“I dipendenti pubblici devono essere licenziabili come nel settore privato”

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“I dipendenti pubblici devono essere licenziabili come nel settore privato”

13 Giugno 2012

Sudditi e non cittadini. Questi sono gli italiani. E’ il messaggio di fondo del suo nuovo libro, "Sudditi" appunto. Nicola Rossi, economista, senatore della Repubblica e presidente dell’Istituto Bruno Leoni, ha un’idea chiarissima dei problemi dell’Italia e di come si porta il nostro paese fuori dalla crisi dell’Europa. "La spesa pubblica deve diminuire e la pressione fiscale con essa".

E quando gli chiediamo di darci la sua opinione sulle probabilità di sopravvivenza dell’euro, Rossi taglia corto: "Credo siano alte. Ora però, fatto l’Euro, serve l’Unione politica dei paesi dell’eurozona che colmi il deficit democratico".

Infine parliamo della possibilità di licenziamento degli impiegati statali. E il presidente del ‘Bruno Leoni’ non ha dubbi: "Io credo che gli italiani a volte non si rendano conto di quanto massiccio è stato il processo di ristrutturazione nel sistema privato in questi ultimi dieci anni. Non vedo motivo alcuno per cui la stessa cosa non debba avvenire anche nel settore pubblico".

Partiamo dal suo libro “Sudditi”. Lei sostiene che in Italia vi sia uno strapotere dello stato nei confronti del cittadino, tale da rendere l’individuo nei fatti un ‘suddito’ dell’autorità. Molto deve cambiare e la crisi di questi mesi ne è la riprova. Da dove si parte?

Diciamo che lo stato italiano tratta i suoi cittadini in modo diverso da come tratta se stesso. In un recente dibattito, un noto costituzionalista mi ha opposto che in realtà lo stato siamo noi. Io gli ho fatto notare che se fosse davvero così, lo stato non ci tratterebbe come ci tratta, ma decisamente meglio. Il problema dell’Italia è essenzialmente la presenza di un governo che pretende di sapere meglio di noi cos’è meglio. Io ho invece la netta sensazione che gli italiani sappiano benissimo cos’è meglio per loro e che non abbiano bisogno di uno stato elefantiaco e opprimente che dica loro cosa fare e cosa non fare. 

In un recente studio realizzato da due ricercatori del ‘Center for Policy Studies’, si afferma tra l’altro che i paesi con una spesa pubblica relativamente ridotta crescono di più rispetto ai paesi a più alta spesa pubblica. In un tempo in cui tutti in Europa e in Italia si riempiono la bocca di ‘più crescita’, forse dovremmo partire da un drastico taglio della spesa pubblica, non crede?

Nel caso dell’Italia, minore spesa pubblica darebbe maggiore slancio alla crescita. E questo per due motivi. In primis, i livelli di spesa pubblica italiani ci costringono a livelli di pressione fiscale che sono diventati insostenibili per il paese. Il taglio della spesa pubblica è necessario per poter arrivare a un pressione fiscale sopportabile. In secondo, v’è un problema di funzione della spesa pubblica, spesso contraddistinta da alti livelli di spreco. Noi viviamo sotto uno stato che non fa quello che dovrebbe fare e che invece fa quello che non dovrebbe fare. Un taglio significativo alla spesa pubblica riporterebbe lo stato nelle sue funzioni principali, penso all’amministrazione della giustizia e alla difesa, tanto per indicarne un paio. Il resto può essere fatto dal settore privato.

Non crede che per limitare il ruolo dello stato sia a questo punto necessario riformare, non operazione semplice in Italia, la Costituzione, stabilendo quello che il governo può fare e quello che non può fare?

Noi abbiamo perso una grande occasione a questo riguardo quando abbiamo riscritto l’articolo 81 Cost., nel quale avremmo dovuto specificare molto meglio l’obbligo del pareggio di bilancio e i limiti di spesa dello stato. Si è optato invece per una soluzione furbesca che non risolve il problema. Se il Parlamento si fosse limitato a lasciare l’art. 81 com’era e aggiungere “s’interpreta come voleva il presidente Luigi Einaudi” avremmo fatto meglio.

Parliamo di euro. Il pacchetto Ue – Fmi ‘salva banche’ spagnole da 100 mld di euro sta per essere elargito. Tra pochi giorni ci saranno le nuove politiche in Grecia. Il prossimo Consiglio europeo è stato soprannominato ‘salva euro’ dal Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Lei che probabilità di sopravvivenza dà alla moneta unica europea?

