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I Dico, i Teodem e i fischi della piazza

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Sabato 21 aprile, Congresso della Margherita. Nello stesso giorno, a poche ore di distanza, i vertici politici dei Dl approvano due ordini del giorno: uno a favore della partecipazione al family day e un altro per ribadire l'appoggio ai cosiddetti "Dico". Una contraddizione in termini o una scelta politica strategica? Gaetano Quagliariello, senatore di Forza Italia, che ha sollevato la questione pubblicamente con una nota, sostiene: “La circostanza permetterebbe di maramaldeggiare. Se non lo si fa è per la considerazione del problema serissimo che essa pone e che riguarda sia l'identità dei cosiddetti cattolici democratici sia la loro collocazione nel futuro Partito Democratico”.

Sul fronte dei cattolici di sinistra, i temi etici aprono la strada a non poche contraddizioni: “Se la nozione di progressismo sociale consentiva una facile sintesi tra la sinistra e una parte del mondo cattolico, – continua il senatore forzista – quando si passa al progressismo etico-antropologico i dubbi divengono grandi, se non insuperabili. Siamo consci di questa difficoltà e, da avversari, la rispettiamo. Essa però non può risolversi con un gioco delle tre carte a scapito della serietà di tutti”.

Insomma, sulle questioni sociali non si scherza: bisogna stare da una parte o dall’altra. E l’appuntamento romano pro-famiglia del 12 maggio è un’occasione per dimostrarlo. “Il family day è nato contro i Dico, lo sanno tutti”, afferma Eugenia Roccella, voce laica delle Associazioni cattoliche che hanno firmato il Manifesto “più famiglia”. “Non è una manifestazione contro il governo ma certamente è contro quella normativa specifica che regolamenta e rende pubblico il riconoscimento delle coppie di fatto”. Insomma, o si va in piazza o si è per i Dico: “Lo attesta a chiare lettere il manifesto dei promotori. Questa alternativa deve valere per tutti, anche per i cattolici democratici della Margherita. In caso contrario, quello che i promotori hanno definito un "convenire festoso" si trasformerebbe in un inutile happening al quale ognuno sarà autorizzato a partecipare con la propria particolare idea di famiglia”. E allora come si spiegherebbe la doppia mozione? “È evidente che il Manifesto i politici della Margherita, o di quel che resta di essa dopo il Congresso, non l’hanno neanche letto. Lì sono ribaditi a chiare lettere tre sì e un no, e il no è ai Dico. E non c’è discussione su questi tre punti fermi. Quella al family day non è una generica partecipazione, non è una passerella, chi viene si impegna politicamente contro i Dico con tutta la gente che ci sarà quel giorno. I firmatari di quelle due mozioni devono rispondere, responsabilmente, delle loro azioni politiche”.

Eppure c’è chi all’interno della Margherita le idee chiare sembra averle. È Paola Binetti, teodem dichiarata, che sostiene: “Sarò presente. Ma non ho firmato la mozione dei Dico. So benissimo che tra le due cose non c’è compatibilità. E sarò presente per partecipare a quel sì corale che la gente vorrà tributare alla famiglia. Sarà un sì che va oltre gli schieramenti di partito e oltre le divisioni tra laici e cattolici. Credo che sia qualcosa che non è mai avvenuto prima nel nostro paese”. La Binetti, che il Manifesto l’ha letto e idealmente sottoscritto lancia anche, col suo tono sempre pacato, una piccola stilettata ai suoi: “Bisogna ammettere che su questi temi c’è una certa ambiguità. La mozione che è stata firmata parla di “tutela giuridica dei diritti e dei doveri delle persone conviventi”. Non si fa riferimento ai diritti e doveri delle coppie. Chi l’ha scritta ha cercato di camminare sul filo del rasoio, di giocare con l’abilità linguistica per non dire a chiare lettere le cose come stanno. Ma la politica deve essere chiara. Perché il senso comune, quello che viene percepito dalle persone è molto più forte del testo scritto. Non è un caso che il titolo dell'articolo del quotidiano Europa, che ha pubblicato i testi delle mozioni, reciti: Non rinunciare ai Dico”.

Ci vuole chiarezza, dunque, chiarezza politica ed espositiva: “Non si può dire sì alla famiglia e contemporaneamente a qualsiasi cosa le faccia ombra, anche quando non fosse propriamente un’aggressione all’istituto familiare, così come riconosciuto dalla Costituzione. Quindi sì al family day, ma, lo sottolineo, a  titolo personale. Il partito fa altre scelte. E poi il partito Margherita non esiste più”. Insomma, una sorta di “scordiamoci il passato, domani è un altro giorno”? “Oggi esiste il Partito Democratico e non si può chiedere a un partito neonato di prendere posizione a favore o contro queste cose. Se poi chiede a me che tipo di responsabilità mi assumo nei confronti di tutti coloro che hanno dei legittimi bisogni e che vorrebbero vederli tutelati le dico: ho una responsabilità personale, sociale, professionale”.

