Ha ragione D’Alema. Berlusconi non è affatto Aldo Moro

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Ha ragione Massimo D’Alema quando – in una lunga intervista uscita su «l’Unità» – afferma senza mezzi termini che «Berlusconi è il contrario di Moro». Certo, Moro appartiene alla storia della repubblica, e quindi a tutti noi, il Cavaliere e il suo schieramento compresi. Certo, annettere alla propria parte politica un personaggio che non può replicare, e che anche per la sua tragica fine l’Italia ricorda con reverenza, assomiglia tanto a un colpo da campagna elettorale. E tuttavia, queste considerazioni non possono diminuire la sostanziale correttezza storica dell’affermazione del Ministro degli Esteri.

È però per ragioni diverse e più profonde rispetto a quelle evocate con alquanta malizia da D’Alema («Berlusconi … è l’idea che la politica debba rispecchiare una somma di istanze particolaristiche agitate in modo confuso. Un assemblaggio di tanti bisogni diversi che tali rimangono e che non vengono ricollegati a un progetto per il Paese») che il Cavaliere può essere considerato il contrario dello statista democristiano. Perché Aldo Moro è stato il massimo rappresentante di una concezione ben precisa della democrazia italiana e dei suoi percorsi di sviluppo, nonché del ruolo che i moderati avrebbero dovuto svolgere nell’una e negli altri. E Berlusconi quella concezione l’ha rovesciata sia soggettivamente, opponendole una concezione del tutto diversa, sia oggettivamente, il suo ingresso in politica essendo stato sul piano storico figlio del fallimento del disegno moroteo.

Moro è stato un personaggio assai complesso, col quale la riflessione storiografica ha cominciato appena a fare i conti. Non pretendo perciò di darne un ritratto compiuto in poche righe. Credo però si possa dire, senza tradirlo, che la sua opera è stata ispirata da una valutazione pessimistica dell’Italia e della sua capacità di essere una democrazia matura, occidentale. Dal timore conseguente che i comunisti fossero destinati a guadagnare sempre più terreno. Dalla persuasione che la stabilità e il progresso del paese potessero essere garantiti soltanto con una gestione consensuale del potere aperta al Psi prima e al Pci poi, e che lo scontro frontale fra destra e sinistra avrebbe invece portato l’Italia alla catastrofe. Dalla convinzione che, appoggiato a quest’ampio consenso politico, lo Stato repubblicano dovesse guidare con fermezza i processi sociali. Dalla consapevolezza infine che il rapporto coi comunisti la Dc dovesse costruirlo restando unita, ossia continuando a raccogliere nel paese il consenso dei moderati, nel nome dell’anticomunismo.

Al di là delle apparenze, anche quella del Cavaliere è una figura politica articolata. Non può esservi dubbio, però, che su tutti i punti elencati sopra le sue posizioni siano specularmente opposte a quelle dello statista pugliese. Il berlusconismo – per lo meno il berlusconismo «storico», più che quello un po’ edulcorato degli ultimi tempi – affonda le proprie radici in un ottimismo pressoché illimitato sulle capacità del paese, tanto da mostrare venature populistiche alquanto marcate. È figlio della modernizzazione occidentale e americana della Penisola, e quella modernizzazione vuole ribadirla e santificarla. Né crede che lo Stato debba correggere e indirizzare la società civile, se non entro limiti molto ridotti. Considerato in una prospettiva berlusconiana, poi, il comunismo è radicalmente antiumano, e non c’è dunque alcuna possibilità che prevalga se non con la forza. Non è perciò necessario – è anzi gravemente inopportuno – raggiungere con esso alcun accordo. Di conseguenza, laddove la Dc di Moro chiedeva voti sul centrodestra per portarli poi a sinistra (e i moderati infatti la votavano «turandosi il naso»), la Forza Italia di Berlusconi chiedeva, e chiede, voti sul centrodestra per lasciarli sul centrodestra.

La contrapposizione fra i due personaggi, com’è evidente, dipende anche dalla differente situazione storica: la fine della Guerra Fredda, la distanza fra l’Italia degli anni Cinquanta e quella degli anni Ottanta. Dipende dall’essere Moro un meridionale, e Berlusconi un settentrionale. Dipende da abissali differenze temperamentali. Ma non c’è dubbio che dipenda anche, al di là del tempo, dello spazio e delle personalità, da una profonda diversità di sostanza politica.

Non è un caso pertanto che, come accennavo sopra, il berlusconismo sia nato proprio dal fallimento del disegno moroteo. Che quel disegno sia fallito, mi pare indiscutibile. Lo affermano a chiare lettere anche gli storici culturalmente più prossimi allo statista pugliese, aggiungendo semmai a sua discolpa che non c’erano comunque alternative. A sua ulteriore discolpa pesa com’è ovvio il fatto che la sua opera sia stata barbaramente interrotta dalle Brigate Rosse. Senza via Fani e via Caetani forse – anche se personalmente ne dubito – Moro sarebbe riuscito infine a portare il paese verso un esito di democrazia «occidentale» compiuta. Resta tuttavia il fatto che la Repubblica dei partiti fondata sull’allargamento verso sinistra dell’area di governo, dopo aver contribuito senz’altro e non poco alla modernizzazione del paese, s’è inceppata ed è crollata. Chiunque voglia rivendicare l’eredità di Moro, come secondo Massimo D’Alema il Partito democratico, dovrà, prima di tutto per riguardo alla memoria dello statista, assumersela fino in fondo: gloriandosi delle sue tante luci, ma rendendo anche conto delle sue ombre.

© il Mattino



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