I diktat di Mediobanca e Fiat su Montezemolo

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I diktat di Mediobanca e Fiat su Montezemolo

23 Luglio 2007

L’accordo tra Cgil, Cisl, Uil e Palazzo Chigi è una grande e costosa pagliacciata: Mario Rossi potrà andare in pensione anticipata a 58 anni nel 2008, mentre suo cugino, più giovane di due anni, dovrà, qualche anno dopo, aspettare i 60 anni. Per ottenere questo risultato allo Stato italiano toccherà spendere 10 miliardi di euro (secondo i più realisti 15) in dieci anni, caricati innanzi tutto sui lavoratori parasubordinati (cioè i più deboli) e su quelli con la pensione di oltre 3400 euro al mese, cioè sui “privilegiati” che non possono contare sui cosiddetti diritti acquisiti.

Questa schifezzuola serve solo a dimostrare che una traballante Cgil ha ancora un suo potere di veto sulla “forma” delle cose non potendo evitare la “sostanza”: cioè che con una popolazione che vive sempre più a lungo non si possono mantenere i livelli di ritiro del passato. Oltre a queste “conquiste” vi sarà il riconoscimento “politico” (come il 6 politico del dopo Sessantotto) del carattere usurante di certi lavori: cosa che produrrà irritazione tra i lavoratori, divisi più o meno a caso tra usurati e non usurati. Non stupisce che dopo un accordo di tal fatta cresca il numero degli operai che vota per il centrodestra: come testimonia un sondaggio del Sole 24 ore.

In tutta questa partita la cosa che più si nota è la latitanza di Confindustria. Infatti, mentre tutta Italia discuteva della penosa trattiva sulle pensioni, Luca Cordero di Montezemolo si occupava essenzialmente di referendum sul sistema elettorale.

Come se gli sbandamenti nella spesa pubblica, il crescere del potere di veto cigiellino e così via, fossero cose che non riguardano le imprese italiane. Alla fine la non consultazione di Confindustria è diventata così clamorosa, che il nostro svagato presidente, richiamato da un allarmato Alberto Bombassei, è stato costretto a piatire un incontro urgente a Romano Prodi.

E’ la seconda umiliazione che si autoinfligge Montezemolo: prima ha dovuto chiedere scusa ai sindacati per avere detto loro che finiranno solo per organizzare pensionati e fannulloni. Ora gli tocca rincorrere un premier che lui stesso aveva bombardato, nell’ultima assemblea confindustriale, sulle note dell’antipolitica. La leggerezza nel pensiero e nei comportamenti comporta spesso la pesantezza di scottanti autocorrezioni pubbliche. Speriamo che tutti questi contorcimenti servano almeno a difendere l’impianto della Legge Biagi.

Comunque la stagione trionfale dell’antipolitica che Montezemolo aveva inaugurato con miracolosi obiettivi all’orizzonte, solo qualche settimana fa, appare già al tramonto. Questo comporta anche rapide correzioni nella ricerca del candidato per la presidenza di viale Astronomia. Addio sogni di gloria di potersi scegliere un outsider amico con cui mantenere un ruolo da Lord protettore (da Andrea Moltrasio a Nerio Alessandri). Anche la scelta di Emma Margegaglia partner della guerra antipolitica da dichiarare a entrambi gli schieramenti, pare indebolita.

Alcune vicende intorno al Sole 24 ore, in particolare il passo compiuto da Giancarlo Cerruti (presidente dell’editoriale Sole) per eliminare una governance duale della società editrice confindustriale (doveva scattare una volta che un terzo di questa fosse quotato in Borsa), mossa giustificata “tecnicamente” ma mirata “politicamente” a indebolire il potere di Assolombarda (tradendo gli impegni presi); spingono a pensare che Montezemolo si trovi a dover gestire un candidato che gli è imposto e dal mondo di Mediobanca e da quello della Fiat (vedi Sergio Marchionne), che vogliono persone meno appariscenti e più concrete.

A Cerruti Montezemolo avrebbe chiesto una sola cosa: mantenere Maurizio Berretta come direttore generale. Ma l’ottimo produttore di macchine tipografiche, Cerruti, i suoi patti li farà, quando dovesse prevalere, con le aree che contano in Confindustria non certo con chi se ne esce con un bel po’ di pive nel sacco.