I colonnelli di An siglano il patto di ferro col Pdl e lasciano Fini da solo

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I colonnelli di An siglano il patto di ferro col Pdl e lasciano Fini da solo

12 Giugno 2010

Non è solo la foto opportunity di rito. Basta il colpo d’occhio sul palco dell’Eur, gli abbracci, le pacche sulle spalle per capire che i colonnelli di An non sono mai stati così uniti e al tempo stesso così lontani da Gianfranco Fini. E’ lui il convitato di pietra del rendez-vous aennino ("Più unito il Pdl, più forte l’Italia") che sancisce l’approdo definitivo del corpaccione di An  nella grande area berlusconiana.

In fondo l’immagine più calzante della giornata sta nelle parole di La Russa quando dice "An ci ha messo insieme, io, Altero, Gianni e Maurizio, ma mai c’è stata tra noi così tanta coesione come oggi…”. In effetti, un tale feeling, specie tra alcuni di loro, era impensabile fino a qualche tempo fa, dopo anni di correntismo nel partito di via della Scrofa. Nessuno nomina Fini direttamente ma in ogni intervento ci sono passaggi che suonano come l’ennesima presa di distanza dal co-fondatore del Pdl.

E nonostante La Russa, Gasparri, Matteoli e Alemanno ripetano che il convegno "non è un’iniziativa contro nessuno", nel giorno in cui il presidente della Camera rimarca la distanza dal Cav. sul ddl intercettazioni e fa dire ai suoi che il testo non è affatto chiuso e che su alcuni punti si può migliorare nell’iter parlamentare a Montecitorio (si comincia la prossima settimana in commissione Giustizia), i colonnelli insistono su un punto: serve unità, il partito non è una caserma, se il confronto è costruttivo è un arricchimento, ma poi alla fine sulle questioni dove non c’è intesa si vota e la minoranza deve accettare le decisioni della maggioranza, senza portare nelle istituzioni la logica correntizia. Chiaro il riferimento al tema caldo del momento.

Altrettanto chiaro il messaggio dei forzisti Sandro Bondi, Fabrizio Cicchitto (durissimo il suo j’accuse sui ‘consigli’ ai politici di Montezemolo che "non può dare lezioni, fa parte di quel mondo imprenditoriale che ha ‘spremuto’ lo Stato, fa parte della casta") o Gaetano Quagliariello che sul palco dell’Eur riportano il pensiero del Cav. nel confermare il no alle correnti.

Se per il presidente dei deputati di fronte a un disaccordo interno su determinati temi "ci si conta negli organismi di partito, nazionali ma anche regionali e locali e chi va in maggioranza ha diritto di esprimere la linea del partito nelle istituzioni mentre chi va in minoranza può legittimamente manifestare la propria posizione ma non può farlo nelle istituzioni" perché danneggerebbe il partito, è il vicepresidente dei senatori a centrare il cuore del problema incassando gli applausi della platea: "Non voglio che le correnti diventino partiti nei partiti, e che la vita delle istituzioni sia sottoposta alle esigenze delle correnti: significherebbe passare dalla partitocrazia alla correntocrazia, e questo proprio non si può accettare”.

Dice di non demonizzare le correnti "se si pongono come contributo intellettuale, ma a condizione che non facciano saltare e non modifichino il patto sancito con gli elettori, che non diventino un partito nel partito e, soprattutto, che non sottopongano alle loro esigenze la vita delle istituzioni". Non  solo, Quagliariello individua un problema che non può essere ignorato: c’è una dinamica istituzionale e un dibattito interno al partito, i due ambiti devono rimanere ben distinti, altrimenti finiremmo per scivolare dalla partitocrazia alla correntocrazia proprio noi che abbiamo fondato il Pdl per sostituire alla centralità dei partiti la centralità degli elettori".

Con lui La Russa per il quale una ‘conta’ contro Fini ”non serve” ma ”le decisioni assunte sono vincolanti per tutti e una volta prese il partito le deve attuare senza inseguire i dirimpettai della barricata" e Gasparri nel ribadire che la linea la decidono gli organismi di partito. Come, ad esempio sull’ immigrazione. Tema sul quale Gianni Alemanno non risparmia una bordata a Fini quando conferma il no a qualsiasi proposta di cittadinanza breve (uno dei leit-motiv dell’ex leader di An) perché "i popoli non si fanno coi pezzi di carta. Dieci anni sono il tempo giusto per verificare se un immigrato vuole davvero diventare cittadino italiano e se è riuscito a trovare un equilibrio tra la sua identità e la cultura italiana".

Insomma, per il sindaco di Roma (nel suo intervento punta sui cavalli di battaglia storici di An), "il principio di reciprocità deve sempre essere alla base di chi arriva qui da noi. Il rispetto della nostra identità è fondamentale". Poi l’affondo che chiama in causa i finiani (la proposta di legge firmata da Granata e dal Pd Sarubbi) sulle "scorciatoie" che "vanno bene solo per i salotti buoni ma quando si vive nelle periferie e nei drammi sociali, le scorciatoie  diventano un boomerang pagato dai più deboli". Standing ovation di parlamentari ed eletti.

