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Gustave Thibon, ovvero la saggezza del contadino

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A leggere i suoi aforismi, anche dopo vent’anni dalla sua morte, di Gustave Thibon si apprezza soprattutto l’attualità: benché una lettura superficiale della sua biografia indurrebbe a immaginarlo come un conservatore imbevuto di nostalgia per il buon tempo antico della civiltà contadina, in realtà tutto il suo pensiero sorprendentemente ruota attorno al confronto con la liquidità e le contraddizioni del postmoderno. Non si tratta di un confronto sistematico e tanto meno rigidamente dottrinario. Piuttosto, collocandosi nel filone della tradizione aforistica e “moralista” così feconda in Francia, offre continui spunti di riflessione e apre prospettive divenute inconsuete, misurandosi dialogicamente con le certezze e i pregiudizi della nostra epoca, in molti casi riuscendo a metterli efficacemente in discussione, e perfino a terremotarli. Ma anche una lettura strettamente politica del suo pensiero sarebbe limitante. Certamente Thibon è ascrivibile al grande filone culturale della destra francese: in alcuni passaggi si può intravedere anche la suggestione del Maurras comtiano apologeta del dato di realtà; si aggiunga che durante la seconda guerra mondiale la sua posizione, ostile agli occupanti, ma abbastanza benevola nei riguardi di Vichy e di Pétain, nel dopoguerra è stata anche oggetto di polemiche. Ma per unanime riconoscimento il suo contributo più importante è nella zona prepolitica delle tendenze e dell’atteggiamento di fondo di fronte alla realtà.

Radicamento contro l’evasione, realismo contro l’utopia e la fantasticheria, senso dei legami orizzontali e verticali contro il nichilismo e il relativismo assoluto: queste sono le parole chiave che ci aprono al significato complessivo del suo pensiero.

 

D’altronde la sua vicenda umana, tranne una breve parentesi giovanile, si aprì (2 settembre 1903) e si chiuse (19 gennaio 2001) in un villaggio della Provenza, Saint-Marcel-d’Ardèche. Nel suo villaggio continuò per tutta la vita a leggere, studiare e scrivere, non smettendo mai di coltivare la terra. Il rapporto concreto con la terra e con la fatica del contadino, che non fu mai vagheggiamento letterario, rappresenta emblematicamente la metafora centrale del suo realismo. Non è un caso che le sue opere più note siano Diagnosi. Saggi di fisiologia sociale e Ritorno al reale. Non è un caso che l’appellativo più che più frequentemente gli è stato riservato, quasi abusato ma sempre suggestivo, sia quello di “filosofo contadino” o, più argutamente, l’Alce nero della Provenza, come ebbe a definirlo Giovanni Cantoni, il fondatore di Alleanza Cattolica, nel riproporne la lettura – anche con finalità formative – ed evidenziando così l’importanza del recupero intelligente della tradizione vivente e vicina, senza vagheggiare fughe fantastiche dalla modernità rivoluzionaria verso approdi esotici: una “tentazione” molto diffusa e anche molto seducente, in quella stagione di incipiente “riflusso” e di delusione per i parossismi seguiti al Sessantotto.

 

A coltivare la vigna di Thibon arrivò un giorno di luglio del 1941 anche Simone Weil, che soggiornò presso di lui su indicazione del domenicano padre Perrin. La Weil, dopo l’esperienza del lavoro in fabbrica, e prima del suo tentativo di arruolamento nella Resistenza, volle provare anche il lavoro contadino, ma il soggiorno non si limitò certo a questo: conversazioni intense, approfondimenti di riflessioni religiose e di suggestioni mistiche furono pane quotidiano dell’incontro tra i due. Lasciando Saint-Marcel Simone affidò al suo ospite alcuni quaderni di appunti, di cui Thibon curò la pubblicazione postuma nel 1947 col titolo La Pesanteur et la Grâce

 

Nel 1964 gli fu assegnato, per l’insieme della sua opera, il prestigiosissimo Gran Premio di Letteratura dell’Accademia di Francia. Ma il contadino di Provenza – che nella formazione ebbe anche qualche debito nei confronti di un altro paysan, il Jacques Maritain contadino della Garonna che lo aveva spinto a pubblicare il suo primo saggio nel 1931 – ovviamente non amava i convegni, le passerelle, la mondanità dei circoli letterari. Tanto più dobbiamo essere orgogliosi della sua trasferta romana in occasione della presentazione dell’edizione italiana di Ritorno al reale (1972), tradotta da Italo De Giorgi. Il volume è dedicato ai giovani pisani che ne avevano caldeggiato la pubblicazione presso l’editore Giovanni Volpe e che andarono ad incontrarlo a Roma. Evidentemente il saggio contadino Thibon non li considerò tipi da passerella.

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