Personalmente penso che abbia una probabilità di sopravvivenza molto elevata, perché penso che stia emergendo una verità semplice: fatto l’Euro, ora serve l’Unione politica dei paesi dell’eurozona. Questa è una cosa che sapevamo e che non scopriamo oggi. E’ ormai una consapevolezza di tutti. Ovviamente non ci metteremo una settimana, un mese o sei mesi. Sarà un processo lungo. Un via che deve essere intrapresa ora, tanto più che serve segnalare ai mercati che l’Europa politica sarà una realtà.

Corro il rischio di apparirle euroscettico. Non crede però che i paesi dell’eurozona in maggiori difficoltà fiscali andrebbero all’appuntamento delle negoziazioni per più integrazione politica europea con minore potere negoziale rispetto a paesi più solidi sul piano fiscale, Germania su tutti?

La sua domanda si riferisce al problema della sovranità. Ma alcuni paesi, la sovranità l’hanno già ceduta. La Grecia l’ha fatto. L’Italia l’ha fatto. Quando a Ottobre ci siamo visti arrivare un membro della Commissione europea che ci indicava le cose, peraltro giuste, da fare in Italia, quella sovranità l’abbiamo ceduta. Lo stesso è accaduto per il Portogallo e per l’Irlanda. E ora sta accadendo pure in Spagna. La cessione di sovranità è nei fatti. Peraltro credo che questo problema della sovranità, che va di moda in Italia, abbia dei tratti generazionali e riguardi solo fasce d’età vicini o superiori ai cinquanta anni. I giovani, gli under 30 e al limite anche gli under 40, già ragionano a livello europeo. E’ la mia generazione che ragiona ancora con parametri di sovranità ceduta, di frontiere e di un malinteso senso d’orgoglio nazionale.

Non crede che la cessione di sovranità sia iniziata ben prima dei piani di salvataggio per i paesi europei in crisi fiscale, con la detenzione estera dei titoli di debito pubblico? Mi spiego: il Giappone, paese con uno stato molto più indebitato di quello italiano, non è sotto attacco speculativo perché la stragrande maggioranza del proprio debito pubblico è in mano a investitori giapponesi. Il vero ‘peccato originale‘ non sta nella vendita all’estero del debito?

E’ vero che il Giappone si trova al riparo da certi rischi speculativi perché il proprio debito è in mani giapponesi, ma anche perché all’unione monetaria, il Giappone accompagna un’unione politica, un governo politico.

D’accordo. Ma non si può ignorare che l’Europa politica è oggi promossa da un’Ue, rappresentata da funzionari non eletti, che avoca a sé sempre più poteri facendo uso dell’emergenzialità della crisi. Serviranno pure dei limiti da imporre all’Europa su quel che può fare e quello che non può fare, no? 

Lei ha ragione. Non si può pensare di procedere verso un’unione politica europea con i procedimenti emergenziali usati in questi mesi. A un certo punto, dovremmo andare a votare per un Parlamento europeo dotato dei poteri per poter esprimere un governo europeo. Quindi, in ultima istanza, darsi delle regole politiche di democrazia.

E questa, immagino, è la sua idea per riconquistare la sovranità persa?

Esattamente. E’ vero che c’è un deficit democratico a livello europeo; ed è vero che abbiamo ceduto sovranità agli organismi burocratici di Bruxelles. Ma l’unico modo per bilanciare questo stato di cose è votare per un governo europeo. Darsi delle regole diverse rispetto a quelle di cui ci siamo dotati sino ad ora ed eleggere non un Parlamento rappresentazione dei parlamenti nazionali europei, bensì uno che sia espressione della maggioranza degli europei. Non ci vorrà un mese, ovviamente. Ma quello è l’obiettivo.

Non crede che prima di far questo, sia necessario scrivere una costituzione europea? In fondo, il modello statunitense insegna come sia importante stabilire prerogative e soprattutto limiti di un ipotetico governo centrale europeo perché esso funzioni davvero, non le pare? 

Questo è un processo che sta già accadendo nei fatti. A livello nazionale con l’imposizione dei vincoli di bilancio europei. A livello europeo si tratta ora di abbattere il deficit democratico. Che sia opti poi, nel lungo periodo, per una visione confederale o federale dell’Europa, lo decideranno gli europei a tempo debito.

