I guai del Giappone iniziano ora con la ricostruzione e la fuga di radiazioni
26 Marzo 2011
Come accade spesso dopo ogni catastrofe umana o naturale, è partita la corsa al gesto eroico e al volto dell’eroina. Il Giappone non fa eccezione. Quella di queste ore si chiama Miki Endo, la ragazza che ha tentato sino all’ultimo di salvare i cittadini della sua cittadina di 9.500 abitanti, Minamisanriku. Lei che vedendo sopraggiungere lo tsunami dal mare, è corsa sulla spiaggia per avvertire le persone e esortarle a mettersi in salvo. La ragazza è oggi una delle 17 mila e più persone disperse, probabilmente morte. Accanto a Miki chissà quanti hanno sacrificato la loro vita nella speranza vana di salvare le persone care, le persone che amavano.
Il terremoto dell’11 Marzo scorso ha fatto sinora 10.035 morti ‘certi’ e 17.443 persone disperse secondo le ultime stime diramate ieri dalla polizia nipponica. Nonostante la lunga contabilità di morte che ci assillerà fintantoché non avremo il ‘numero definitivo’ delle vittime – come se un morto solo già non bastasse –rimangono intatte due problemi giganteschi che il governo si trova ad affrontare: il costo e la sostenibilità della ricostruzione e l’impatto – nel breve, medio e lungo periodo – del grave incidente alla centrale nucleare di Fukushima.
Sulla ricostruzione si dica che le prime stime emesse dal governo giapponese, i costi della ricostruzione ammonterebbero alla cifra ragguardevole (e approssimativa) compresa tra i 200 e i 300 mld. di dollari, quasi il 6% del Pil nipponico. Benché il Giappone sia la terza economia del mondo (da poco le è stata strappata la seconda piazza dalla Cina), le casse pubbliche del governo di Tokyo sono già allo strenuo con un rapporto tra debito e Pil al 180% pari a quasi 10 trilioni di dollari. Proprio a causa di questa difficile situazione debitoria, c’è chi si chiede se effettivamente il Giappone possa oggi far fronte alla ricostruzione in maniera autonoma.
Per il momento la classe dirigente giapponese discute sulla possibilità di varare una manovra straordinaria di 10 trilioni di yen (87 miliardi di euro) per far fronte alle prime difficoltà. Qualora fosse approvata questa manovra speciale rimarrebbe intatta la questione della sostenibilità della manovra nel lungo periodo. Il Giappone ha varie soluzioni di fronte a sé. Prima di tutto esiste l’opzione di tagli al bilancio pre-catastrofe affiancato da una tassa ad hoc per il piano di soccorso straordinario per il terremoto-tsunami. E’ possibile inoltre che la banca centrale del Giappone possa attingere dalla ingente quantità di riserve in valuta estera pari a 1 trilione di dollari statunitensi. Ma i guai nipponici non si “concludono” evidentemente ai vincoli posti dal bilancio statale nipponico.
L’Agenzia per la sicurezza nucleare e industriale giapponese avrebbe ‘confermato’ le fughe radioattive dal reattore numero 3 della centrale di Fukushima. Il premier giapponese Naato Kan ha puntualmente affermato che “non c’è spazio per essere ottimisti”, riferendosi alla grave situazione che continua a svilupparsi attorno alla centrale di Fukushima. L’alto livello di emissioni radioattive del reattore numero 3 dell’impianto nucleare di fa pensare a possibili danni alla vasca, ai tubi o alle valvole. Tre operai sarebbero stati contaminati per 10 mila volte il consentito da acqua materiali radioattivi.
Nel frattempo continua l’evacuazione delle persone in un raggio di 30 km da Fukushima. Le autorità prospettano ora una soluzione di cui si parla da giorni: una noce di cemento sul reattore, la soluzione Chernobyl, com’è stata subito battezzata dai media. Dopo quelle eminentemente umane e ambientali (le quali sono destinate a durare per decenni) rimangono quelle nefaste legate all’immagine del made in Japan e qll’attuale blocco energetico che condiziona il grande distretto industriale di Tokyo, una delle zone a più alta intensità produttiva del mondo.
Ivi operano aziende che necessitano per far fronte al proprio ciclo industraile di flusso energetico ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette. I media giapponei rimangono convinti che per poter tornare a un flusso di energia costante pre-sismico, ci vorranno almeno due o più settimane.
