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Via le Province, poi tocca alla riforma del lavoro

I compiti in classe del Prof. Monti all’esame (politico) del Parlamento

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I compiti in classe, non ancora consegnati, all’esame del Parlamento. Monti parla alla Camera e al Senato illustrando la manovra disegnata per convincere i mercati (che apprezzano, con lo spread che scende di ottanta punti), meno le forze politiche costrette a fare i conti con le tasse del Prof., dall’Ici all’imposta regionale, alla stretta sulle pensioni, solo per citare quelle più odiose che colpiscono i soliti noti. Forse ci vorrà la fiducia, per motivi politici.

Fuori dal Parlamento i sindacati annunciano quattro ore di sciopero per lunedì, dentro i partiti tra imbarazzi (elettorali) e maldipancia per un decreto ‘pesante’, più sbilanciato sulle tasse che sulle misure per la crescita. Almeno finora perché si lavora ancora sulla manovra, il capitolo non è chiuso, come dimostra il fatto che l’Irpef è entrata ed è poi uscita dal pacchetto ‘salva-Italia’ (anche per il no del Pdl). I fondamentali, però, restano e per molti a Montecitorio si tratta di una vera e propria ‘stangata’. Passaggio obbligato, dice Monti, perché la situazione è a un punto tale che rischiamo il baratro nelle prossime settimane senza contromisure. Di questo hanno contezza i partiti che sostengono il governo, ma ciascuno tenta di ammorbidire o quantomeno addolcire la pillola per evitare di perdere consenso. Gli aggiustamenti si tenteranno quando la manovra arriverà in Commissione per poi essere approvata definitivamente nei due rami del Parlamento entro il 22 dicembre.

Un buon margine per tentare di correggere quanto scritto dal governo nel provvedimento, probabilmente con il ricorso agli emendamenti anche se il premier ha già detto chiaro che non c’è tempo: in altre parole niente assalto alla diligenza. Dunque si tratterà al massimo di qualche miglioramento perché l’impianto non va stravolto. Il premier sa che dovrà accontentare tutti usando il misurino della mediazione, eppure non si fa condizionare troppo quando a Montecitorio e subito dopo a Palazzo Madama insiste sull’urgenza del pacchetto - ammettendo che si tratta di misure “dolorose” e che tuttavia colpiscono “tutti in egual misura” – e sul fatto che non c’è alternativa perché, altrimenti, c’è il “baratro” di una crisi che con l’Italia rischia di trascinare a fondo l’Europa. Della serie: fare sacrifici oggi significa garantire la crescita domani. Ma di crescita nella manovra montiana ce n’è ben poca e sta qui uno dei punti sui quali si concentrano le critiche bipartisan.

E se si considera che Monti ha già fatto intendere che il secondo step sarà sulla riforma del lavoro, c’è da ritenere che non saranno mesi facili per l’inquilino di Palazzo Chigi. In Aula Pdl, Pd e Terzo Polo confermano il sostegno ma, ciascuno per sé, rivendicano tre cose. Il Pdl punta sull’alleggerimento dell’Ici che ora si chiama Imu e porta con sé la rivalutazione delle rendite catastali pari al 60 per cento; il Pd un allargamento della base esente dal congelamento dell’adeguamento delle pensioni (scatterà dal 2012, tranne per le pensioni minime), mentre il Terzo Polo punta su maggiore impegno a favore delle famiglie. Secondo i rumors di Palazzo, è possibile che simili richieste possano essere concordate col governo e inserite nel provvedimento sul quale, pare verrà messa la fiducia. Almeno è ciò che a Monti suggerisce Berlusconi, con Casini d’accordo.  

Già la fiducia, una sorta di ‘clausola di salvaguardia politica’ che interessa i partiti ma pure l’esecutivo. Nel primo caso, serve a evitare da un lato che all’interno degli schieramenti si possano ‘risvegliare’ i malpancisti che in Aula potrebbero decidere di avere le mani libere; dall’altro che i partiti minori finora alleati di Pd e Pdl, ovvero Idv e Lega, presentino emendamenti che potrebbero essere votati da chi come in questo momento va dicendo Di Pietro non voterà la manovra ‘così com’è”.

Altrettanto vale nel centrodestra dove sono soprattutto gli ex An quelli più riottosi a digerire la ‘cura’ Monti come si è visto del resto plasticamente ieri in Aula dove molti banchi sono rimasti vuoti. All’esecutivo, l’intesa con le forze politiche su alcuni aggiustamenti serve per ottenere il consenso più ampio col quale presentarsi in Europa e proporre un provvedimento impegnativo che – come ha evidenziato Fabrizio Cicchitto nel suo intervento -, deve essere usato come strumento di contrattazione con l’Europa affinchè l’Europa difenda l’euro e attui una politica economica comune, cioè a una sola velocità.

Per questo, il capo del governo potrebbe accogliere il suggerimento del Cav. sul ricorso alla fiducia. L’ex premier che ha apprezzato i riferimenti di Monti nel suo intervento in Parlamento alle misure avviate e impostate dal governo che lo ha preceduto, in un vertice con lo stato maggiore del partito ha ribadito l’esigenza di sostenere lealmente l’esecutivo per il bene dell’Italia. Tuttavia, sa bene che nel partito c’è una ampia componente che va dagli ex An ad alcuni ex ministri che non ha digerito il via libera del Pdl al governo del Professore e che dunque resta in fibrillazione.

E una delle preoccupazioni maggiori sta nel fatto che in vista delle prossime amministrative la distanza con la Lega appare sempre più evidente. E’ anche per questo che il Cav. ha convocato per oggi un vertice di partito per mettere a punto la strategia. Un modo, anche, per calmierare i maldipancia. Della serie: sfogatevi adesso perché quando si arriva in commissione ad analizzare il provvedimento dobbiamo parlare con una voce sola. Quanto alla Lega, il Cav. è convinto di trovare ancora una volta la ‘quadra’ con Bossi. Ma ieri in Aula, i due leader sono rimasti distanti. E’ la realpolitik.

 

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