I conti pubblici dell’Anp e la crescita sono i veri problemi di Abu Mazen

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I conti pubblici dell’Anp e la crescita sono i veri problemi di Abu Mazen

27 Settembre 2011

Roma. Tornato a Ramallah, domenica scorsa, Abu Mazen, ha ricevuto un’accoglienza degna di una rock star. La maggioranza dei palestinesi hanno, infatti, vissuto la richiesta all’Onu come una vittoria, almeno sul piano morale, da festeggiare nelle piazze della de facto capitale palestinese fino a tarda sera. C’è qualcosa però di cui il presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) non parla: le fortissime difficoltà economiche della Cisgiordania, che rischiano di affossare, in partenza, qualsiasi progetto per uno stato autonomo.

Nelle settimane prima del voto gli ammonimenti sulle imminenti avversità economiche sono arrivati dalla Banca mondiale e dal Fondo monetario internazionale. Senza fronzoli, le conclusioni dei due istituti sono state le stesse: l’economia della Cisgiordania rischia di entrare in una fase di crisi se non verrà risolto velocemente il problema della liquidità. Le casse dell’Anp, infatti, sono in rosso di almeno 300 milioni di dollari (cifra di poco valore per l’occhio occidentale ma di notevole importanza per i Territori) e sono già due mesi che Ramallah non riesce a pagare gli oltre 150 mila dipendenti pubblici che tiene a busta paga. Ma il pubblico impiego è soltanto una conseguenza di una struttura economica che non è ancora in grado di sopportare il peso di essere una nazione.

Va detto però, il rapporto della Banca mondiale si esprime in modo favorevole sulle riforme implementate negli ultimi due anni e come dice all’Occidentale Elliott Abrams, del Council on Foreign Relations, think tank con base a New York, “basta guardare agli anni di Arafat per capire quanto le infrastrutture della Cisgiordania siano state sviluppate negli ultimi tempi”. Tuttavia, nonostante le infrastrutture siano migliorate, resta precipuo il problema della mancanza di capitale. I motivi – continua Abrams ­- sono numerosi. La crisi dell’economia dei Territori del 2011 mette in luce la fortissima dipendenza di Ramallah dagli aiuti stranieri. In tutto, calcolano gli analisti (anche se la cifra complessiva non è conosciuta), l’Anp riceveva da paesi stranieri più di un miliardo di dollari di aiuti annui (circa il 50 per cento del budget), 600 milioni dei quali dagli Stati Uniti.

Dall’inizio del 2011 però gli aiuti complessivi giunti nelle casse di Ramallah sono stati poco più di trecento milioni. Da un lato Washington ha continuamente minacciato di tagliare i fondi ad Abu Mazen come ritorsione all’inamovibile decisione del leader dell’Anp di presentare la domanda di riconoscimento al Consiglio di sicurezza: da settimane una commissione bipartisan del Congresso americano sta studiando come tagliare i fondi all’Anp. Ma, oltre agli Stati Uniti i grandi assenti- ricorda all’Occidentale Elliot Abrams – “sono stati i donatori arabi.

A oggi il Golfo ha mandato soltanto ottanta milioni di dollari in aiuti. Sì, è un anno di crisi ed è l’anno della primavera araba ma questo non ha impedito ai sauditi di versare 1,3 miliardi di dollari in aiuti alla Giordania e promettere dieci miliardi in dieci anni al Bahrain”. Così appena gli aiuti sono cessati è diventata evidente la bolla dell’economia dei Territori, che prima del 2011 cresceva all’otto per cento, ritmi che, almeno a livello nominale, erano paragonabili ad altre economie in via di sviluppo. Poi il crack: nel 2011 la crescita si è più che dimezzata fermandosi  al quattro per cento.

Il settore immobiliare che aveva trainato la crescita nel biennio 2008-2010 si è fermato: i prezzi delle case erano aumenti del trenta per cento e ingenti quantità di investimenti del Golfo si erano impegnati nella costruzione di grandi centri commerciali (come l’ Ersal fuori Ramallah, degno di una città americana), adesso fermi per mancanza di fondi. Rimangono, evidenzia la Banca mondiale, anche problemi legati alla blocco dei confini. Il governo israeliano, infatti, non permette il libero scambio di merci e capitali dai territori, condizione che ha impedito all’industria palestinese di svilupparsi su larga scala. Nel 2009 Netanyahu aveva cominciato ha diminuire le costrizioni facendo respirare l’economia dei Territori.

Tuttavia, dopo il blitz diplomatico all’Onu di venerdì scorso è difficile, se non impossibile, che il governo israeliano continui la sua politica di riforme, anzi è più che probabile una ritorsione che nel corto periodo peggiorerà ulteriormente le condizioni economiche.