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Gaffe e terrorismo

Hillary scivola su Sirhan, l’assassino di Robert Kennedy

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Hillary Clinton si è certamente morsa la lingua dopo la gaffe su Robert Kennedy ma l’America ancora una volta si è stretta intorno ai propri morti. Era la notte del 4 giugno 1968 quando “Bobby” venne freddato da un estremista di origine palestinese. Aveva appena vinto le Primarie del Partito Democratico. Il suo assassino, Sirhan Bishara Sirhan, lo presero per matto. Uno di quei fanatici che hanno insanguinato la storia americana, da John Wilkes Booth a Lee Harvey Oswald. Personaggi isolati ma capaci di fermentare la teoria della cospirazione: nel caso di Bobby prese subito quota la trama della congiura interna manovrata da chi voleva impedire ai Kennedy di cambiare la società americana. Qualcuno disse la Cia, qualcun altro Onassis. Oggi sappiamo che le cose andarono diversamente.

Di solito immaginiamo i terroristi come agenti ben organizzati dai burattinai della paura, ma non è sempre così. Il terrore è prima di tutto un virus che ti porti nel cuore, un risentimento coltivato in solitudine da quando hai i calzoni corti. Sirhan era nato a Gerusalemme nel 1944. Fin da ragazzo fu indottrinato dai nazionalisti arabi. Sbarcato negli Usa, mise in atto quello che aveva imparato a scuola e in famiglia abbracciando l’antisemitismo e l’anti-americanismo. Aveva ventiquattro anni quando esplose una manciata di proiettili contro Robert Kennedy, colpevole di aver appoggiato gli israeliani durante la Guerra dei Sei Giorni. Subito dopo venne arrestato e condannato a morte ma la sentenza fu successivamente ridotta all’ergastolo. Sua madre Mary disse “tutto quello che ha fatto mio figlio l’ha fatto per la sua Nazione”, la Palestina.              

Da bambino, nelle scuole maronite della Transgiordania, Sirhan aveva imparato molte cose sulla storia dell’Islam. I professori parlavano del feroce Saladino e i discepoli studiavano come scacciare i nuovi crociati (i sionisti) dalla città santa di Gerusalemme. I libri di testo erano infarciti di vecchie teorie naziste che avevano influenzato l’istruzione e la propaganda araba del Dopoguerra. L’odio maturato da Sirhan contro gli ebrei non derivava da ‘problemi mentali’ ma da un convincimento del tutto razionale e diffuso  tra la maggior parte degli studenti arabi di quel periodo. Oggi la Giordania è alleata dell’Occidente ma all’inizio degli anni Cinquanta il suo sistema scolastico promuoveva dei valori opposti alla tolleranza. Mentre il governo israeliano introduceva lo studio della lingua e della cultura araba nelle scuole elementari, sui libri di storia dei Paesi confinanti gli ebrei venivano descritti come animali selvaggi simili a locuste. Nei campi profughi palestinesi e giordani la distruzione di Israele era un imperativo morale, non solo una necessità politica.

Quando Sirhan si trasferì in California aveva dodici anni. Era il Natale del 1956. Nei suoi diari scrisse che la società americana era divisa in due, quelli che “avevano” e quelli che “non avevano”. Lui era finito tra gli ultimi perché era un arabo e questo inaspriva il suo risentimento. Gli amici oggi lo descrivono come un tipo taciturno, solitario e riservato, ma anche educato e di buone maniere (come il giovane Bin Laden). Gli americani non gli piacevano, si facevano succhiare il sangue dagli ebrei che controllavano i media e le banche. Sirhan leggeva giornali arabi, seguiva costumi arabi, in famiglia parlava rigorosamente arabo. Nel 1966 visitava spesso la Biblioteca pubblica di Pasadena. Lesse avidamente tutto quello che gli capitava sotto mano sulla Guerra dei Sei Giorni. Nei messaggi di B’nai B’rith scoprì quali erano le “intenzioni sioniste”. Si sentiva sempre più deluso e isolato perché tv e giornali nascondevano la verità sul conflitto in Medio Oriente. Quando vide le foto dei soldati israeliani che prendevano il controllo dello Stretto di Suez scrisse “se avessi incontrato di persona questi uomini li avrei uccisi con le mie mani”. 

Odiava l’American way of life e si considerava un anarchico in lotta contro la società. Nel 1968 Lou Scelby fece visita alla famiglia Sirhan: “Li trovai molto strani – ricorda – pensavo di incontrare una famiglia cristiana e invece, se ripenso all’atmosfera che c’era, sembravano una famiglia musulmana”. In tv trasmettevano “Lawrence d’Arabia” e Sirhan cambiò subito canale spiegando che il produttore del film, Sam Spiegel, era ebreo e che quello era un film antiarabo. La sua paranoia aumentava giorno dopo giorno. “I giudei sono dietro ogni cosa, ovunque vai”. Avrebbe confessato di “non essere psicotico eccetto quando si parla di ebrei”. Trovò un lavoro part-time come giardiniere ma odiava le ville dei “fucking Jews”, “the goddamn Zionists”. 

Aveva letto il Mein Kampf e ne era rimasto ipnotizzato. Condivideva la soluzione del “Problema ebraico” e credeva che Hitler avesse poteri in grado di scuotere le masse. Di questo avevano bisogno gli arabi, essere risvegliati. Tra il ’65 e il ’67 Fatah aveva iniziato ad attaccare gli insediamenti israeliani. Nel marzo del 1968, due mesi prima di uccidere Kennedy, Sirhan aveva gioito dell’attacco allo scuolabus israeliano nel deserto del Negev. Gli studenti arabi della West Coast ricevevano materiale propagandistico di Fatah e di altri gruppi nazionalisti palestinesi. Al College di Pasadena avrà incontrato esponenti delle organizzazioni studentesche arabe ma non è mai saltata fuori una prova sul suo coinvolgimento in cellule terroristiche. Era già marcio dentro. 

Non era il solo. L’intera comunità araba di Los Angeles si era ribellata all’alleanza stretta tra americani e israeliani. Manifestazioni e marce di protesta erano all’ordine del giorno sull’Hollywood Boulevard. Giornali come Al Bayan e Al Anwar grondavano retorica anti-israeliana. Alcuni articoli avevano un taglio decisamente antisemita. Sirhan cominciò a seguire costantemente le Primarie di Kennedy. Si sentiva tradito dal candidato democratico che parlava di amore e rispetto delle minoranze ma aveva partecipato alle celebrazioni per l’Israeli Indipendence Day. Bobby era un ospite fisso nei “club sionisti” di Beverly Hills. In un discorso tenuto alla Sinagoga Neveh Shalom, il candidato aveva detto: “Siamo impegnati nella sopravvivenza di Israele. Siamo impegnati a contrastare qualsiasi tentativo di distruggere Israele, qualsiasi sia la fonte”. 

Un giorno Sirhan uscì di casa e s’imbatté in un cartellone pubblicitario che annunciava il party per le Primarie del partito democratico all’Ambassador Hotel di Los Angeles. Quella notte, la stessa in cui Bobby vinse le Primarie, il giovane palestinese decise di vestire i panni del boia ed eseguire la sentenza. Lo psichiatra Philip Hicks, che ha avuto modo di intervistare Sirhan in carcere nel 1986, è convinto che il killer fu mosso da “fanatismo politico più che da una violenza psicotica”. I motivi che lo spinsero a uccidere non avevano semplicemente origine nella sua paranoia ma riflettevano le idee di milioni di arabi che vivevano in Medio Oriente e negli Stati Uniti.

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