I guai di Craxi cominciarono quando dimostrò che esisteva una sinistra non comunista

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I guai di Craxi cominciarono quando dimostrò che esisteva una sinistra non comunista

19 Gennaio 2010

Il sottoscritto, che non è mai stato socialista, anzi che al solo udire la parola “socialismo” si copre di macchie di allergia, che nutre comunque sempre qualche sospetto sul fatto che in Italia vi siano più ex socialisti che socialisti, forse un pensiero in occasione del decennale della morte di Bettino Craxi può pure permetterselo. Più storico, che politico, anche se è vero che le due cose vanno sottobraccio, giacché chi sbaglia storia sbaglia sempre politica, e oggi lo vediamo bene. Diciamo allora un pensiero in sede storica di cui la politica pensi lei che farne.

La questione vera infatti non è quella su cui si accapigliano oggi Destra, Sinistra e Centro, media e governanti, opposizione e televisione, opinionisti, commentatori ed esperti. La questione vera non è cioè stabilire hic et nunc se Craxi sia stato un furfante da galera o un grande statista misconosciuto. La questione vera è considerare con il massimo della freddezza possibile cosa ha oggettivamente, cioè scientificamente, rappresentato la stagione politica di cui Craxi è stato protagonista, prima sommessamente, poi sempre più imperiosamente.

Craxi e i socialisti italiani craxiani hanno infatti segnato l’indiscutibile traguardo di avere saputo creare, nel nostro strano, asimmetrico e giudiziariamente strabico Paese, una Sinistra non-comunista. Al che qualcuno si straccerà le vesti, e allora però si capirebbe un po’ meglio cosa al socialismo craxiano italiano sia capitato, e magari pure per mano di chi, e qualcun altro invece applaudirà; ma occorre non sfuggire a questo dato di fatto imprescindibile.

Sembra un ossimoro, una Sinistra non-comunista, eppure è cosa vera, reale, esistente. Potrà ancora non piacere per il fatto che è Sinistra, e chi qui scrive concorda pienamente, eppure che si tratti di una Sinistra non-comunista è un grande vantaggio. La morsa feroce del marxismo-leninismo è infatti cosa ben peggiore e terribile, e una Sinistra non-comunista è se non altro un passo avanti nella fuoriuscita dall’ideologia che tutto uccide. Questo a Craxi, almeno questo, va riconosciuto, e anzitutto in sede storica. Epperò questo non è stato che l’inizio dei suoi grandi guai.

La rottura dell’egemonia comunista sulla Sinistra mondiale è infatti cosa che le forze marxiste-leniniste, ivi comprese quelle neopostmarxiste, non digeriscono tanto facilmente. La lotta contro i “deviazionisti”, i “revisionisti”, i “riformisti” e i socialisti variamente definiti “borghesi”, “utopistici” o persino “romantici” data infatti dallo stesso Karl Marx, e attraversa, nel sangue, l’intera storia del marxismo-leninismo mondiale, sovietico, cinese, africano, iberoamericano.

In Italia, del resto, il tentativo di stringere a sé la Sinistra intera nell’abbraccio letale del marxismo-leninsmo del Partito Comunista Italiano, e quindi dei suoi eredi puri e spuri, è antico, atavico, ed è passato attraverso la lotta per il predominio ideologico e ideocratico, ma anche attraverso meno nobili vie di fatto in cerca della soluzione finale, le quali hanno contemplato pure la calunnia gratuita, la menzogna sistematica, l’immoralità più sfacciata.

Sin dai tempi di Pietro Nenni (in questo, almeno in questo, precursore della via italiana al socialismo non-comunista inverata poi da Craxi), la lotta senza quartiere del comunismo verso i riformisti non ha risparmiato colpo alcuno. Lo ha appena ben dimostrato Fabio Bettanin, professore ordinario di Storia dell’Europa Orientale all’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, tramite una serie di documenti inediti riscoperti nello Rgani, l’Archivio Statale di Storia contemporanea della Federazione Russa, che egli ha pubblicato con il titolo Le relazioni fra Italia e Urss nella prima fase della distensione sul periodico di storia Mondo contemporaneo (Franco Angeli editore).

