioco a somma zero equivale a dire che qualsiasi mossa porta alla vittoria, ndt). Se Mosca continuasse a vendere agli iraniani la tecnologia nucleare farebbe un sacco di soldi, oltre ad esasperare gli americani. Se invece gli Usa o Israele portassero avanti un attacco agli stabilimenti nucleari iraniani, questo avrebbe un doppio effetto positivo per la Russia. Causerebbe grande imbarazzo internazionale per gli Usa, facendo in modo di alleggerire le pressioni che gli americani esercitano nei confronti della Russia sulla questione dei diritti umani o sul trattamento riservato alla Georgia. Oltre a ciò, un eventuale attacco contro Teheran, contribuirebbe a far alzare i prezzi delle materie energetiche e, visto che la Russia è un grande esportatore di energia, questo favorirebbe Mosca.

Un interesse personale illuminato e di lungo termine farebbe capire ai russi i pericoli che loro stessi dovrebbero affrontare alla presenza di un Iran atomico. Fino ad oggi, però, questo interesse personale, illuminato e di lungo termine è sempre mancato alla classe politica del Cremlino. Il report di Rubin è un documento impressionante ma anche estremamente realistico. In esso si riconosce la possibilità che la strategia proposta possa non funzionare. È molto difficile provare a immaginare il grado di unione d’intenti internazionale che sarebbe necessario per mettere in moto il piano.

Traduzione Andrea Holzer