I film rivelazione di una primavera da vivere al cinema

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I film rivelazione di una primavera da vivere al cinema

15 Maggio 2008

Curiose scoperte di primavera al cinema. Tra i cinepanettoni di Natale e gli annunciati “cinecocomeri” estivi (identica sbobba e culotettismo, diversa pianificazione stagionale per garantire un periodico rimpolpo delle casse dei produttori), alcuni film italiani apparsi in queste ultime settimane si sono rivelati piuttosto sorprendenti. Se non il segnale che forse sono ancora possibili delle buone storie raccontate in maniera anche non convenzionale. Sorprendenti, perché non ci saremmo aspettati (dopo tutta la brutta roba che ci siamo variamente imposti nelle sale, nel tentativo di sostenere per quanto possibile la produzione nostrana) di trovarci davanti a prodotti girati con mezzi tutto sommato ordinari, utilizzando attori davvero bravi ma comunque pescati nel poco vivace paniere nostrano; eppure scritti davvero molto bene, resi con cura tutt’altro che manierista di ambienti e situazioni, e soprattutto, concomitanza non inspiegabile, se ci si pensa, tesi a raccontare con passione cosa succede in questo paese a chi lavora o vorrebbe tanto lavorare.

Ed è un peccato che tutta l’attenzione stia stata catalizzata dallo strombazzato e manieristico (quello sì invece) Tutta la vita davanti, la cui vena grottesca all’amatriciana non è riuscita del tutto, e ha corroso un film altrimenti capace di desolanti spunti sulla realtà che ci circonda, ma di cui forse non abbiamo ancora compreso appieno lo sbando. Ma soprattutto un film che non riesce neppure per un attimo, a dispetto degli attori tutti belli carichi e del soggetto non malvagio, a liberarsi dell’imprinting della sinistra, e che si rende effettivamente insopportabile.

Parliamo invece dei più defilati ma più che buoni Amore Bugie & Calcetto, Riprendimi, Non Pensarci. Storie corali all’italiana di uomini e donne che cercano di sopravvivere in un’Italia affannata e confusa, che sia una Rimini sonnolenta o la defilata Trieste. Al di là dei meriti di intrattenimento e di ritmo di questi prodotti, che non perdono colpi perché appunto per una volta sono scritti da buone mani, anche qui le persone che li animano se la devono vedere con il grosso problema del lavoro, oltre che con tutte le sollecitazioni di uno scenario nazionale spaesato e sfiduciato. Lavoro precario, cottimo contemporaneo, reinserimento nel mondo del lavoro dopo le maternità, crisi di piccole aziende puntate dagli stranieri, questi temi ci sono tutti e sono sempre presenti da protagonisti nel racconto. Senza lavoro che possa dirsi degno di questo nome e senza la dignità che deve garantire, le persone fanno fatica a esistere e ad avere vite decenti, dicono le immagini questi film. Si badi bene, le immagini, non i dialoghi e non le voci fuori campo all’americana del film di Virzì, “spiegato” dalla prima all’ultima inquadratura.

È bello che sia anche solo un poco tornato ad essere il cinema, e non solo la docufiction televisiva o i reportage strappacuore dei triti programmi verità, a parlarci dell’Italia che lavora o che vorrebbe disperatamente lavorare, riuscendo a non cadere in troppi stereotipi. Perché il cinema sa utilizzare al meglio lo sguardo smarrito di una giovane laureata o il silenzio schiacciante che accoglie un imprenditore casinista prossimo al fallimento costretto ad annunciarlo ai suoi collaboratori: fa restare il turbamento molto più a lungo nell’animo di quanto possano fare tutte le cifre sul precariato e sugli esilissimi stipendi contemporanei che ci hanno investito dai giornali, ma che finiscono col diventare persino un noioso disturbo tra le notizie del giorno. Il Lucini di Amore Bugie e Calcetto (una sorta di Muccino appassionato prima che diventasse esibizionista e compiaciuto, e che può fare tanto per la commedia italiana, se il balzo è stato da Tre metri sopra il cielo a questo davvero piacevole racconto dolce amaro) gioca con l’umorismo e il paradosso. Il Zanasi di Non Pensarci, vero film rivelazione negli ultimi anni di sgraziata produzione domestica, affida ad un realismo e a una naturalezza delle situazioni, mai improbabili e mai forzate, una storia semplice che può essere di tutti. Entrambi hanno usato ottimi attori, tutti credibili nei ruoli assegnati – al contrario delle scelte sballate e scontate del mediocre Caos Calmo, dove Nanni Moretti dirigente della filiale italiana di una newscorp è plausibile almeno quanto può esserlo Silvio Orlando in quanto direttore del personale della medesima multinazionale – e con quelli sostengono anche i (rari) cali di sceneggiatura e le necessarie chiose buoniste dei finali. Grazie a Non pensarci, applauditissimo a Venezia lo scorso anno, quando è stato il pubblico a capirne al volo la schietta originalità, abbiamo capito non solo che Valerio Mastandrea è il più grande interprete della sua generazione, perché non c’è una intonazione o un sopracciglio fuori posto nella sua quieta galleria di facce. È uno stupendo figliol prodigo sfigato che torna a una Rimini dove i più consapevoli di quello che gli accade intorno sono i delfini del parco Oltremare, visto che gli umani sono impegnati a raccontarsi favole e a cullarsi in un quotidiano benessere fatto di piccole abitudini ritualizzate. Abbiamo visto che anche lì è sempre lavoro, lavoro, lavoro, che tutto alla fine fa i conti e gira intorno a quello.

Il minimo da augurare al cinema italiano, che non può aspirare a grandi produzioni e a uscire dai binari del suo minimalismo familista, è di riuscire a continuare a raccontarci storie in questo modo. Se gli attuali tempi cupi possono fare da scenario per un salutare momento di riflessione e per scomodi ritratti dei precari giovani d’oggi, che malauguratamente non riescono a smuovere la simpatia di nessuno, ben venga. Per restituire al nostro cinema un po’ di vitalità creativa e uno straccio di epica nel quotidiano, che i nostri autori riescono a toccare, appunto, soltanto nei momenti di maggiore sconforto generale.