I Democratici di Svezia, alle radici del successo elettorale

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I Democratici di Svezia, alle radici del successo elettorale

22 Ottobre 2010

Si chiamano Sverigedemokraterna e il loro simbolo è una margherita blu e gialla piegata leggermente dal vento. Sono i democratici svedesi, che nelle ultime elezioni hanno rimesso in discussione il monopolio della socialdemocrazia nel sistema più politically correct del mondo.

Ottenendo il 5,7 per cento di voti e 20 seggi, la Svezia Democratica (Sd), si è imposta come novità politica del 2010, entrando in Parlamento dalla porta principale. “Abbiamo scritto una pagina storica”, ha esultato il leader del partito di estrema destra Jimmie Åkesson, il trentenne dalla faccia pulita, i grandi occhiali e gli argomenti feroci. Messa a tacere l’anima neonazi, il leader ha raddoppiato il risultato del 2006. Questo avanzamento risente certamente dell’“imborghesimento” dei modi e dei toni imposto dal capofila dei democratici svedesi, sul modello britannico del British National Party di Griffin o belga del Vlaams Belang di Dewinter. Gran parte della critica pensa si tratti di un travestimento delle nuove destre estreme, altri parlano di nuova stagione dell’estremismo e i giornali, soprattutto stranieri, additano l’Sd come neonazi. Non è forse superficiale accusarli a priori di essere ancora spietatamente razzisti, soprattutto alla luce di quello che sta accadendo in Europa in relazione alle ondate migratorie sempre meno tollerate dai cittadini e al fallimento ormai conclamato del multiculturalismo (Angela Merkel docet)?

Certo, il partito ha radici ben poco tolleranti in fatto di immigrati e, a scorrere le liste dei candidati, c’è ancora qualche nome dal passato imbarazzante – notano gli svedesi che conoscono la storia politica del paese – ma gli intenti, da quanto emerge dai tre punti del loro programma, sembrano altri: meno immigrazione, maggiore sicurezza, più soldi ai pensionati. “L’accusa di razzismo non sta in piedi – dice Eric Almqvist, 28 anni, candidato al parlamento e portavoce del partito – nessuna delle nostre proposte è razzista. Vogliamo una società più omogenea dal punto di vista culturale, linguistico e dei valori, non ci interessa il colore della pelle”. Del resto Akesson ha ripulito il partito dalle scorie neonaziste di un tempo. Non c’è più la fiamma nel simbolo, tra gli slogan si sente meno il “manteniamo la Svezia svedese” dei tempi più bui.

Il dato di fatto è che il Partito dei Democratici svedese ha riportato in auge il concetto del “razzismo differenzialista” secondo cui tutti i gruppi etnici hanno delle caratteristiche proprie e per questo non possono stare insieme. Ma sarebbe una conclusione troppo affrettata ritenere la vittoria del Sverigedemokraterna semplicemente legata alla xenofobia o all’esistenza dello “scontro di civiltà” preconizzato da Samuel Huntington ben 18 anni fa. Razzismo e integralismo sono due facce della stessa medaglia coniata dalla crisi del modello sociale europeo determinatosi, a partire dagli Novanta, con la pericolosa divaricazione dei diritti civili da quelli economici e sociali. Sull’onda di un malcontento che sta investendo quello che per antonomasia è il “paradiso svedese” – modello d’eccellenza di welfare state costruito dai socialdemocratici e diventato il mito di parte della sinistra europea negli anni Settanta e Ottanta –, dove però ben il 18% della popolazione è di origini straniere.

La verità è che il cittadino medio pur credendo ancora al binomio “crescita e welfare”, di fronte allo stato delle cose preferisce la chiusura, per la difesa del territorio e proprio sulla scia di questo sentimento comune il nuovo Partito dei Democratici in Svezia è riuscito a imporsi. I flussi migratori intensi e senza filtri di arabi, maghrebini, senegalesi, turchi, la mancata integrazione degli stranieri, la formazione di enormi ghetti islamici alla periferia delle città e i problemi di sicurezza pubblica hanno creato un malcontento generalizzato, giunto dopo anni di preoccupazioni per una politica migratoria considerata da molti “troppo generosa”. Oggi gli stranieri rappresentano in seno alla popolazione svedese totale una percentuale considerevole, troppo alta per un paese che conta meno di 10 milioni di abitanti disposti in modo non uniforme su 450 mila chilometri quadrati di territorio.

Molti chiedono solo asilo politico per sfuggire da una guerra o da una dittatura – come dimenticare l’episodio del 2004, quando centinaia di immigrati in Svezia che fecero domanda di asilo si mutilarono, con profondi tagli o acido, distruggendo le proprie impronte digitali per evitare che i servizi di immigrazione potessero stabilire se erano transitati per un altro paese europeo dove avrebbero potuto essere rispediti. Costoro ricevono dallo Stato un sussidio, un alloggio e aiuti di vario genere per far fronte alle necessità più importanti. Un peso che molti elettori, a fronte della crisi globale, considerano ormai eccessivo per le loro spalle.