L’analisi sul partito rilancia la necessità di non caricare più sulle spalle di Berlusconi il compito della sintesi perché "un partito più forte non indebolisce la leadership ma la rafforza" e l’esigenza di superare "la logica delle quote e delle provenienze". Tema, quest’ultimo, ripreso da Altero Matteoli che ammonisce: "Basta con le quote, basta parlare di Fi e An. Noi non siamo pentiti della nascita del Pdl, non abbiamo dovuto rinunciare a rappresentare la destra in questo partito e nessuno ce lo ha chiesto". Poi rivolto a Cicchitto rinnova il patto col Cav.: "Caro Fabrizio noi rappresentiamo la destra che con te ha fatto un accordo. Non abbiamo paura del mare aperto".

Parole decise che ancora una volta suonano come un richiamo, seppure indiretto, ai distinguo di Fini. Lo si capisce di più quando il ministro tocca il tema della legalità sottolineando che fa parte da sempre della storia e dei valori di An e per questo non c’è bisogno di ripeterlo ogni istante, tantomeno di ergersi a paladini della legalità". Nè si puà accettare – è il ragionamento di fondo – la continua gara a chi è "più bravo nel rispettare la legge". Questione che non vede contrapposte solo maggioranza e opposizione ma anche "settori della stessa maggioranza", osserva.

E guardando in casa sua, Matteoli auspica che dietro a questo non ci sia un tentativo di strumentalizzazione perché ciò sarebbe un male per il Pdl, con un messaggio chiaro ai finiani:"Se così non è, allora è arrivato il momento che si batta un colpo e si faccia capire che non è così, almeno su questo argomento. Per il resto, il dibattito interno se costruttivo, è un arricchimento. Non ho mai visto partiti andare in crisi a causa del confronto interno". Al Palacongressi rimbalzano gli annunci dei fedelissimi del presidente della Camera, Granata e Briguglio pronti a giurare che sul ddl intercettazioni alla Camera "non c’pè nulla di scontato" (Fini farà il punto domani coi suoi insieme alla presidente della commissione Giustizia, Giulia Bongiorno) e il tema diventa centrale negli interventi dei big, tutti concordi, invece, nel dire che il testo "dovrà essere approvato entro l’estate senza ritocchi".

Ma c’è chi va oltre e sprona il Pdl sul terreno di una battaglia culturale prima ancora che politica per smontare le mistificazioni della sinistra. Quagliariello annuncia che fonderà l’associazione "Viene prima l’articolo 15" perché sul tema delle intercettazioni "è in gioco la dignità della persona e il confronto tra due idee contrapposte: quella di chi ritiene che lo Stato può tutto, può entrare nella vita di una persona e massacrarla senza confini, e chi ritiene che fatte salve le esigenze delle indagini e dell’informazione, vi sia qualcosa di inviolabile per tutti i cittadini, dal più umile al più esposto, che viene prima ancora della legge e in cui nessuno Stato può entrare".

Per questo ricorda che nella Costituzione c’è anche un articolo 15 e "i nostri costituenti hanno voluto che il diritto alla riservatezza venisse prima ancora del diritto di cronaca e delle norme sull’ordinamento giudiziario. Non dobbiamo temere sudditanze culturali: come durante il caso Moro contro la statolatria si alzò la voce di Leonardo Sciascia, così oggi contro gli articoli di Saviano sulle intercettazioni si deve alzare la voce del Pdl".

Di qui il richiamo ancora una volta ai ‘dissenzienti’ della minoranza che il senatore scandisce osservando che "se c’è nel Pdl chi ritiene che un partito moderno debba uniformarsi all’ideologia dominante, che e’ quella di sinistra, si sbaglia. I nostri principi sono una risposta a quella cultura. In un grande partito non può esserci una ideologia o una cultura unificante, ma non per questo si può trasformare in un’agenzia del relativismo moderno, in un’agenzia di promozione di una classe dirigente nichilista sganciata da qualsiasi principio, finalizzata solo all’alternativa gestionale".

E se questo è lo scontro in atto nel Pdl, per Quagliariello, il partito deve "affermare che ci sono principi dai quali non si transige, magari declinati in maniera diversa ma senza che si possa uscire da una cornice culturale comune".

Nelle parole di Gasparri il concetto di fondo della convention aennina: coi finiani nessuna prova di forza, non c’è bisogno di contarci  "lo abbiamo già fatto". L’obiettivo è un "Pdl unito che conti di più per l’Italia", dunque la discussione e il confronto  "non ci spaventano".

I toni non sono certo quelli da scorrimento di sangue, ma c’è un ultimo messaggio per l’ex leader di via della Scrofa: "Vorremmo che accanto alla discussione e al confronto ci fosse un amore per questo partito". Sul palco dell’Eur i colonnelli lasciano Gianfranco Fini da solo.