Hezbollah non disarma. Israele sorvola il Libano. E Unifil che ci sta a fare?

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Hezbollah non disarma. Israele sorvola il Libano. E Unifil che ci sta a fare?

22 Aprile 2011

“Proporrò, al prossimo Consiglio dei Ministri, il ritiro delle nostre truppe dal Libano, per reperire mezzi e risorse”, dichiarava alcune settimane fa il Ministro leghista Roberto Calderoli. La risposta, dovuta, del Ministro della Difesa Ignazio La Russa non si è fatta attendere, e il sommo rappresentante politico delle Forze Armate Italiane ha dichiarato che “è prevista una progressiva diminuzione delle nostre truppe in Kosovo e in Libano”, aggiungendo che “è corretto immaginare di portare i nostri uomini intorno alle 1.000 unità”. Finché c’è dibattito, c’è speranza, verrebbe da dire. Quella del Ministro Calderoli, seppur con toni “estremizzati”, come li ha definiti La Russa, potrebbe essere un’occasione non tanto per ritirare dall’oggi al domani i nostri uomini da tutte le missioni all’estero ma per avviare un dibattito serio e maturo sul ruolo delle Forze Armate, e in particolare sulla missione UNIFIL 2. E, trattandosi di una delle più importanti istituzioni dello Stato, il dibattito sulle Forze Armate dovrà essere di natura militare, politica ma anche amministrativa.

Dal punto di vista militare, l’ampio processo di trasformazione che negli ultimi anni ha interessato soprattutto l’Esercito, trasformandolo da un Esercito di leva a uno professionale, ha fatto in modo che il militare, e in particolare il soldato, non venisse più concepito come un giovane che ha firmato perché non aveva altro da fare ma come un professionista. Non un professionista della guerra – o meglio non solo – ma un operatore della sicurezza, della strategia, a volte della diplomazia e quindi anche della pace. Questo è stato lo scopo della riforma in ambito Difesa, lo stesso che si intendeva perseguire con la riforma universitaria, inserendo la laurea del 3+2. Perché questo accostamento? Per guardare al futuro. Sfortunatamente, a volte nel Bel Paese si tende a guardare con un occhio solo. Per quanto riguarda l’ambiente universitario, il modello statunitense – che negli USA funziona – che doveva essere preso come modello, nell’Università italiana non ha fatto altro che indebolire quella che era la forza dei laureati italiani, soprattutto all’estero: la solidità della laurea vecchio ordinamento, che anni fa poteva equivalere a un PhD, un dottorato, negli altri paesi.

Per quanto riguarda la Difesa, si è optato per un Esercito professionista, che però, anno dopo anno – complice anche la crisi economica mondiale – si è visto ridurre i mezzi finanziari. Al giorno d’oggi, la posizione più ricercata nelle Forze Armate italiane non è tanto l’esperto di mondo arabo quanto un buon contabile, capace di gestire fino all’ultimo centesimo la cassa, e in ciò sfido qualsiasi militare a contraddirmi. Provate a chiedere a un militare cosa ha provato anche solo nel vedere i suoi colleghi nella pur rispettabilissima attività di rimozione dei rifiuti. È come chiedere a un avvocato di essere sincero. Tuttavia, l’alta professionalità e lo spirito di corpo che contraddistinguono le nostre Forze Armate, sono due fattori che permettono al soldato di assolvere anche un compito simile.

Dal punto di vista politico, è noto che la negli ultimi anni la politica estera italiana si fa proprio con le Forze Armate. L’esempio suggellante è il Libano. UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon), Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite, creata il 19 marzo del 1978 con le risoluzioni 425 e 426 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, fu ampliata e rafforzata nel 2006 con la risoluzione 1701, emanata a seguito del conflitto tra Israele e Hezbollah. La missione fu fortemente voluta dall’allora Ministro degli Esteri Massimo D’Alema, intravedendo in questa – e non a torto – un’occasione per rilanciare la politica estera italiana in un’area strategica dello scacchiere mediorientale. Politicamente è stato un successo per i vari governi che si sono susseguiti, meno dal punto di vista militare. Si prendano in considerazione alcuni tra gli obiettivi principali della missione, come da risoluzione 1701:  la cessazione delle ostilità, (…) assicurare che questa area non sia utilizzata per operazioni ostili di nessun tipo, a piena attuazione di tutti i regolamenti previsti dagli Accordi di Taif e dalle risoluzioni 1559 del 2004, 1680 del 2006, che impongono il disarmo di tutti i gruppi armati in Libano, in maniera tale che non possano esserci armi o autorità in Libano se non quelle dello Stato libanese”.

È questo il punto di maggiore criticità della missione. UNIFIL ha il compito di sostenere l’Esercito libanese nel disarmo di tutte le milizie illegali presenti in Libano – e non sono poche –, comprese quelle di Hezbollah. Il Partito di Dio, alla vigilia dell’avvio di UNIFIL 2, nell’estate del 2006, non si oppose alla missione, a una condizione: il contingente multinazionale non si sarebbe dovuto azzardare neanche a prendere in considerazione un disarmo. E infatti non lo ha fatto. Un seconda violazione della risoluzione vi è stata anche da parte israeliana, con continui sorvoli sullo spazio aereo libanese, e ciò è stato condannato più volte sia dalle autorità libanesi che dai vertici di UNIFIL. Tuttavia, se si considera l’operato dei militari degli altri paesi presenti in UNIFIL, gli italiani hanno ottenuto più vantaggi politici. Innanzitutto per il più fidato, storico e stretto rapporto che unisce il popolo italiano a quello libanese. Se giocata in modo più scaltro, questa carta avrebbe potuto far guadagnare ai governi italiani un accesso più diretto e di più alto profilo nei salotti arabi e mediorientali. Ed è a questo che oggi il governo italiano, e quindi anche il Ministro Calderoli, deve prestare profonda attenzione, soprattutto dopo l’ennesima perdita di un’altra occasione in Libia.

In questo contesto si trova anche la risposta alla domanda posta dal Ministro Calderoli: “Siamo là dal 2006, siamo inspiegabilmente il contingente più numeroso e ancora oggi non capisco che cosa siamo là a fare”. Così l’ha commentata il senatore del PD Roberto di Giovan Paolo: “In Libano è l’unica vera missione di pace, che assicura stabilità a libanesi e a israeliani”. Entrambi i politici, seppur di schieramenti opposti, hanno ragione. E’ positivo e segno di maturità aprire un dibattito su una missione che vede coinvolti i nostri connazionali all’estero. Immaturo potrebbe essere considerare l’Esercito un tuttofare, ma anche dipingerlo come un gruppo di pacifisti. Piuttosto, e in ciò guardare oltreoceano non guasta, vedere nelle Forze Armate una risorsa non soltanto militare ma anche scientifica e soprattutto politica.