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Quando il gioco si fa duro

I conservatori americani non devono mollare né rinnegare i loro valori

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Ebbene, sì che è finito. Chiunque, da James Carville a Colin Powell, lo va dicendo. “Il partito repubblicano è in guai grossi” ha detto il generale Powell a un gruppo di persone pronte a pagarlo piuttosto bene per questa sua profonda analisi. “Gli americani vogliono pagare le tasse in cambio di servizi. Gli americani vogliono più governo nella loro vita, non meno”.

Che lo vogliano o meno, sicuramente lo avranno. E se vi piacciono i grandi governi, pensate solo a quanto sarà grande una volta che entrambi i partiti avranno aderito al concetto. Ricorderete che Powell ha votato per Barack Obama, uscendosene con frecciate pubbliche verso il suo “caro amico” John McCain, dopo anni di più discrete frecciate  - raccolte in genere da Bob Woodward - verso i suoi non altrettanto cari colleghi nell’amministrazione Bush. Ma a voler essere onesti con l’ex segretario di Stato, il suo arioso avallo della formula 'più governo e più tasse' è quanto di più vicino a una dottrina politica coerente abbia mai avuto.

Una delle più celebri dichiarazioni di Powell è stata quando espresse la sua logica stringente; dopo la guerra del Golfo del ‘91, si oppose in questi termini a un possibile intervento americano nei Balcani: “Operiamo nel deserto, non sulle montagne”, spiegò. In realtà, in quel periodo, gli Stati Uniti avevano appena cominciato a operare nel deserto. La decisione presa dal primo Bush, su insistenze dello stesso Powell, di non rovesciare Saddam e di fermare le forze della coalizione alle porte di Baghdad, fu un messaggio rivolto al mondo intero – sull’America e i suoi scopi – di cui scontiamo ancora le conseguenze.

Saddam ne approfittò per prendersi una sanguinosa rivincita su curdi e sciiti, che mai si sarebbero immaginati che le superpotenze del mondo avessero allestito una poderosa coalizione solo per combattere una mezza guerra, terminandola quando ancora non era decisa. Si tratta di uno scorcio interessante di quello che significa essere tra chi beneficia della celebrata “moderazione” di Powell.

E così non ho una grande considerazione del pensiero strategico di Powell, in casa o all’estero. Per come la vede il generale, il partito repubblicano deve essere come una “grande tenda”: in questo momento la tenda è vuota, con appena qualche “povero esaltato” e degli ospiti nei talk-show “che cercano lo scontro” e appaiono simili a dei forsennati nell’atto di sbranare dei poveri agnelli. Nella tenda  democratica invece ci sono neri, gay, sindacati, professori, Ben Affleck: una parata di diversità.

In effetti, la tenda del GOP ha molti poli: contiene i conservatori in campo sociale, i liberali, i conservatori in campo fiscale, i falchi della sicurezza nazionale. Questi gruppi non sempre  vanno d’accordo. I conservatori soffrono la tolleranza dei liberali verso i matrimoni gay e l’aborto. I liberali non capiscono l’ossessione dei falchi verso la crescita di certe nazioni nelle zone più infernali dell’Islam. Tanti falchi non comprendono perché mai i conservatori siano tanto restii ad aumentare le tasse quando c’è una guerra in corso. C’è bisogno di un grande sforzo per conciliare tutte queste componenti in misura sufficiente a mantenere in piedi la tenda. E all’inizio del ciclo elettorale del 2006, tra un Congresso che si rifiutava di parlare di soldi e una guerra che sembrava essersi trasformata in una serie infinita di difficili operazioni coloniali, i diversi poli del GOP avevano iniziato ad agitarsi.

La coalizione repubblicana è come un matrimonio senza amore che si protrae nel tempo: arrivano i tempi cattivi, e quelli pessimi. E, sebbene liberalismo e conservatorismo sociale siano dottrine dai principi a prova di errore, i capricci della politica fanno sì che spesso siano rappresentati ufficialmente da opportunisti assolutamente fallibili e senza principi come Arlen Specter (il senatore repubblicano passato con i democratici, ndt) o da mezze figure, anch’esse senza principi, come Lincoln Chafee (il senatore repubblicano non rieletto alle ultime politiche che nel 2007 è uscito dal  partito, ndt). Nel frattempo, nell’altra tenda, festeggiano la diversità con un’idea spietatamente fissa: nella parata democratica, qualunque sia il tuo problema, il governo è la risposta. Il governo è il mezzo, il governo è il fine, il governo è la magia. Tutto ciò dà loro un’unità d’intenti con cui il GOP non può competere.