Mosca non perdonò affatto al PSI la svolta socialdemocratica di Nenni e la strada sempre più autonoma su cui settori del socialismo italiano s incamminarono dopo la tragedia ungherese del 1956; e quindi Mosca fece di tutto per rovinare i socialisti italiani e per rafforzarne l’ala massimalista in funzione filo-PCI. Fuori dal PCI, infatti, non poteva tollerarsi alcuna forza di sinistra, figuriamoci socialdemocratica. Anche perché sarebbe miseramente crollato su se stesso il mito, alimentato falsamente per decenni, della presunta autonomia del PCI di Roma dal PCUS di Mosca su cui Palmiro Togliatti aveva, nell’inganno, puntato tutto e grazie al quale ha lucrato sempre il comunismo nostrano, dai tempi del cosiddetto, con infamia, “Migliore” fino ai vertici istituzionali dell’Italia 2010. Far bere agl’italiani e al mondo che il PCI non fosse il PCUS ha infatti consentito al PCI di agire in Italia esattamente come il PCUS agiva in Unione Sovietica, fatte salve solo le necessarie differenziazioni d’“inculturazione” locale, e ha inaugurato l’agonia di tutti i vari Craxi (Craxi in persona, cioè, e tutti gli altri socialisti non-comunisti del Bel Paese, precursori di Bettino prima e suoi sodali dopo), scattata ben prima di quanto immaginiamo.

Tutte cose, queste, che lo scomparso Victor Zaslavsky ha raccontato per anni fra l’indifferenza sia della Sinistra sia di buona parte del resto del mondo politico-culturale italiano, e che altrettanto inascoltatamente hanno ripreso e sviluppato studiosi come Elena Aga-Rossi, Gaetano Quagliariello e il compianto Massimo Caprara, già segretario personale proprio di Togliatti. E tutte cose che uno storico di razza come Ugo Finetti non si stanca mai di ripetere, per esempio nel suo bel libro, Storia di Craxi. Miti e realtà della sinistra italiana (Boroli, Milano 2009).

Tutte cose che non vanno sottovalutate, se pensiamo alla preziosa lucidità intellettuale con cui la Sinistra non-comunista italiana ha saputo coltivare nel proprio seno menti capaci di contribuire come poche all’individuazione del male vero dell’ideologia; faccio un nome per tutti, quello di Luciano Pellicani, capace, da decenni, di riflessioni irrinunciabili sulla natura intrinsecamente e perversamente gnostica del marxismo-leninismo, non seconde a quelle offerte da un Eric Voegelin o da un Alain Besançon.

Tutte cose cioè che la storiografia documenta e che la politica deve tenere quotidianamente presente.
La storia, fondamentale, della Sinistra non-comunista italiana e del craxismo, che, infrangendo l’intangibilità del PCI, ha remotamente iniziato lo smascheramento della colossale menzogna comunista (quanto coscientemente o meno è un altro affare), corre del resto parallela alla storia di quegli strani animali politico-culturali che negli Stati Uniti di America vengono definiti “Cold Wars liberals”. I progressisti, cioè, della Guerra Fredda, gente che stava “di qua”, risolutamente patriottica, favorevole almeno in (buona) parte al libero mercato, atlantista, filooccidentale e coraggiosamente antisovietica nonché anticomunista, pur essendo certo non di destra, anzi dei conservatori essendo nemica. Gente però che ha di fatto impedito la chiusura del cerchio infernale di Mosca, il trionfo dell’URSS nella Guerra fredda e con coraggio persino gettato le basi di quella conversione incredibile che di lì a qualche tempo ha generato la stagione dei neoconservatori. Fra quei Cold War liberals figura il nome di Harry S. Truman e persino quello di Lyndon B. Johnson. Figuriamoci, dunque: se gli States hanno potuto digerire un Johnson per non soccombere al comunismo, forse che noi non si possa tollerare un Craxi?

Bella ciao, insomma. A dieci anni dalla morte di Bettino Craxi attendiamo ancora con trepidazione l’alba radiosa della liberazione, vale a dire il giorno in cui la storiografia relativa al passato recente del nostro Paese verrà finalmente ripulita dalle incrostazioni sessantottarde (cioè sessantottine in ritardo), girotondine, giustizialiste e neopostcomuniste. Quelle cioè che non hanno mai permesso di guardare con serenità al curriculum della Sinistra non marxista-leninista italiana e che quindi hanno stemperato nell’indistinto l’avventura umana, politica e culturale di un mondo più unico che raro. Con colpevolezze enormi.

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