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Verso le elezioni

I duellanti contro la costituzione

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Signor direttore,

più il presidente Berlusconi alza i toni più il Presidente Napolitano risponde a tono. E più l'uno parla più l'altro straparla. Quello ad un popolo l'altro ad un altro. Che vuol dire? Che la nostra crisi è ormai drammatica e che sta entrando in una zona assai pericolosa.

I due presidenti sono oltre i limiti della costituzione. Berlusconi ne è insofferente e non manca occasione per dire che l'abito gli sta stretto. A suo dire gli impedisce di governare, gli impone vincoli - dalla magistratura alla Corte costituzionale al parlamento alle regioni -, lo sottopone a percorsi per lui incomprensibili, non gli conferisce poteri adeguati (forse, pensa in cuor suo, i pieni poteri). Tutto questo sistema, per Berlusconi, è incomprensibile, oppure è arcaico, come un canto gregoriano nell'epoca del rock. Il suo ragionamento è elementare: se uno è stato investito dal popolo con un libero voto, a chi altri deve rendere conto? Chi può mettere il naso nella sua azione quando cerca di realizzare il programma su cui ha riscosso il conenso? Per questo Berlusconi è sempre ai limiti della costituzione e talvolta fuori: perché le procedure costituzionali sono per lui liturgie con cui non intende celebrare la messa. Il presidente Napolitano non è da meno. Anche a lui la costituzione vigente sta assai stretta. Egli pensa che, essendo il presidente e il garante, abbia titolo a disciplinare il gioco, ad orientarlo e dirigerlo verso sbocchi che, lui ritiene, devono essere condivisi o bipartisan o comunque non sbilanciati. Anche il suo ragionamento è elementare: se uno è garante, come può tollerare che il governo ecceda in un senso o in un altro? Come può consentire che non arrivi a compromessi? O che non si fermi davanti alle obiezioni? Solo che, con questa interpretazione del ruolo del garante, invece di arbitrare si gioca. E il presidente Napolitano ha giocato fin dall'inizio. Ha parlato e continua a parlare su ogni tema politico interno o internazionale, si è recato all'estero e ha preso le distanze dal governo italiano, ha convocato ministri, ha chiamato a sé capigruppo, ha scritto lettere (lettere) a questo o quel rappresentante del governo e le ha spedite per conoscenza (per conoscenza) ai presidenti di Camera e Senato, ha bacchettato la maggioranza e talvolta anche l'opposizione. Per questo anche Napolitano è ai limiti e spesso fuori della costituzione: perché egli pensa che, essendo stato eletto presidente di tutti, è còmpito suo interpretare quella che ritiene la volontà di tutti.

Verrebbe da dire: facciano entrambi un passo indietro. Oppure: smetta chi ha cominciato per primo. Ma questo è impossibile. Non a causa del temperamento sanguigno dei due protagonisti. È impossibile a causa dello stato della nostra costituzione. È D che si annida il problema, è quella che alimenta lo scontro. Solo che nessuno lo dice perché la costituzione è diventata un'arma politica e nessuno critica l'arma politica di cui si serve.

A differenza di tutti gli analisti, opinionisti, costituzionalisti, Davide Giacalone qualche giorno fa ha messo il dito sulla piaga. Non ha preso posizione per l'uno o l'altro duellante. Ha criticato il campo, perché è ormai impraticabile. Un esempio macroscopico fra tutti: la costituzione parla il linguaggio del proporzionale, il sistema elettorale quello del maggioritario. Perciò entrano in conflitto, anche se nessuno lo vuole. Se un pezzo della maggioranza eletta si stacca in corso d'opera, che cosa si fa? Si va avanti finché ci sono i numeri, dice la costituzione. No, ci si blocca e si torna alle urne, dice il maggioritario. Da D nasce il duello che dura da diciassette anni.

Aveva ragione il presidente Scalfa-ro quando, alla prima crisi in epoca di maggioritario, disse: non importa, datemi pure un altro presidente del consiglio? O aveva ragione il presidente Napolitano quando, in circostanze analoghe, fece capire: no, ci vuole un voto? Quale pretesa consentiva la costituzione, quella del presidente Berlusconi che una volta chiese il voto e stavolta ha chiesto e ottenuto una nuova maggioranza parlamentare, o quella dei presidenti della repubblica, che una volta si contentarono di una nuova maggioranza parlamentare e un'altra volta hanno pensato al voto? Entrambe le pretese? E allora che differenza c'è fra un governo Berlusconi-Scilipoti e un governo D'Alema-Misserville?

Sarebbe bello se i duellanti, anziché scaldare i cuori dei propri fan, riflettessero su questo punto. Potrebbero almeno fare una autocritica il presidente Berlusconi per non aver mai fatto (o non essere riuscito a fare) le riforme di cui l'Italia avrebbe bisogno; e il presidente Napolitano per non aver mai inviato alle camere un messaggio (un messaggio, non le esternazioni o convocazioni o lettere, che la costituzione non gli consente) sullo stato delle nostre istituzioni, di cui gli Italiani hanno necessità.

Invece no, si va avanti a duellare, l'uno, il presidente del consiglio, contro una costituzione che dovrebbe rispettare, l'altro, il presidente della repubblica, per favorire una politica da cui si dovrebbe astenere.

(Tratto da Libero)

*Ex presidente del Senato

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3 COMMENTS

  1. Condivido in pieno l’analisi
    Condivido in pieno l’analisi del Prof.Pera e l’esempio calzante di Giacalone. Per pietà, non si parli più di Seconda Repubblica!

  2. condivido in pieno quanto
    condivido in pieno quanto sostenuto dal Prof.Pera e l’esempio calzante addotto da Giacalone. Per pietà, non si parli più di Seconda Repubblica:siamo ancora in mezzo al guado!

  3. Giocatori e regole
    Quando appare chiaro che nessuno dei giocatori è in grado di rispettare le regole del gioco, è doveroso, almeno per un attimo, domandarsi se le regole non siano sbagliate. Com’è fatta, in fin dei conti, questa costituzione? Si vota, si sceglie una maggioranza e un governo ma poi su tutte le materie importanti c’è bisogno del consenso di esponenti dell’opposizione (appollaiati al Quirinale o in Corte costituzionale). E d’altra parte: chi, realisticamente, si può aspettare che un presidente della Repubblica, un politico eletto da politici, all’improvviso smetta di fare politica per diventare una specie di re in una monarchia parlamentare? Nessuno critica l’arma che usa, ha ragione il prof. Pera. Ma è un’arma che spara anche a chi la impugna.

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