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Guerra al terrorismo e transizione democratica

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“La guerra al terrorismo e l’equilibrio internazionale sono correlati alla transizione democratica: maggiore è l’instabilità regionale, più è difficile esportare la democrazia”. Così Gaetano Quagliariello, senatore di Forza Italia e storico contemporaneista, nel corso dell’intenso dibattito di ieri alla Luiss con Viktor Zaslavsky e Carlo Panella, moderato da Alessandro Carioti. Al centro la domanda “esportare la democrazia?”, calata dai relatori in diversi contesti storici: il secondo dopoguerra nell’Europa continentale reduce dagli autoritarismi, gli anni ‘90 per i paesi dell’est europeo che uscivano dal comunismo, e l’attualità dei paesi islamici.

Quagliariello, arrivato dal Senato dove si discuteva proprio della missione in Afghanistan, ha ricordato come le transizioni verso la democrazia in Italia e Germania furono influenzate in modo determinante dalle potenze mondiali: il sistema politico tedesco fu sostanzialmente ridisegnato dagli Alleati, e il suo successo continua tuttora; mentre in Italia il Pci abbandonò l’ipotesi sovversiva solo quando la rottura tra Tito e Stalin chiuse a Mosca il corridoio jugoslavo. Entrambe le transizioni furono complesse e sofferte, segnate da migliaia di omicidi politici fino ad una stabilizzazione arrivata solo dopo decenni. Secondo Quagliariello paragonando tale realtà con quella odierna del mondo islamico si possono trarre alcune riflessioni: “la democrazia non è una caratteristica esclusivamente occidentale, e su di essa influisce tanto la tradizione culturale interna quanto il contesto internazionale: non è vero che è impossibile esportarla, come non è vero che bastano tre elezioni regolari per dire che si è in una democrazia”.

Zaslavsky, direttore con Quagliariello della rivista storiografica Ventunesimo Secolo, si è concentrato sulla transizione dei paesi comunisti, che ha preso strade diverse nell’est europeo e in Russia: nota Zaslavsky come “l’obiettivo dell’ingresso nell’Unione Europea ha condizionato e guidato l’azione delle forze riformatrici nei paesi in transizione, che hanno adeguato rapidamente leggi e istituzioni agli standard liberaldemocratici”. In Russia questo intervento esterno non c’è stato, e la spinta democratica che pure si è sviluppata al suo interno non ha trovato una leadership politica in grado di formulare degli obiettivi raggiungibili e di consolidare attorno ad essi un consenso popolare. Putin è arrivato nel momento di svolta, la crisi finanziaria del 1998, ed ha accompagnato la ripresa economica dovuta al rialzo del prezzo delle materie prime con una decisa azione di riaffermazione del ruolo dello stato, che però oggi non lascia spazio al pluralismo e al dissenso.

Se Zaslavsky sospende il giudizio sulla leadership di Putin fino alle prossime elezioni, Carlo Panella, grande esperto di Islam e Medio Oriente, si lancia con passione in un’analisi politicamente scorretta del rapporto tra Islam e democrazia. Mette in luce la correlazione tra il fallimento del modello economico arabo, che nonostante gli enormi ricavi del petrolio non è riuscito a creare sviluppo endogeno, né distribuzione della ricchezza, né una minima cooperazione economica regionale, e la mancata democratizzazione. Prosegue sottolineando la fragilità delle elite nazionali islamiche, determinata dalla stessa evoluzione culturale dell’Islam: “da quando, nel ‘500, si afferma la dottrina per cui il Corano è increato, eterna parola di Dio, termina il rapporto tra fede e ragione. La sharia non è più appannaggio della umma dei fedeli e delle sue istituzioni rappresentative, ma degli studiosi del Corano, dei filosofi vicari in terra di Allah. Tale assetto culturale blocca non solo la transizione democratica ma persino l’ingresso nella modernità delle società islamiche”.

Secondo Panella quando gli Sciiti khomeinisti e i Wahabiti di Al Quaeda hanno lanciato la loro sfida politica al mondo, gli Stati Uniti hanno elaborato una risposta non solo militare all’urgenza della transizione democratica dei paesi islamici. Ad esempio aiuti economici sono concessi a quei paesi, come Marocco e Giordania, che stanno riformando leggi e istituzioni interne per avere una democrazia non solo procedurale ma sostanziale, a cominciare dalla fine dell’autorità tutoria dell’uomo sulla donna. Molto si potrebbe fare per aiutare le spinte democratiche interne all’Islam, ma in Europa manca una proposta politica e persino una discussione culturale in merito, che iniziative come questo convegno contribuiscono ad avviare.

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