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Guerra al contante ma niente semplificazione: quando l’ideologia è peggio della crisi

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Ci sono iniziative animate da finalità potenzialmente corrette che, assunte nel momento sbagliato, producono l’effetto contrario. Ci sono iniziative finalizzate alla prevenzione di condotte improprie che, in assenza di misure che rimuovano la causa delle condotte stesse, invece di far diventare bianco ciò che è nero finiscono per spingere verso il nero anche ciò che è grigio. Ci sono iniziative che dovrebbero essere ispirate al pragmatismo ma che invece, condite con il solito carico di ideologia, finiscono per scassare il poco che fra mille difficoltà si regge ancora in piedi.

Se cercate una mossa così prodigiosa da soddisfare tutte e tre le fattispecie in un colpo solo, la premiata ditta Conte-Gualtieri ha già trovato la soluzione: dichiarare guerra al contante nel pieno di un post-pandemia, con una crisi economica alle porte di dimensioni ancora incalcolabili, senza fornire a imprenditori e datori di lavoro strumenti di semplificazione e flessibilità nella gestione dei rapporti di collaborazione e subordinati che consentano di adeguare la capacità occupazionale alle difficoltà di un momento senza precedenti.

Iniziamo col dire una cosa: se la norma che da ieri, primo luglio, limita a duemila euro il tetto massimo per l’effettuazione di pagamenti in contanti fosse così come ce la raccontano, sarebbe – al pari dello scontrino elettronico – una supercazzola priva di qualsiasi efficacia sul piano del contrasto all’evasione fiscale ed escogitata evidentemente per perseguire altre finalità. Sulla carta, infatti, le nuove disposizioni vietano le transazioni liquide oltre la soglia stabilita, ma (e ci mancherebbe!) non pongono nuove analoghe limitazioni alla possibilità di prelevare contanti dal proprio conto in banca.

Se fosse davvero così (cosa buona e giusta, perché se con i miei soldi trasparentemente depositati in banca e lecitamente guadagnati decido di fare l’imbottitura del materasso o cartine per sigarette sono essenzialmente fatti miei…), la norma non servirebbe a nulla: le prestazioni in nero restano in nero, ed essendo non tracciate si continuerà a pagarle in contanti a prescindere dal loro importo con la ragionevole aspettativa che il fisco non se ne accorga. Se invece ci si attende che il nuovo vincolo funzioni, significa che al di là delle rassicurazioni di facciata le movimentazioni dei nostri conti correnti saranno monitorate eccome.

La questione è gravida di conseguenze. In un momento nel quale le aziende faticano a ripartire, la “potenza di fuoco” promessa dal governo si è rivelata pari a un peto accompagnato da un ulteriore aggravio di adempimenti burocratici, e molti settori procedono a intermittenza e a scartamento ridotto, comprimere la possibilità di maneggiare liquidità senza ripristinare (per ragioni del tutto ideologiche) strumenti di snellimento e flessibilizzazione dei rapporti di lavoro è una perversione di cui non si avvertiva il bisogno.

Prendete una struttura ricettiva o ristorativa o un’attività nel ramo della cultura e dell’intrattenimento: si lavora a giorni alterni a seconda del grado di propaganda terroristica sul coronavirus, ben che vada con i posti dimezzati per via delle regole di distanziamento, e non si è data nemmeno la possibilità di utilizzare i voucher (considerati una bestemmia) per poter chiamare in servizio personale alla bisogna pagando qualche giornata di lavoro senza caricarsi di oneri fissi al momento insostenibili e senza morire di burocrazia per una serata di prenotazioni al completo da gestire. Il tutto, in nome dell’ideologia vetero-cigiellina del posto fisso che se già prima dell’emergenza Covid era anti-storica, oggi appare a dir poco lunare.

Certo, si obietterà che per quanto qualificata sia la prestazione professionale offerta, una collaborazione occasionale difficilmente si avvicina al tetto dei duemila euro fissato per le transazioni in contanti. Ma il dato di fondo che sembra sfuggire agli scienziati di governo e alla pletora di cervelloni ingaggiati nelle task force è che la politica economica, prim’ancora che di codicilli, vive di segnali. E dare ai cittadini e agli imprenditori il segnale di una lotta senza quartiere al contante, con l’inevitabile corollario (checché se ne dica) di un monitoraggio più stringente sulle attività e sui prelevamenti bancari, senza mettere loro a disposizione strumenti di reale semplificazione che incentivino altre forme di transazione, e senza dare nemmeno lontanamente l’idea di un efficace alleggerimento della leva fiscale, equivale a una iniezione di ulteriore sfiducia.

Al fondo, ciò che l’ideologia comunista rifiuta per pregiudizio è l’idea che a incentivare l’evasione fiscale sia la tassazione spropositata e che l’unico vero mezzo di contrasto al sommerso sia non la vessazione ma una politica tributaria (e anti-burocratica) che renda conveniente l’emersione. A parole sono tutti d’accordo, ma quando ci si chiede se si debba iniziare dal tagliare le tasse o dal recuperare l’evasione per coprire l’abbattimento iniziano i guai. Una buona idea sarebbe cominciare dal semplificare la vita a chi le imposte vorrebbe pagarle ma viene messo nelle condizioni, se vuole sopravvivere, di non poterlo fare.

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1 COMMENT

  1. La guerra al contante è un modo subdolo di fare cassa se avessero voluto contrastare l’evasione avrebbero percorso altre strade, questo è il “solito inganno di sinistra”.

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