Identità e guerra

I curdi, i turchi e noi: perché spesso ci risulta così difficile capire le dinamiche mediorientali?

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1971

Laggiù, tra Kobane ed Erbil, scorrono profonde le cicatrici della storia. Confine sottile tra civiltà, confine impalpabile tra presente ed eterno. Laggiù a distinguere le persone non è lo spazio né il tempo, non una scelta ma solo un dato di destino: l’appartenenza ad una razza, l’appartenenza ad un’etnia, perfino l’appartenenza ad una religione. Non si può scegliere la propria condizione in quelle distese polverose. Si è curdi o yazidi, sunniti o sciiti, cristiani perfino, perché così si è nati ed è questa condizione ineliminabile a segnare l’essere di ognuno. Essere appunto e non volere. C’è una differenza verbale al fondo della nostra difficoltà di comprendere quelle terre così beate e così dannate. Da quelle parti computare le differenze non è solo questione di accesso alla ricchezza, di classi sociali (esiste anche lì la povertà certo), e non è nemmeno un problema di appartenenza nazionale per come noi potremmo intenderla (autorità e stabili confini). Vi è qualcosa in più che si somma a tali circostanze, rendendole secondarie: il dato forte dell’identità, etnica o religiosa (a volte etnica e religiosa), che pesa ineliminabile sì, ma che anche, insopprimibile, descrive e colora l’esistenza di ognuno. Una condizione immutabile dunque, non relativa. Ecco perché, in quelle terre, parlare di identità significa parlare del proprio essere: è pura ontologia.

Ecco perché, in quelle terre, difendere e combattere per la propria identità significa difendere e combattere per il proprio essere. È evidente allora che, in una realtà come quella appena descritta, non si possa più ragionare di ore, giorni ed anni, di chilometri e distanze, di singole esistenze: tutto si scioglie in qualcosa di più grande, tutto appartiene a qualcosa di più alto. Vita, morte, felicità, sangue: tutto è contingente per la civiltà dell’essere, un granello di sabbia di un più ampio deserto.

Ebbene la vera sfida è riuscire a leggere con questi occhi quello che accade nell’Oriente più prossimo. Certo però in questa logica così diversa dalla nostra e non di per sé migliore, noi non ci troviamo a nostro agio. Abbiamo superato il concetto di appartenenza quando abbiamo detto che la nostra ragione poteva costruirsi da sola la propria identità ed il proprio essere; cosa certo nobile, se non fosse che, oggi in Occidente, temiamo così tanto le ombre che da soli abbiamo creato da fuggire davanti al primo raggio di sole per paura che possa stenderle sulla strada dietro di noi. Che senso ha allora fare il tifo per i curdi o per i turchi? Da una parte l’eroismo romantico delle donne curde contro la vigliacca barbarie di Daesh, dall’altra la legittima volontà turca di tenere in sicurezza i propri confini: la nobiltà profonda del primo non toglie le ragioni pur condizionate della seconda. La verità è un’altra. Ciò che dovremmo realmente chiederci è se la nostra di civiltà (europea soprattutto) sarebbe capace oggi di combattere allo stesso modo per il proprio essere o anche solo per i propri interessi. Chiederci ancor prima se la nostra Kultur possieda la forza di esprime una visione chiara di sé stessa e della realtà, meritevole di sacrificio. Chiederci se, più che tifare, sappiamo noi “essere”. Conosciamo tutti la risposta!

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