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I conflitti del futuro sono già scritti nella logica della Geografia di oggi

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I popoli e le idee possono influenzare gli eventi, ma chi li determina veramente è la geografia, oggi ancor più di ieri. Per comprendere i conflitti futuri, è tempo di spolverare i filosofi dell’epoca vittoriana che meglio di altri hanno compreso la fisicità del mondo in cui viviamo. Un giornalista che ha viaggiato in lungo e in largo offre una guida interpretativa della cartina orografica del globo, e un’anteprima sul prossimo scontro.

Quando, vent’anni fa, una folla di tedeschi in delirio buttò giù il Muro di Berlino, si trattò di un evento che andava al di là del superamento di un confine arbitrariamente imposto. Fu l’inizio di un ciclo intellettuale che considerava superabili tutte la divisioni, geografiche o di altro genere, e guardava con accesa antipatia a termini come “realismo” o “pragmatismo”; e che invocava l’umanesimo di Isaiah Berlin o ricordava la politica di appeasement (distensione a costo di pesanti concessioni, ndt) verso Hitler a Monaco per lanciare un intervento internazionale dopo l’altro. In questo modo, il liberalismo armato e il neoconservatorismo promotore della democrazia degli anni Novanta condividevano le stesse aspirazioni universalistiche. Ma ahimè, quando la paura di una nuova Monaco va troppo oltre il risultato è il Vietnam – o, come adesso, l’Iraq.

Così iniziò la riabilitazione del realismo, e con essa un nuovo ciclo intellettuale. “Realismo” è adesso un marchio rispettabile, “neocon” un termine da deridere. L’analogia del Vietnam ha sconfitto quella di Monaco. Thomas Hobbes, che lodava i benefici morali della paura e guardava all’anarchia come al principale pericolo per la società, ha rimpiazzato, nel presente ciclo, Isaiah Berlin quale filosofo di riferimento. La tendenza attuale è quella di lasciare da parte gli ideali universali e mettere a fuoco le diversità – etniche, culturali, religiose. Coloro che, dieci anni fa, indicavano una tale strada venivano tacciati di “fatalismo” o “determinismo”. Adesso vengono lodati in quanto “pragmatisti”. E questa è proprio la chiave di lettura degli ultimi vent’anni: al mondo esistono cose peggiori della tirannia, per quanto brutale essa sia, e in Iraq ce le siamo tirate addosso. Lo dico dopo aver sostenuto quella guerra.

Così adesso, dopo aver subito il castigo, siamo tutti diventati realisti. O almeno, è questo che crediamo. Ma essere realisti vuol dire qualcosa di più che opporsi alla guerra in Iraq dopo aver saputo che avrebbe avuto un corso negativo. Essere realisti vuol dire riconoscere che le relazioni internazionali sono governate da una realtà più triste e limitata di quella che governa gli affari nazionali. Significa dare un’importanza maggiore all’ordine rispetto alla libertà, perché quest’ultima acquista significato solo dopo che il primo è stato stabilito.

Significa porre l’attenzione su ciò che divide l’umanità piuttosto che su ciò che la unisce, al contrario di quel che vorrebbero i grandi sacerdoti della globalizzazione. In breve, “realismo” significa riconoscere e accettare quelle forze al di là del nostro controllo che limitano l’azione dell’uomo – la cultura, le tradizioni, la storia, l’oscura onda delle passioni che giace appena dietro il velo della civiltà. E si arriva a quella che, per i realisti, è la domanda centrale in politica estera: chi può agire, e in che modo, e su chi? E di tutte le sgradevoli verità in cui il realismo affonda le proprie radici, la più nuda, scomoda e deterministica è la geografia.

In effetti, ciò che sta avvenendo con il recente ritorno in auge del realismo è la vendetta della geografia, nell’accezione che se ne dava qualche secolo fa. Nel XVIII e nel XIX Secolo, prima che le scienze politiche assurgessero al ruolo di disciplina accademica, la geografia era un’onorata, anche se non ben formalizzata, disciplina, in cui politica, cultura ed economia venivano spesso definite in relazione a una cartina geografica. Durante i periodi vittoriano o eduardiano, le montagne e gli uomini che le popolavano erano il primo elemento a venir preso in considerazione; le idee, per quanto elevate, soltanto il secondo.

Eppure, abbracciare la geografia non significa considerarla come una forza implacabile contro cui l’umanità è impotente. Significa piuttosto valutare la libertà e le scelte dell’uomo accettando il fatto che, almeno in una certa misura, siano determinate dal fato. Ciò è tanto più vero adesso, con la globalizzazione che va rinforzando, non attenuando, l’importanza della geografia. Le comunicazioni di massa e l’integrazione economica stanno indebolendo diversi stati, rivelando un mondo hobbesiano fatto di piccole, frammentate regioni, all’interno delle quali i fattori etnici, culturali e religiosi vanno riaffermandosi. Si tratta di fattori ancorati a territori diversi, che sono spiegati nel modo migliore dal metodo geografico. Come le faglie geologiche determinano i terremoti, il futuro politico sarà definito da conflitti e instabilità basati su un’analoga logica geografica. Lo scompiglio provocato dall’attuale crisi economica sta aumentando ancor di più l’importanza della geografia, indebolendo l’ordine sociale e le altre sovrastrutture dell’umanità e lasciando come unico riferimento le frontiere naturali del pianeta.

E allora anche noi abbiamo bisogno di tornare alla cartina geografica, in particolare a quelle che chiamo le “zone frantumate” dell’Eurasia. Abbiamo bisogno di riportare in auge quei pensatori che meglio conoscevano il territorio. E abbiamo bisogno di aggiornare il loro pensiero, per non farci trovare impreparati quando la geografia si prenderà la sua vendetta. (continua...)

Robert Kaplan è corrispondente del “The Atlantic” e senior fellow del Center for a New American Security

Tratto da Foreign Policy

Traduzione Enrico De Simone

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