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Colloquio con il Segretario generale

I dieci anni dell’Iniziativa adriatico-ionica

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Sull’ex Jugoslavia continuano a pesare le conseguenze dei conflitti degli anni ’90 e, sebbene ci siano stati passi significativi sulla via dell’integrazione europea, c’è ancora molta strada da percorrere. I Balcani occidentali (l’ex Jugoslavia meno la Slovenia, più l’Albania) sostano nel limbo, lontani dall’Europa. Anche se, forse, meno lontani di quanto si possa pensare. Se la questione viene inquadrata dall’Italia la distanza si riduce. Per ragioni geografiche e storiche il nostro paese è naturalmente proiettato sull’oltre Adriatico e dalla fine delle guerre balcaniche ha operato, con una certa continuità, affinché nella regione stabilizzazione e prospettiva europea si rafforzassero.


I progressi dei Balcani
Una delle più significative esperienze, sotto questo punto di vista, è quella dell’Iniziativa adriatico-ionica (Iai). Lanciata nell’ottobre del ’99 al vertice europeo di Tampere e ufficializzata l’anno successivo, l’Iniziativa associa gli stati dei bacini adriatico e ionico (Italia, Grecia, Slovenia, Croazia, Bosnia, Albania, Serbia e Montenegro) e punta a costituire sotto l’egida Ue una macroregione che potenzi la cooperazione tra i paesi aderenti. Operazione che ha un chiaro corollario: la normalizzazione dei Balcani.

Il decennale della nascita della Iai è l’occasione per fare il punto su ciò che s’è ottenuto e su quello che ci si propone d’ottenere. L’ambasciatore Alessandro Grafini, che dirige il Segretariato permanente dell’Iniziativa, struttura inaugurata nel 2008 con l’obiettivo di coordinare le attività dei paesi membri (1), traccia un bilancio positivo di questi dieci anni. «L’Iniziativa - afferma Grafini, incontrato ad Ancona, dove il Segretariato ha sede (le attività sono cofinanziate dal governo e dalla Regione Marche) - ha contribuito a cambiare il panorama dei Balcani, dove s’è passati, come ha precisato anche il ministro Frattini al vertice anconetano per il decennale dell’organizzazione (2), da un’epoca di conflitto a una di dialogo, identificando gli interessi comuni dei paesi dell’area e sostanziando la prospettiva europea».

Osservando il recente trend dei Balcani, si registra in effetti un’accentuata mitigazione dei fenomeni autarchici - portato delle guerre - e uno scatto in avanti nella cooperazione regionale, specie nei settori culturale, infrastrutturale e commerciale (tra le aree che con turismo e ambiente rientrano tra le attività della Iai). The Economist, tempo fa, ha colto questa nuova dimensione sdoganando il concetto di “Jugosfera”. Termine un po’ troppo colorito e giornalistico, è stato fatto notare da oltre Adriatico. Termine che però è passato. Segno che la tendenza all’aggregazione è ormai affermata e difficilmente reversibile.

L’interesse nazionale
L’Iniziativa adriatico-ionica ha portato una dote preziosa anche all’Italia, dato che più la balcanizzazione dei Balcani si riduce, più i Balcani progrediscono, più Roma può avere un ritorno in chiave di politica estera e in termini economici, perseguendo un interesse nazionale.

«Fino all’89 - ragiona Grafini partendo da lontano - l’Europa ha avuto come elemento portante l’asse renano. Dopo il crollo del Muro, la riunificazione tedesca e l’integrazione dei paesi dell’Europa centro-orientale, il baricentro continentale s’è spostato a nordest, anche in virtù del peso polacco. Il sudest europeo s’è trovato così in una posizione ancora più periferica. Questi mutamenti, tuttavia, hanno permesso all’Italia di “riempire” questo spazio. Già nell’89 l’Italia è stata cofondatrice, insieme a Ungheria, Austria e all’ex Repubblica federale di Jugoslavia, dell’Iniziativa centro-europea”. La Iai riafferma la consolidata proiezione dell’Italia a sudest connessa alla tendenza ad essere il principale sostenitore dell’integrazione dei Balcani occidentali: uno dei cardini della politica estera italiana.

