Hobbes e i problemi della democrazia del nuovo millennio

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Hobbes e i problemi della democrazia del nuovo millennio

13 Aprile 2008

Dall’11 settembre la sicurezza internazionale e interna è
in pericolo e Hobbes è un punto di riferimento costante. Domenico Fisichella
rilancia il dibattito sull’autore del “più grande, forse il solo, capolavoro di
filosofia politica scritto in lingua inglese”, com’è stato definito. Lo fa con
un libro tacitiano, come accade a chi frequenta Hobbes e comprende che il
Leviatano non è una mostruosa macchina dell’obbedienza, come riteneva Bobbio,
ma uno stato umano, troppo umano, per un individuo sempre in conflitto con se
stesso e con gli altri.

E’ un saggio sull’Hobbes inventore dello stato moderno
nazionale territoriale. In un momento, nel quale ancora non sappiamo se
l’Unione europea riuscirà a diventare uno stato, lasciando agli stati nazionali
competenze regionali, o se gli stati nazionali manterranno la sovranità,
Fisichella richiama l’attenzione proprio sul tema hobbesiano della sovranità.
Per Hobbes la sovranità  è connessa allo
stesso concetto di comunità politica e lo stato propriamente detto è solo una
delle forme istituzionali e organizzative in cui essa si presenta e si esprime
nel tempo e nello spazio. Per esemplificare cosa intenda Hobbes per sovranità,
basta ricordare che nel 1620 definì unica Roma per la continuità della
sovranità. Nonostante la grande diversità delle sue forme politiche – re,
consoli, tribuni, dittatori, imperatori – potesse danneggiarla, Roma divenne la
più grande potenza del suo tempo e, dopo la nascita di Cristo e la fine
dell’impero, la sede della massima autorità religiosa.

E’ la modernità di
Thomas Hobbes ad attrarre Fisichella: l’Hobbes zoologo, psicoanalista
pre-freudiano, conoscitore dei meandri della psiche umana, che ricorre al
diritto naturale e al positivismo giuridico per fondare lo stato politico. Il
Leviatano è moderno, perché nasce solo dalla volontà dei singoli individui di
fronte alla insicurezza sconfinata della libertà illimitata.

Con un patto
diretto e immediato ogni individuo rinuncia volontariamente ad una parte dei propri diritti –
primo fra tutti quello alla difesa – per trasferirli al sovrano, affidandogli
il monopolio della violenza e della legge per avere la sicurezza, ovvero la
libertà di conservare la vita e i propri averi. Diversamente da Strauss, per
Fisichella l’uomo non cambia passando dallo stato di natura allo stato civile.
Il nucleo duro del pensiero hobbesiano non è storico, implica una naturalità
antropologica astorica universale. Fisichella ricorda come la frammentazione
del potere, che incrementa le passioni e gli interessi particolari, conduca per
Hobbes alla morte della sovranità. Per questo, il nostro assolutismo
democratico, il coacervo di corpi separati, governi regionali, provinciali,
locali gli apparirebbe una follia, come la fiducia in istituzioni
sopranazionali.

Non a caso, il Regno Unito, la patria di Hobbes, è il più riluttante a
cedere quote di sovranità. Qualcosa è cambiato però anche per gli inglesi:
nell’Ottocento ogni cittadino britannico era sicuro che in caso di pericolo le
navi di sua maestà sarebbero corse immediatamente a salvarlo, dovunque fosse.
Conclusione: abbiamo guadagnato tanto, ma abbiamo anche perso qualcosa. Ed è proprio nella patria di
Hobbes si avverte con maggiore 
malinconia.

D. Fisichella, Alla ricerca della sovranità.
Sicurezza e libertà in Thomas Hobbes, Roma, Carocci editore, 2008