La fondazione Magna Carta si è fatta promotrice di un Manifesto per l’Europa nel quale si pone l’accento sulla riscoperta a livello europeo della centralità della persona umana, delle forze creative della libera iniziativa economica e del principio di sussidiarietà nell’erogazione dei servizi sociali. Così, su due piedi, cosa ne pensa?

Per quel riguarda la sussidiarietà, mi trova perfettamente d’accordo. Non vorrei mai che ciò che può essere fatto a livello nazionale o locale, venisse fatto a livello europeo. E già oggi molte cose che potrebbero essere fatte molto meglio a livello nazionale, vengono fatte inutilmente a livello europeo. Ma è vero anche il contrario, ovvero che alcune cose che gli stati europei si ostinano a fare a livello nazionale, dovrebbero essere fatte a livello europeo. Penso alle infrastrutture dei trasporti e delle telecomunicazioni, tanto per fare degli esempi. Oppure la vigilanza bancaria. E’ la dimensione del mercato che deve decidere la direzione verso cui stiamo andando.

L’unità politica europea, come sinora l’ha declinata, rischia però d’essere un concetto un tantino astratto. E’ innegabile che esistano dei rapporti di forza all’interno dell’eurozona. Penso allo strapotere commerciale-industriale della Germania. Non c’è il rischio che l’unione politica dell’Europa si legga ‘germanizzazione dell’Europa’? Un po’ giornalistica come definizione ma rende l’idea…

Io questo rischio non lo vedo. Bisogna accettare la competizione tra aree produttive dentro l’Ue. Anche negli Stati Uniti, c’era all’inizio il nodo dello sviluppo nelle sole aree della West Coast e della East Coast. Ma poi, nel tempo, è emersa la Sun Belt, un’altra grande zona d’attrazione industriale – commerciale. Non bisogna concentrarsi troppo su dinamiche che hanno a che fare con fasi storiche certamente limitate nel tempo. Guardi che dieci anni fa, la Germania era in seria difficoltà, ma a differenza nostra, la classe dirigente tedesca ha fatto quello che noi avremmo dovuto fare e non abbiamo fatto. E’ solo per questo che oggi siamo più deboli. Dobbiamo ritrovare la forza, l’energia, il coraggio d’essere attrattori d’investimenti e sapere. Non è impensabile.

In Italia, però, una rinascita alla tedesca sembra impensabile di questi tempi…

Certo è che sino a quando l’Italia non affronterà alcuni alla radice alcuni problemi, non andremo da nessuna parte. Mi chiedo: può un sistema nazionale farsi attrattore con un’università come la nostra? Può una nazione attrarre quando ha un’amministrazione pubblica nelle condizione catatoniche in cui si trova la nostra? Sulla pubblica amministrazione si deve intervenire, non con i decreti semplificazione che sembrano al massimo delle cure omeopatiche, ma probabilmente bisogna agire in maniera molto più sostanziale. 

Pensa a licenziamenti nella pubblica amministrazione?

Anche licenziare. Sì, certo! Io credo che gli italiani a volte non si rendano conto di quanto massiccio è stato il processo di ristrutturazione nel sistema privato in questi ultimi dieci anni. Ci sono state tante persone che hanno perso il lavoro, molte che lo hanno ritrovato, molte che si sono spostate da un lavoro all’altro. Non vedo motivo alcuno per cui la stessa cosa non debba avvenire anche nel settore pubblico. E quando sento parlare un ministro italiano nel modo in cui ha parlato l’attuale ministro della pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi, mi sento davvero un suddito dello stato e non un cittadino.

Forse dovremmo prendere ispirazione da quello che stanno facendo alcuni governatori di certi stati federati americani, come Scott Walker del Wisconsin e Mitch Daniels in Indiana, che hanno abolito o limitato la contrattazione collettiva sindacale all’interno dell’impiego pubblico?

Noi dobbiamo accettare la sfida. Dobbiamo modernizzare. Dobbiamo innovare. Non ci scordiamo mai che, a differenza d’altri paesi che attraversano momenti difficili in Europa, l’Italia ha un grande e vibrante settore manifatturiero. Certo che se continuiamo così, ci perdiamo pure quello. Si tratta solo di credere nelle nostre possibilità. Prima o poi troveremo un governo che crede negli italiani, no?

Sarebbe già abbastanza se ve ne fosse uno che ne sia espressione…

Beh, che con il governo Monti l’Italia sia in una situazione che eufemisticamente definirei ‘peculiare’, è indubbio. Ma lo è altrettanto la maniera con cui ci siamo arrivati. Ne converrà.