I confini di Israele non si toccano

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I confini di Israele non si toccano

23 Maggio 2011

Prima il discorso al Dipartimento di Stato, poi la burrascosa visita con il premier Netanyahu e l’intervista rilasciata alla BBC, infine l’intervento riparatore all’AIPAC. Il presidente Obama ha riaperto la questione dei confini tra Israele e il futuro stato palestinese, uno dei punti dolenti della storica Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che impone allo stato ebraico di “ritirarsi dai territori” occupati dopo la Guerra dei Sei Giorni. La stampa israeliana ha preso molto male la proposta: "Un suicidio", secondo Haaretz, che non è certo un quotidiano filo-governativo. Netanyahu aveva già risposto picche. Così ieri, parlando ieri all’AIPAC, la potente organizzazione ebraica negli Usa, Obama ha riaggiustato il tiro spiegando che sì, bisogna tornare ai vecchi confini, tenendo conto però della nuova realtà demografica che nel frattempo si è creata sul terreno. Un chiaro riferimento alle aree degli insediamenti ebraici in Cisgiordania. La questione dei coloni era stata omessa nel discorso del presidente sul Medio Oriente.

Per capire bene di che stiamo parlando, va ricordato che il conflitto del 1967, la Guerra dei sei giorni, non fu un’invasione aggressiva dello stato ebraico ma un attacco ‘pre-emptivo’, sferrato dall’esercito di Davide per difendersi dalle nazioni arabe pronte a colpire il Paese (Egitto, Siria, Giordania e, per quello che valeva, il Libano). Questi stati, che avevano a più riprese minacciato l’esistenza di Israele negli anni precedenti, uscirono irrimediabilmente sconfitti dalla guerra. Circa dieci anni dopo, Israele iniziò a ritirarsi dai territori occupati. Nel ’79 restituì il Sinai all’Egitto. Nel 2005, con una mossa a sorpresa, Sharon abbandonò Gaza nelle mani di Hamas. Da allora a rimanere ancora contese sono la Cisgiordania con Gerusalemme Est, reclamata dai palestinesi, e le Alture del Golan, dalla Siria (Damasco sta usando le sue frontiere come arma di pressione sullo stato ebraico, per distogliere l’attenzione dalla repressione interna).

Nel testo della 242, però, non c’è scritto a chiare lettere che Israele deve ritirarsi da ‘tutti’ i territori occupati nel ‘67. Né si prescrive agli israeliani di trasformare Gerusalemme nella capitale di due stati, quello ebraico e quello palestinese. Parlando al Dipartimento di Stato, Obama saggiamente non ha toccato la questione dello status di Gerusalemme. Ha preferito sollevare genericamente il problema del ritorno ai confini del ’67. La domanda è: quali erano le frontiere anteriori alla Guerra dei sei giorni? Forse la linea di demarcazione risalente all’armistizio fra un giovanissimo stato ebraico e i suoi bellicosi vicini? Il principio “land for peace” della 242, giustamente, non era di ripartire da quella situazione quanto piuttosto che Israele restituisse i territori occupati garantendo attraverso dei negoziati la sicurezza dello stato ebraico. Sull’impianto della Risoluzione 242 si sono basati tutti  gli sforzi successivi della diplomazia israeliana: la pace di Camp David nel ’79, gli accordi di Oslo del ‘93, la Road Map seguita dal presidente Clinton e dal suo successore Bush. Durante il lungo, e irrisolto, processo di pace fra israeliani e palestinesi non è mai stata messa in discussione l’idea che i confini fossero un argomento mobile e flessibile nelle trattative.

In realtà anche la formula utilizzata dal presidente Usa nel discorso al Dipartimento di Stato è in linea con quella delle precedenti amministrazioni americane: mutually agreed land swaps, una serie di negoziati, scambi e compensazioni tra le parti, che escludono mosse unilaterali nella definizione della frontiera ‘definitiva’. Evocare la questione dei confini, però, è stato l’ennesimo favore fatto ad Abu Mazen dal presidente Obama. Interrotto il percorso della Road Map, i palestinesi ormai procedono da soli, a vele spiegate, verso la nascita del loro stato alle Nazioni Unite.

Se il presidente americano ritiene la road map una strada ancora percorribile (beato lui), faccia tre cose. Primo. Garantire a Israele il diritto di vivere protetta da “confini difendibili”. La presenza dell’esercito di Davide verso il Giordano è destinata a protrarsi a lungo nel tempo: se Israele dovesse tornare ai confini pre-’67, invece, avrebbe uno spazio di manovra risicato nella parte centrale del proprio territorio. Qualche decina di chilometri, l’ideale per spaccare in due lo stato ebraico. Seconda cosa. Approfondire seriamente la questione dei coloni che in questi anni sono andati a vivere nella West Bank, moltiplicandosi. Israele ha il dovere di tutelarli. In passato, Obama si è limitato a dire che gli insediamenti vanno ‘congelati’. La settimana scorsa non ne ha parlato. Ieri ha rassicurato l’AIPAC:  "israeliani e i palestinesi negozieranno una frontiera diversa da quella che esisteva il 4 giugno 1967". Qual è la posizione del presidente? Terzo punto. Obama la smetta di dare adito a fraintendimenti con le sue capriole diplomatiche. Come ha fatto notare Charles Krauthammer, il presidente nel discorso sul Medio Oriente ha detto che “il popolo palestinese deve avere il diritto di governarsi (…) in uno stato sovrano e contiguo”. Contiguo vuol dire stare vicini, toccarsi. Obama sogna forse di aprire un ipotetico corridoio fra West Bank e Gaza, ora che Hamas e l’ANP hanno rifatto pace? Ieri Abu Mazen ha definito Hamas una "opposizione democratica".

Il corollario dei tre punti appena esposti è che gli Usa facciano abortire il tentativo di Abu Mazen all’Onu. Obama ha redarguito i palestinesi: non strumentalizzate la questione dello stato di Palestina alle Nazioni Unite. Per prendere forma, la nazione palestinese ha bisogno di passare in Consiglio di sicurezza, e l’ambasciatore americano, Susan Rice, ha già fatto sapere che “non basterà un documento per fare uno stato”. Soprattutto se prima non si farà chiarezza su quali sono i suoi confini.