E gli altri del partito? Antonio Polito, senatore dell’Ulivo, si dichiara lontano da queste discussioni, ma segue a distanza la linea dei teodem: “Chi dei compagni di partito, come Rosi Bindi, ha parlato al congresso di questi temi è stato chiaro: i Dico non sono contro la famiglia. Quindi non vi è contraddizione tra i diritti della persona e l’istituto della famiglia. Se però è come lei dice, se c’è davvero una sorta di esclusività nella manifestazione del 12 maggio, allora le cose cambiano. Allora i politici favorevoli ai Dico non devono andare”.

L’augurio di Quagliariello sembra essere stato accolto: “Mi auguro che i promotori dell'iniziativa e gli stessi teo-dem, per evitare una deriva che farebbe perdere ogni senso a quella giornata, facciano sentire presto la loro voce”.

“C’è bisogno di impegno, chiarezza e onestà intellettuale – continua la Roccella – lo stesso che hanno messo in campo le associazioni cattoliche quando hanno sostenuto di esser disposte a riconoscere i diritti della persona ma non le convivenze di fatto. E allora chi verrà al family day poi non si lamenti se viene fischiato dalla piazza”.


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1 COMMENT

  1. Nè lotta, nè governo
    Parola d’ordine: Dico e contraddico. Quello guidato (?) da Prodi è il governo del sì e del no, del pro e del contro, del tutto e del niente. E’ un esecutivo i cui ministri sfilano in piazza per la pace e votano in Parlamento per la “guerra”. E’una bislacca e deprimente compagnia in cui, appena qualcuno tenta di lanciare una qualsivoglia proposta (liberalizzazioni, indulto, ipotesi di riforma delle pensioni, ampliamento della base Nato di Vicenza eccetera eccetera eccetera) deve immediatamente fare i conti con un illustre “collega” che strilla il suo niet nelle sedi istituzionali o preferibilmente sui giornali e nelle piazze.
    Potremmo definirli come gli eredi morali e materiali del “partito di lotta e di governo”, che del resto è largamente rappresentato (sia pure spezzato in tanti, piccoli e meno piccoli, frammenti) nell’esecutivo che disgraziatamente regge le sorti del nostro Paese. Con una fondamentale differenza, però: l’ingegnosa quanto truffaldina etichetta escogitata dai protagonisti del vecchio Pci trovava un suo riscontro nella realtà. I comunisti di qualche lustro fa, infatti, contemperavano la loro vocazione e il loro istinto alla protesta (lotta) con il consociativismo capace di condizionare pesantemente le scelte dell’esecutivo e con la capacità di occupare importanti posti di comando a livello di enti locali, centri di cultura-potere e fonti di consenso (governo).
    Invece ora, a pensarci bene, siamo in presenza di una maggioranza “nè di lotta, nè di governo”. Dopo oltre un anno, il bilancio è chiaro e inconfutabile: i rari slanci propulsivi hanno finito puntualmente per scontrarsi, elidersi e annullarsi con i veti e i diktat provenienti da altre frange della stessa combriccola. E la somma, alla prova dei fatti, dà sempre lo stesso risultato: zero.
    Niente di diverso, d’altronde, potevamo attenderci da una coalizione che comprende tutto e il contrario di tutto: finti riformisti e autentici massimalisti, “indultisti” come Mastella e ipergiustizialisti come Di Pietro, ultracattolici come la Binetti e ultralaici come Boselli, liberali come Zanone e comunisti come Diliberto, il monarchico Fisichella e la repubblicana Sbarbati, il banchiere Dini e il noglobal Caruso, gli aguzzini di Craxi e il figlio di Craxi stesso. Per non parlare del “mezzitaliano” Follini.
    Non c’è da stupirsi, dunque, che adesso provino a “mettere il cappello” sia sulle iniziative pro-Dico che sul Family Day. Finirà – volete scommettere? – che non faranno nulla per i Dico (troppo rischioso per la sopravvivenza politica di Prodi) e nulla per la famiglia tradizionalmente intesa e costituzionalmente riconosciuta.
    Per fortuna, mi pare di capire che stavolta faticheranno di più a scendere in piazza per sostenere due progetti contraddittori e antitetici. Gli organizzatori del Family Day, raccogliendo il monito del senatore Quagliariello, hanno posto condizioni chiare e paletti precisi per chi vuole aderire. E così, almeno spero, ci verrà risparmiata un’altra sfilata di queste vecchie e nuove facce di bronzo.
    Cordiali saluti
    – Enzo Sara –

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