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Otto mesi di governo

Hatoyama rassegna le dimissioni e il Giappone si spacca sulle basi Usa

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Un’estate fa i giornali titolavano della “storica vittoria” di Yukio Hatoyama, il nuovo premier giapponese che aveva riportato al governo il centrosinistra dopo decenni di predominio liberaldemocratico. "L’alieno", come lo chiamano a Tokyo per la conformazione dei suoi occhi, appariva come la versione nipponica dell’obamismo: cura da cavallo per l’economia, fiducia e parole d’ordine all’insegna dell’ottimismo, una bella quanto curiosa first lady interessata all’ufologia.

Il premier si era fatto notare, in particolar modo, per le sue idee riguardo la politica estera. Proveniente egli stesso dalle file dei liberaldemocratici, il partito su cui, dal dopoguerra, si è saldato l’asse nippo-americano, Hatoyama aveva avanzato una lunga serie di proposte per ridiscutere la presenza delle base militari americane nell’arcipelago, e pur senza mettere in discussione i rapporti con l’alleato storico si era lanciato in una visione multilateralistica della politica estera giapponese – in ossequio ancora una volta a quanto va dicendo il Presidente americano, ma anche ritenendo che l’interesse nazionale del Giappone ormai si calibra sempre di più rispetto all’aria asiatica e nei confronti della Cina.

Si trattava, appunto, di promesse elettorali. E la sinistra giapponese, contraria all’appoggio fornito dal Paese agli Usa in Afghanistan, come pure a un impegno di tipo militare del Giappone nel resto del mondo, attendeva al varco Hatoyama, vincitore sì ma alla guida di un governo di coalizione. Coalizione che nei giorni scorsi si è spaccata proprio sulla questione degli accordi da ridiscutere con gli Usa relativamente alla base americana di Okinawa.

I socialdemocratici avevano minacciato di abbandonare il premier se avesse consentito agli americani di costruire un’altra base in territorio giapponese. Hatoyama, venendo meno alla parola data in campagna elettorale – aveva promesso di non costruire altre basi Usa – ha deciso con un colpo di testa di rassegnare le dimissioni, facendo cadere il governo e annunciando un rimpasto che se tutto andrà bene porterà entro l’inizio della prossima settimana alla formazione di un nuovo esecutivo. Alla fine dei giochi, insomma, l’alieno non ha tradito gli Stati Uniti, pur sapendo che avrebbe pagato a caro prezzo la sua decisione. Dimissioni che vanno giudicate con rispetto, perché lontane dalla propaganda elettorale e frutto di quel che si dice avere “senso dello Stato”.

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