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Mediamorfosi del Jihad

I cyberterroristi assediano la Francia e imparano a costruire bombe online

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Dopo il ritrovamento di materiale esplosivo nel grande magazzino Printemps-homme Haussmann il presidente Nicolas Sarkozy ha dichiarato: “Dobbiamo essere molto prudenti. La polizia sta analizzando la natura degli esplosivi e le rivendicazioni giunte fino a questo momento. Contro il terrorismo bisogna essere sempre vigili e agire con fermezza: non ci sono alternative”. E il primo ministro Fillon: “La minaccia terrorista in Francia è forte ma il paese non cederà”. E la minaccia in effetti c’è ed è dura da contenere. Uno studio del ministero degli interni pubblicato due mesi fa riporta la vastità della Rete informatica jihadista in Francia, svelando la strategia di Al Qaeda sul web. Ora si scopre che uno degli arrestati per le bombe (inesplose) al magazzino Haussmann  avrebbe diffuso “minacce su internet”.

Lo studio, patrocinato dal ministero dagli interni francese (chapeau), analizza la propaganda degli islamisti radicali online. Il jihadismo sul web ha raggiunto proporzioni "industriali" e minaccia apertamente la Francia. A divulgare la notizia era stato il quotidiano francese "Le Figarò", presentando il lavoro di due dei massimi esperti in materia, Walter Akmouche e Henri Hemery, che hanno analizzato il fenomeno del cyberterrorismo per conto dell’istituto di sicurezza Inhes (Institut national des hautes études de sécurité) diretto da Pierre Monzani. Lo studio ha rilevato che i siti inneggianti alla guerra santa registrano migliaia di contatti in Francia. Quello di un sito che sostiene “la resistenza irachena”, per esempio, conta più di duecento visite al giorno. La Francia è al quinto posto tra gli stati che cliccano di più i siti del terrore, prima dell’Egitto e dell’Arabia Saudita.  

I jihadisti si farebbero consigliare da veri e propri assi del marketing a distanza. I discorsi di al-Zawahiri, il numero due di al Qaeda, vengono mandati in onda da un'agenzia di comunicazione. Abou Moussab al-Zarqaoui si è fatto tradurre le sue tradizionali invettive in dialetto giordano per diffondere parole all’apparenza più calme e pacifiche. Il copy strategy dà i suoi frutti. Se nel nell'aprile del 2006 in Francia si contavano 74 siti del Jihad oggi sono “quasi duecento”, come dichiara la polizia postale, che ammette la complessità crescente di questo lavoro. Secondo l’agente Walter Akmouche: “ormai i jihadisti sono in grado di utilizzare la stéganographie, dei software che permettono di camuffare un messaggio dietro un’immagine o una fotografia.

Le autorità francesi non fanno altro che chiudere siti paraterroristi ma cacciandoli dalla porta quelli rientrano dalla finestra. assabyle.com era stato chiuso per le minacce rivolte all’allora ministro degli interni Sarkozy ma è stato riaperto una settimana dopo col nome ribaat.org. E ancora: al-ansar.biz venne chiuso dopo aver diffuso il video della decapitazione dell’ebreo-americano Nick Berg ma in seguito è rispuntato sotto mille altre denominazioni (geocities.com/al-ansar, ansarnet.ws, inn4news.net…). Il caleidoscopico islah.org è disponibile in varie versioni.

Akmouche ed Hemery fanno notare che i jihadisti sembrano coscienti della “scarsa conoscenza dell'arabo fra le giovani generazioni di francesi che vivono in quartieri a prevalenza islamica” ed è per questo che i cyberterroristi traducono i loro siti in francese, tedesco e inglese: “Su Internet esistono siti che impartiscono una formazione di base per la guérilla”, quella urbana, in particolare, scaricabili in riviste formato PDF. Si studiano la fabbricazione degli esplosivi, s’impara come montare e rismontare una pistola, si leggono istruzioni come questa: “Vi raccomandiamo obiettivi facili, all'inizio. In Algeria colpite i francesi. Dopo gli ebrei, se volete colpire un cristiano ecco qual è la classifica di scelta: americani, britannici, spagnoli, australiani, canadesi e italiani”. Fai clic e ubbidisci. La propaganda si accompagna a una sorta di “e-learning” a distanza molto utile per gli internauti che sono impazienti di andare all'attacco. Un pericolo reale e virtuale.

La "mediamorfosi" del Jihad è una sfida lanciata alle società occidentali fondate sul riconoscimento dei diritti umani e sulla elevata considerazione per la vita di ogni singolo individuo. L’attacco alla base della nostra convivenza civile non parte da poveri nomadi del deserto. Ci sono esperti di telecomunicazione a dirigere la filiale del terrore che si espande in ogni settore dell’industria integralista. Gli autori del Jihad virtuale aspirano a raggiungere un’audience sempre più elevata per influenzare i naviganti e convincerli della bontà della causa. Le tecnologie moderne facilitano la struttura reticolare del Terrore. Gli attentatori dimostrano di conoscere a fondo la logica dei media occidentali e le loro tecniche comunicative: puntano su significati simbolici e sulla spettacolarità, sui segnali e sui simboli. Inquinato la vita normale dei cittadini comuni, impegnati in occupazioni comuni come può essere navigare in Rete.

Mobilitando l’attenzione i cyberterroristi orientano l’interesse collettivo della popolazione. Pochi altri avvenimenti come l’11 Settembre o l’attacco a Mumbai offrono le stesse caratteristiche di “notiziabilità”: massima spettacolarizzazione degli effetti e assoluta immediatezza della comprensione. Questi eventi irrompono all’improvviso nella realtà bucando il video e penetrano nella trama delle nostre relazioni quotidiane destando attenzione, curiosità e paura. Paura dell’improvviso, paura della violenza, paura della diversità. Uno degli ignobili macellai che fece strage degli atleti israeliani a Monaco disse a  un giornalista che gli chiedeva se il massacro fosse servito a qualcosa: “è servito. Ora tutto il mondo ascolta la nostra voce”. Trent’anni dopo gli islamisti hanno imparato a usare la nostra tecnologia, Internet, BlackBerry, YouTube. Sono dei postmodernisti reazionari che sanno farsi ascoltare. Ci offrono uno degli spettacoli di cui andiamo più ghiotti, quello del sangue. 

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