I finiani sono pronti a riaprire le porte ai clandestini pur di affossare Berlusconi

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I finiani sono pronti a riaprire le porte ai clandestini pur di affossare Berlusconi

10 Novembre 2010

Prima l’annuncio, poi la dimostrazione pratica. Entro un mese ci sarà un incidente di percorso che farà cadere il governo, aveva sentenziato martedì il futurista Italo Bocchino e ieri a Montecitorio ci sono state le prove tecniche. Il governo va sotto per tre volte sul ‘trattato di amicizia’ Italia-Libia. Risultato: i finiani votano con l’opposizione un pacchetto di mozioni che impegna Palazzo Chigi a rivedere l’accordo sui respingimenti dei clandestini.

E’ la teoria delle “mani libere”, lo strumento di guerriglia parlamentare per dimostrare che i voti dei 37 deputati ex-Pdl sono determinanti per tenere in vita il governo Berlusconi. La sensazione è che a questo punto a prescindere dal tema di giornata, ciò che conta per Fli è ‘piegare’ la maggioranza all’editto pronunciato da Fini alla convention di Perugia e costringere il Cav. a prendere atto che Pdl e Lega non hanno più i numeri se non fanno un accordo preventivo coi finiani accettando il patto di legislatura che il presidente della Camera ha riscritto, vincolandolo alle dimissioni del premier, al nuovo governo, al nuovo programma, alla nuova maggioranza allargata a Casini. Il tutto alla vigilia del faccia a faccia Bossi-Fini (domani), ultimo tentativo di mediazione per verificare se c’è ancora qualche spiraglio di intesa per scongiurare la crisi.

Giornata nera a Montecitorio, tensione alle stelle tra i banchi del centrodestra. E se anche le immagini hanno un senso, la sintesi di quello che è successo sta negli applausi ironici dei pidiellini all’indirizzo dei finiani apostrofati con i cori “buffoni, buffoni”, dopo la debacle sulle mozioni; così come la reprimenda prima della Moroni poi di Bocchino in persona, nei confronti di un manipolo di finiani (tra questi Moffa e Menia) che di sostenere la mozione di Di Pietro proprio non se la sono sentita e dunque hanno votato con la maggioranza. L’ordine di scuderia alla fine ha prevalso e il refrain è uno solo: colpire duro e colpire compatti.

La prima battuta d’arresto si materializza al momento del voto su un emendamento presentato da Matteo Mecacci, deputato dei Radicali del gruppo del Pd, a una delle mozioni di revisione del trattato Italia-Libia. Il governo aveva dato parere negativo ma la modifica, che sostanzialmente chiedeva l’inserimento nel trattato di un impegno ad applicare la convenzione dell’Onu sui rifugiati, passa coi voti dell’opposizione e di Futuro e Libertà.

Ma l’emendamento è stato solo l’anticipazione di ciò che è accaduto di lì a poco, quando governo e maggioranza sono andati sotto altre due volte nelle votazioni finali sulle mozioni. Anche in questo caso, nonostante il no dell’esecutivo, la Camera approva una mozione dell’Udc e una di Fli che, in realtà, era la mozione presentata in origine dal Pdl, poi modificata dall’emendamento Mecacci e per questo ritirata dalla maggioranza ma fatta propria dai finiani.

Tattiche, veti incrociati, convergenze parallele tra finiani, centristi e piddini, insomma, per raggiungere l’obiettivo. Pdl e Lega attaccano a testa bassa accusando i futuristi di essere pronti a spianare la strada agli immigrati irregolari pur di raggiungere i loro obiettivi politici. Cicchitto parla di “voto irresponsabile”, Reguzzoni (Lega) dice che questa non è la strada giusta per dare un senso alla mediazione di Bossi, il ministro Frattini tiene il punto spiegando che il governo non può e non vuole bipassare la linea dell’Unione europea sui respingimenti e il viceministro Urso si giustifica sventolando il vessillo finiano della “difesa dei diritti civili” dei rifugiati.

Ma al netto delle parole, ciò che resta è un dato, ormai palese: il problema è tutto politico. E il segnale lanciato da Fli sul trattato Italia-Libia rappresenta un freno alla mediazione messa in campo dalla diplomazia leghista e rivela che d’ora in avanti ogni pretesto sarà buono per applicare la teoria delle mani libere.

Della serie: oggi le mozioni che di fatto riaprono le porte dell’Italia all’immigrazione clandestina, domani quelle sulle piantagioni di banane in Trentino. Alla domanda se una rottura definitiva tra Fini e il Cav. sia ormai inevitabile, il ministro Sacconi risponde che “nulla è inevitabile tranne la morte”.

Vero, osservano alcuni deputati pidiellini lasciando Montecitorio, ma è altrettanto importante “scongiurare il rischio di una lenta agonia e trovare l’antidoto al veleno iniettato dai finiani”.