Hillary segretario stato? Dipende da suo marito
16 Novembre 2008
di Redazione
Washington pende dalle labbra dell’ex first lady Hillary Clinton. Accetterà o non accetterà il posto da segretario di Stato che le ha offerto Barack Obama, il prossimo presidente americano e suo ex rivale delle primarie? Uno dei motivi per i quali potrebbe dire di no riguarda il marito, l’ex presidente Bill Clinton.
Se nominata per l’incarico di governo, Clinton dovrà passare al vaglio del Senato, che ha l’autorità di confermarla o bocciarla. Paradossalmente lo scrutinio cui vengono sottoposte le nomine del presidente è più severo rispetto a quello di un candidato alla presidenza. Clinton ha mantenuto il riserbo sulle attività della fondazione del marito, ma qualora accettasse la nomina il segreto dovrebbe cadere. E la questione potrebbe essere problematica, offrendo il fianco all’opposizione repubblicana.
Il conflitto di interesse potrebbe essere stridente tra i due Clinton. Hillary, nel corso della sua campagna elettorale, ha criticato la Cina per la questione del Tibet e chiesto al presidente George W. Bush di disertare la cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi di Pechino. Ma la fondazione di Bill Clinton ha accettato finanziamenti da una società informatica cinese attivamente impegnata nella caccia a coloro che hanno manifestato contro Pechino.
Altri esempi riguardano la battaglia di Hillary per la tutela ai lavoratori delle piantagioni di canna da zucchero in Brasile, per la produzione di etanolo. Peccato che Bill abbia investito in una delle società in questione, dove le condizioni di lavoro sono definite "degradanti". Da quando ha lasciato la Casa Bianca, all’inizio del 2001, Clinton ha incassato 353 milioni di dollari per la sua fondazione, che tra l’altro finanzia la biblioteca-museo di Little Rock, in Arkansas e una serie di iniziative per la lotta contro l’Aids. Molti di quei fondi avrebbero un’origine in qualche misura controversa.
L’altro paradosso riguarda il ruolo di Hillary Clinton in Senato. Anche se l’ex first lady è arrivata vicinissima alla leadership del partito, nel corso delle primarie, la gerarchia del Congresso non ne prende atto. Clinton è all’inizio del suo secondo mandato al Senato e non ha maturato l’anzianità necessaria a occupare incarichi di responsabilità alla guida di commissioni o alla guida del gruppo parlamentare. Persino Joe Lieberman, l’ex democratico che ha ‘tradito’ il partito appoggiando la candidatura del repubblicano John McCain, ha più potere di Clinton e se non verrà scacciato dal gruppo parlamentare democratico continuerà ad averlo.
Lo scarso peso dei nuovi arrivati al Senato è una delle ragioni che ha convinto Obama, una matricola eletta al Senato nel 2004, a correre per la presidenza: il suo sogno di cambiare Washington non poteva essere perseguito dal suo scanno del Congresso.
I soloni del partito come Chris Dodd, il presidente della commissione bancaria del Senato, o Patrick Leahy, il presidente della commissione giudiziaria, difficilmente avrebbero interesse ad accettare un incarico di governo: hanno più potere al Senato.
fonte: APCOM
