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I consumatori temono più i pesticidi nel piatto che gli Ogm. E hanno ragione

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Nella querelle "OGM si", "OGM no" non mancano le sorprese. Gli  anatemi contro le piante geneticamente migliorate  lanciati da Greenpeace, Legambiente o COOP sono all’ordine del giorno e oggi non fanno più notizia.

Ma quando il Presidente di Syngenta Italia, una delle principali aziende globali dell’agroindustria, dalle pagine della leghista Padania, dice che  gli OGM “non fanno parte dell’agricoltura responsabile in cui si configura la nostra attività nel Continente” più di uno dei non addetti ai lavori si sentirebbe a dir poco confuso. Syngenta è infatti in attesa dell’approvazione europea per la coltivazione del suo mais bt 11.

C’è da capire in realtà che  la partita sugli OGM non si gioca fra buoni e cattivi, fra difensori dell’ambiente ed eco-pirati, fra puristi degli antichi saperi contadini e barbarici invasori del piatto.

Sugli OGM si confrontano due filosofie del business agroindustriale di tutto rispetto: la prima legata alla  protezione delle piante attraverso ingenti investimenti in ricerca di nuove molecole; la seconda che vede proprio nella genetica e negli OGM uno strumento utile a ridurre progressivamente la dipendenza dell’agricoltura dalla ricerca chimica. E la diaspora non è poca cosa, considerato che il Ministro tedesco dell’agricoltura Aigner ha recentemente vietato la coltivazione del mais transgenico della Monsanto in Germania dichiarando che “le modificazioni genetiche sono essenzialmente un sostituto della protezione della protezione delle piante ottenuta con i prodotti chimici, sull’impiego dei quali (al contrario degli OGM), nessuno protesta” . 

Le incaute parole del Ministro germanico hanno evidenziato quindi alcune crepe nel muro di resistenza contro gli OGM; un muro che rimane europeo perché europee sono le aziende leader nei prodotti chimici per la protezione delle piante, un business che vale diversi miliardi di dollari e decine di migliaia di posti di lavoro e che oggi è attaccato a livello globale dalle aziende americane, che da anni riversano i propri profitti nel prodigio dell’ingegneria genetica.

In Italia questo confronto è vissuto anche all’interno di Federchimica, dove convivono Agrofarma, l’associazione delle industrie produttrici di erbicidi e pesticidi, ed Assobiotec, a cui sono iscritte le multinazionali degli OGM.

Spesso si tratta delle stesse aziende, ma mentre da anni Agrofarma collabora con Coldiretti per comunicare sull’uso sicuro dei prodotti chimici per l’agricoltura, Assobiotec  fa fatica a trovare proseliti,  vista la Santa Alleanza contro gli OGM. A nulla valgono i sondaggi sui consumatori, che temono molto più i pesticidi nel piatto rispetto agli OGM.

Qualche anno fa la COOP fece una pubblicità televisiva in cui comunicava apertamente di escludere i pesticidi e gli OGM dalle proprie linee propri prodotti a marchio. Qualche settimana dopo, probabilmente a seguito di pressioni della Coldiretti, gli OGM non erano più in buona compagnia, ma restavano come unici prodotti messi all’indice dalla principale catena della grande distribuzione italiana.

Di fronte a questa situazione occorrerebbe un’operazione di trasparenza ovvero dichiarare la realtà degli interessi in gioco. Ne varrebbe la pena per dare un’informazione più obiettiva ai consumatori; per parlare di fatti e non di opinioni ideologiche; per far tornare a lavoro i nostri ricercatori pubblici che sull’ingegneria genetica avevano un tempo puntato per salvare i prodotti tipici della nostra agricoltura.

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