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I due volti dell’Italia: il progressismo immobilista e il conservatorismo rigeneratore

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Il nostro è un Paese che erroneamente pensa di poter fare a meno della propria storia, di ignorare tutto e vivere proiettato in un futuro messianico senza particolari ambizioni e soprattutto nella perenne attesa che succeda qualcosa, ma senza compiere il minimo sforzo. Da questo morbo l’Italia è sempre stata pervasa, almeno una parte, quella tendenzialmente più incline alla “rivoluzione”, intesa come cambiamento di gattopardiana memoria. Di quella celebre espressione del Principe di Falconeri ne abbiamo fatto il motto nazionale del progresso politico e sociale di quella élite che non ama il cambiamento perché in esso vede minacciati i privilegi acquisiti. Generalmente le forze reazionarie si caratterizzano per un certo spirito di conservazione: in Italia invece le forze reazionarie sembrano identificarsi da sempre in quegli elementi progressisti della società. Di questo si rese saggiamente conto un autentico conservatore come Leo Longanesi quando affermò “sono un conservatore in un paese in cui non c’è nulla da conservare”; una frase in cui si nasconde al suo interno una verità assolutamente in linea coi nostri tempi, e che vede le forze culturali, politiche e moralizzanti del mondo liberal e progressista, rappresentare un muro di resistenza ad ogni forma di cambiamento sia politico che sociale. Si tratta di una tipicità inizialmente tutta italiana, ma che ora sembra farsi largo anche in altre realtà diverse dalle nostre. Il progressismo tende ad erigere il mito di se stesso, alla ricerca di un eterno cambiamento, non verso o per qualcosa, ma semplicemente per il gusto stesso di inneggiare ad esso.

Nel nostro paese questa è la norma, che è divenuta tale da quando questo paese è nato nella sua conformazione unitaria, in quanto le forze conservatrici, per il loro legame con gli Stati preunitari furono totalmente escluse dal processo di unione. Ciò ha portato allo sviluppo di un élite progressista, che ha sempre rappresentato un ostacolo ad ogni riforma. Di questo morbo l’Italia è ritornata vittima dopo il crollo della prima repubblica, in cui l’élite progressista cattolica e comunista si è fusa in quella che noi oggi identifichiamo come sinistra, ma che è priva di quel legame filosofico con un concetto di sinistra che possa ricollegarsi ad una tradizione ottimistico razionale.

Non c’è battaglia istituzionale in cui questo gruppo nutrito non si sia lanciato al solo scopo di fermare il cambiamento, non quello frettoloso e schizofrenico, sui cui tutti dovremmo essere cauti, ma quello ponderato da anni e anni di meditazione politica.

A questa minoranza rumorosa, ma ben organizzata, si è opposta nel tempo quell’Italia conservatrice, orfana di una casa, di un partito – per le ovvie ragioni che abbiamo ricordato – rappresentata per lo più dall’azione singola di intellettuali, giornalisti, politici indipendenti, scrittori, che nelle varie fasi storiche che il nostro paese ha attraversato ne hanno incarnato la volontà rigenerativa, ma anche la cauta e ben calibrata volontà di uscire da quell’immobilismo imposto nel tempo. Su questo scontro talvolta silenzioso e lontano dai riflettori si è giocata gran parte della vita intellettuale e morale del nostro paese. Un conflitto tra l’immobilismo e la volontà di andare avanti, intesa come scelta consapevole della strada da percorrere. Questa volontà di non rimanere immobili e legati ai legacci che le convenzioni del tempo ci hanno imposto, ci rende tutt’ora dinanzi al binomio: seguire la strada del progressismo immobile e proteso al cambiamento nelle futilità o invece scegliere una rotta diversa, in cui il nostro paese possa rigenerarsi e darsi uno slancio convinto verso il futuro: infatti come ha saggiamente scritto Giuseppe Prezzolini: “per andare avanti bisogna qualche volta arretrare per rendere meglio la spinta”.

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