Eppure, eppure... Lo scorso novembre, nonostante la dissipatezza fiscale del GOP, nonostante la October surprise nel settore finanziario, persino con una raffazzonata lista di nomine incapaci di articolare una qualsiasi logica intorno alla candidatura per le presidenziali o anche mettere insieme un pensiero coerente in economia; nonostante un compagno di corsa vittima di una brutale eliminazione tutta giocata su argomenti frivoli, nonostante il suo avversario fosse un affascinante, carismatico beniamino dei media di importanza storica, e nonostante dovesse scontare il ciclo naturale di un sistema bipartitico, il candidato “senza speranza” e poi “travolto” ha pur sempre ottenuto il 46 per cento dei voti. Va bene, non è il 51 per cento. Ma anche così, il 53 per cento di Obama non è stato un cambiamento della portata di un terremoto, anche se Obama crede che lo sia.

Per dirla alla Powell, il generale pensa che il partito repubblicano sia nel deserto. In realtà sta scalando una montagna. Tutto sommato, la resistenza del conservatorismo americano è una delle rivelazioni più considerevoli della recente storia politica occidentale. Sta lottando contro membri del suo stesso partito, contro un sistema dei media che – sulle questioni che contano – assume come posizione di base quella dei democratici.

Si consideri questo più che benevolo profilo di Colin Powell scritto da Todd Purdum sul New York Times nel 2002: “L’approccio di Powell a quasi tutti i problemi (esteri o nazionali) è pragmatico e non ideologico. E’ internazionalista, multilateralista e moderato. Ha appoggiato il diritto all'aborto ed è stato sempre propositivo”. E dunque, sostenere “l’internazionalismo”, “il multilateralismo”, “l’aborto e le quote razziali” significa essere “moderati” e “non ideologici”? E chi la pensa in modo diverso è accecato dall'ideologia? Assolutamente. L’obiettivo di una larga fetta della sinistra non è prevalere nel dibattito pubblico ma cancellarlo prima che abbia inizio.

Uno può farlo in tanti modi: aggredendo i conservatori quando appaiono all’università, proibendo i “discorsi dell’odio” con decisioni fantasiose di giudici attivisti o semplicemente, come fa il Times, dichiarando ogni volta che la tua posizione è quella “moderata” e “non ideologica”, anche quando, come capita spesso, la posizione “estrema” è appoggiata dalla maggioranza degli elettori. In questo modo, per Colin Powell è Ann Coulter a essere brutale, e non Michael Moore, che paragona i jihadisti che fanno saltare in aria i soldati occidentali in Iraq ai Minutemen americani e viene ricompensato con un posto accanto a Jimmy Carter nel box presidenziale alla Convention democratica.

E’ una montagna, e sta diventando sempre più ripida da scalare. Le promesse di una “libera” assistenza sanitaria renderanno altri elettori suscettibili alle blandizie di uno stato-bambinaia. I democratici hanno i loro piani per Internet e la radio che porteranno a diminuire le voci repubblicane. Ancora una sessione della Corte suprema, e il Primo e Secondo emendamento cominceranno a essere rosicchiati. Gli uomini di Obama alla ACORN, già sotto indagine in diversi stati per registrazione irregolare dei votanti, avranno una parte di primo piano nel censimento del 2010.

Ma quando il gioco si fa duro, non puoi, come suggerisce Powell, “muovere verso il centro”. Sei tu che devi attrarre il centro verso di te, come fecero Ronald Reagan e Margaret Thatcher. E’ una mossa più difficile, ma se la scelta è tra più governo e più tasse, o più libertà e maggiori opportunità, allora io scelgo la seconda possibilità, e così dovrebbe fare il partito repubblicano, per quanto difficile possa essere. A differenza di Colin Powell, il conservatorismo non ha paura delle montagne.

Mark Steyn è un editorialista della National Review ed è autore di "America Alone"

Tratto da "National Review"

Traduzione di Enrico De Simone

 

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