Il tutto ha avuto ricadute positive anche sull’economia dell’Italia. «Le Piccole e medie imprese dell’Adriatico hanno ormai una rilevante capacità di penetrazione nei Balcani. Senza contare gli investimenti che i nostri istituti di credito hanno effettuato nella regione», riferisce Grafini.

A quando la macroregione?
Si punta ora al salto di qualità. Alla nascita della macroregione, vale a dire. L’obiettivo è il 2014, data che, negli auspici, dovrà sancirne la nascita. Oltre ai tempi c’è da tenere conto della concorrenza portata da altre ipotesi di aggregazione regionale (Mediterraneo, Mare del Nord, Alpi e Danubio).

Ma Grafini è fiducioso. «L’unica macroregione europea - asserisce - giunta a compiutezza è quella baltica, formata da Finlandia, Svezia, Danimarca, Germania, Polonia, repubbliche baltiche tra i paesi Ue e Norvegia, Bielorussia e Russia (che aderisce alla macroregione con i suoi territorio nord-occidentali) tra quelli non comunitari. A dare la spinta alla nascita della macroregione baltica è stato il Council of the Baltic Sea States, lanciato nel 1992 su impulso di Berlino e Varsavia, che seppero precorrere i tempi e capirono che il baricentro europeo si stava muovendo a nordest. Il punto debole dell’agglomerato baltico, però, è che la Bielorussia non partecipa ai lavori del Cbss e la Russia ha con Bruxelles rapporti a volte problematici.

La Iai - e quindi la futura macroregione - ha una maggiore omogeneità, potendo contare su tre paesi (Italia, Grecia e Slovenia) che sono già membri dell’Ue e cinque che aspirano, nessuno escluso, a entrare in Europa». Come a dire: se la macroregione baltica è realtà, ci sono tutti i presupposti affinché anche quella adriatico-ionica lo divenga.

«La macroregione adriatico-ionica può infatti collocarsi senza eccezioni all’interno dell’Ue e nei rapporti con l’Ue, senza contare che i rapporti fra macroregione e Iniziativa sarebbero di forte coincidenza», argomenta Grafini sottolineando che la compattezza del drappello adriatico-ionico, potenziata dal fattore marittimo, può non solo indurre l’Ue, sulla scorta del precedente baltico, a dare il disco verde. Ma può anche portarla a concedere la precedenza sulle altre iniziative macroregionali, meno definite geograficamente e negli interessi comuni.

Due velocità, un obiettivo
A proposito di compattezza, potrebbero sorgere due riserve. La prima relativa alla Serbia, che dopo l’indipendenza montenegrina del 2006 e la conseguente cessazione dell’Unione di Serbia e Montenegro, ha perso la qualifica di stato litoraneo. La seconda legata alle differenze che a livello d’integrazione si riscontrano tra i paesi dei Balcani occidentali (la Croazia è a un passo dall’Ue, la Bosnia ancora molto lontana) e al possibile sfilacciamento della tenuta macroregionale.

Tuttavia Grafini non vede ostacoli, anzi. Sulla Serbia: «Belgrado è rimasta membro dell’Iniziativa, in base al diritto di successione, anche dopo la scissione montenegrina. Partecipa alle attività che non hanno carattere prettamente marittimo e, cosa di notevole portata, s’è posta come punto di collegamento tra la macroregione adriatico-ionica e quella danubiana». Sulle diverse velocità d’integrazione nell’Ue: «Le differenze rappresentano proprio lo spunto per un’azione che le limiti, nella prospettiva di agevolare l’ingresso di tutti i paesi della Iai nell’Ue». I Balcani sono ancora lontani, ma non così lontani. Più avanti diverranno vicini.

1. Per riferimenti sugli organi e la struttura complessiva dell’Iai, si veda la scheda sul sito della Farnesina e il portale del Segretariato permanente.

2. In occasione del decennale dell’Iniziativa Adriatico-Ionica i paesi membri hanno approvato la “dichiarazione di Ancona”, in cui si ribadiscono i successi ottenuti e si punta a insistere sulla nascita di una macroregione. Il documento è disponibile all’indirizzo web del Segretariato permanente dell’Iniziativa: www.aii-ps.org.

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