Heidegger in love

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Heidegger in love

Heidegger in love

03 Febbraio 2008

Le lettere scritte da Martin Heidegger alla moglie Elfride dal 1915 al 1970, curate da Gertrud Heidegger, sono destinate a ridimensionare la storia del 1925 -’26 tra il filosofo “nazista” e la studentessa ebrea Hannah Arendt. L’affaire tra Heidegger e Arendt ha alimentato il gossip accademico per screditare entrambi, in diverse occasioni, con intenti diversi. Quando Arendt pubblicò il libro sul processo contro Eichmann a Gerusalemme, dove concludeva che i progressi compiuti nella fabbricazione delle armi avevano reso criminale qualsiasi guerra e che Eichmann rappresentava la banalità del male, il “Nouvel Observateur” le dedicò un articolò intitolato Est-elle-nazie?.  Non le furono risparmiati  epiteti come “la puttana  di Heidegger”. Quando poi Arendt difese Heidegger sostenendo che aveva collaborato direttamente col regime hitleriano per breve tempo,  si adoperò per far conoscere i suoi libri negli Stati Uniti o per aiutare  Martin ed Elfride a vendere il manoscritto di Essere e Tempo per costruirsi una casa a un piano più adatta alle difficoltà della età avanzata, di nuovo si ricordò la sua storia giovanile. Nelle versioni benevoli, come il libro di Elźbieta Ettinger del 1995, Arendt è descritta come la vittima di un professore nazista e conformista che l’abbandona per non rovinarsi la carriera, mentre in Europa cala la tenebre dell’antisemitismo: forse il grande e l’unico amore di un uomo debole, alla mercé di una moglie nazista, femminista e antisemita. Arendt e Heidegger rimasero amici, Heidegger raccontò la storia a Elfride, Hannah ebbe due mariti, amicizie, avventure. Come Mary McCarthy, la sua migliore amica, Arendt sapeva ridere e divertirsi: era stata capace di affermarsi da sola, andando controcorrente.  Se Hannah  tornava in Germania non era certo solo per andare a trovare  Heidegger, ma anche perché era ormai affermata, l’Europa le conferiva premi come il Lessing e lei si sentiva a suo agio in Europa.

La raccolta di lettere a Elfride, fin dal titolo, smentisce vari luoghi comuni sulla coppia Heidegger. “Anima mia diletta!” è il titolo del libro, pubblicato da il melangolo, ed è anche l’espressione con la quale Heidegger iniziò sempre le lettere a Elfride Petri, prima fidanzata, poi moglie di un matrimonio frugale di due innamorati, che andarono a vivere in due camere ammobiliate. Martin è cattolico di famiglia contadina, Elfride protestante, senza problemi finanziari, ma parsimoniosa, si sposano civilmente. Elfride sapeva il francese, era stata a Londra da sola per migliorare il suo inglese, nel 1913 aveva ottenuto il diploma di maestra. Nel 1915-‘16 si scrisse alla facoltà di economia politica di Friburgo, perché interessata alla “questione  femminile” e qui incontrò Martin. Tra Elfride e Martin ci fu  amore e passione, e,  più del testo, lo dice la firma delle lettere, che cambia solo con l’avanzare della vecchiaia. Per gli anni della gioventù e della maturità Heidegger si firma “il tuo moretto”,  un soprannome derivato dal fatto che l’ideale fisico di Elfride era alto, biondo, con gli occhi celesti, mentre Martin non era alto, aveva occhi e capelli scuri e si abbronzava velocemente. Le lettere sono professorali, un po’ pedanti, enfatiche, ma non vi è dubbio che Heidegger ami e stimi Elfride, la consideri la donna più importante della vita, a cui parla fin troppo di ogni suo pensiero, sentimento, dubbio, delle sue debolezze. Dalle lettere alla moglie si apprende che Hannah Arendt fu solo una delle numerose amanti di Heidegger ed Elfride non aveva tutti i torti a essere gelosa del “moretto”, anche se  tenne celato a Martin  un importante segreto, svelato solo nel 2005 dal figlio Hermann Heidegger, che nella postfazione delle lettere, dichiara di non essere figlio di Heidegger, di averlo saputo dalla madre a quattordici anni  e di averle promesso di non dirlo a nessuno. Senza dubbio, Elfride aveva carattere.

“Anima mia diletta!”. Lettere di Martin Heidegger alla moglie Elfride. 1915-1970, a cura di Gertrud Heidegger, Genova, il melangolo, 2007.