I luoghi comuni della recessione che spaventa gli Usa
30 Gennaio 2008
Guardando alla presentazione del pacchetto economico proposto dalla Casa Bianca la scorsa settimana, secondo l’illustre parere del direttore della Federal Reserve Ben Bernanke; ascoltando il Presidente George W. Bush nel discorso sullo Stato dell’Unione del 28 gennaio, ma soprattutto recependo il tono allarmistico di una parte consistente della stampa mondiale, il maggiore problema dell’America oggi si chiama recessione.
Lo studioso statunitense Kevin A. Hassett, senior fellow ed esperto di politiche economiche per l’American Enterprise Institute, è intervenuto sul Washington Post riguardo alla recessione che spaventa gli USA, rettificando in maniera brillante e ricca di spunti interessanti alcune comuni incomprensioni sull’argomento.
Le sue conclusioni vogliono spingere gli Stati Uniti verso la ripresa: forse i cittadini oggi vivono un momento di difficoltà economica, ma i mercati sono perfettamente in grado di recuperare – e forse lo stanno già facendo. Per questo, gli americani devono maturare la consapevolezza che l’economia è un’avventura con le sue relative incertezze, che non si può affrontare senza correre qualche rischio.
1. La recessione è già iniziata
La prima constatazione avanzata da Kevin Hassett riguarda i dati resi pubblici dalla Business Cycle Dating Committee, parte del National Bureau of Economic Research (NBER). Si tratta di una serie di indicatori economici -tra i quali il reddito pro capite, il tasso di disoccupazione, la produzione industriale- che vengono utilizzati per determinare lo stato di salute dell’economia statunitense. Ora, nota Hassett, se per determinare la recessione bastasse guardare alle cifre fornite dall’NBER -o più specificamente, se fossero sufficiente due periodi quadrimestrali negativi per dichiarare la recessione-, allora le cose sarebbero molto semplici e forse non ci sarebbe nemmeno bisogno di una Commissione per esaminare l’economia nazionale. In realtà, prosegue l’economista statunitense, la situazione è più complessa.
Il problema principale del National Bureau of Economic Research è che questo istituto si esprime riguardo al passato. È come se, per rimanere con un utile esempio dello studioso, per sapere le previsioni del tempo raccogliessimo accuratamente informazioni molto dettagliate relative alle precipitazioni atmosferiche in varie città, e poi intervistassimo gli abitanti del luogo per ulteriori conferme specifiche. A questo punto potremmo soltanto sapere come è stato il tempo il mese scorso, non quello che accadrà; ed è discutibile anche quanto i dati forniti daranno un quadro meteorologico accurato per pianificare qualsiasi intervento in tempi utili. Allo stesso modo, conclude Hassett, seppur l’NBER possa stabilire abbastanza efficacemente se l’America attraversa un periodo di recessione, ciò sarà possibile solo a posteriori, in tempi successivi a quelli della vita reale -come nel 1991, quando, nel momento in cui l’NBER dichiarò ufficialmente la crisi, in realtà il paese si apprestava già a uscirne.
2. La borsa entra in crisi durante i periodi di recessione
Seppur è corretto affermare che quando l’economia è in difficoltà anche gli indici di borsa ne risentono, è altrettanto vero che la borsa è in grado di rispondere favorevolmente alle minacce di recessione – e lo fa in tempi relativamente brevi. Recentemente, l’influente economista Donald Luskin della Trend Macrolytics ha dimostrato come, nel difficile periodo susseguente la Seconda guerra mondiale, i mercati ebbero un ritorno del 12,1% -cifra solo leggermente inferiore alla crescita media in un periodo stabile. Tali numeri portano Hassett ad affermare che, seppur oggi assistiamo ad un indebolimento del mercato, quest’ultimo sta già guardando avanti e risponde favorevolmente alla recessione ancor prima che questa entri nella sua fase più acuta.
3. Le recessioni una volta erano più gravi
I discorsi di molti economisti sembrano ripetere all’infinito che un’eventuale recessione non dovrebbe preoccupare, perché rispetto al periodo antecedente alla Seconda guerra mondiale la crescita economica oggi è più stabile e più sicura, nonostante gli inevitabili scossoni.
Hassett tuttavia non si lascia trarre in inganno da facili ottimismi. La natura delle recessioni è certamente cambiata negli anni: oggi assistiamo a brevi seppur intense crisi (1981-82, 1990-91 e 2001), che in virtù della loro limitata durata appaiono meno serie ad una prima, superficiale stima. Hassett cita piuttosto l’ottimo lavoro dell’economista Christina D. Romer, dell’Università della California at Berkeley, la quale ha dimostrato che le differenze riscontrate da numerosi esperti in merito alla severità delle crisi economiche pre- e post-Seconda guerra mondiale sono attribuibili sostanzialmente ai metodi di raccolta dati, molto più precisi ed accurati oggi di quanto lo fossero nella prima metà del Novecento.
La serietà delle recessioni odierne sembrerebbe dunque secondo lo studioso dell’AEI pressoché immutata. Si tratta di fenomeni importanti, ai quali peraltro il governo statunitense non ha ancora saputo rispondere con strumenti appropriati: l’aumento degli investimenti e i tagli alle tasse restano le soluzioni predilette dalle Amministrazioni di ogni tempo, sebbene l’efficacia e la tempestività di queste misure siano spesso dubbie. Nei periodi in cui la recessione si profila all’orizzonte, nota Hassett, il governo interviene con troppa poca decisione, o troppo tardi.
4. Le recessioni fanno star male i cittadini
Contrariamente a quanto possa sembrare, prosegue Hassett appellandosi alle ricerche di un altro insigne economista, Christopher J. Ruhm dell’Università del North Carolina at Greensboro, i cicli di recessione non fanno male alla maggior parte degli americani. Tali indubbi benefici, sostiene Hassett, dipendono dal fatto che -seppur la disoccupazione aumenta nei periodi di crisi- il numero dei decessi diminuisce: la gente ha più tempo libero e meno denaro a disposizione, quindi si dedica ad abitudini più sane nell’ottica del risparmio: all’auto preferisce camminare, consuma meno alcolici e tabacco, prepara il cibo in casa riducendo i condimenti e i grassi. La diminuzione delle attività sociali porta anche a un sostanziale calo delle malattie contratte sul posto di lavoro (croniche ed infettive), risultando in una diminuzione notevole di stress, patologie cardiache e suicidi.
5. Le recessioni sono parte di un regolare business cycle
Le teorie degli economisti americani del primo Novecento come H.L. Moore, ed ancor prima dello studioso britannico William Stanley Jevons, miravano a collocare le fluttuazioni economiche all’interno di un intervallo che si ripeteva ogni 8-10 anni; tuttavia, la storia ha dimostrato che non sempre tali periodizzazioni si confermano così regolari, sebbene sia possibile ipotizzare ragionevolmente che ad un periodo di recessione ne segua uno di relativa stabilità o crescita. Secondo Hassett, non è possibile dunque identificare un ciclo economico produttivo e stabile, in base al quale prevedere eventuali recessioni.
Il termine “business cycle”, prosegue lo studioso, è in sé impreciso: considera difatti l’economia qualcosa di separato dalle esperienze quotidiane dei cittadini. Invece, proprio sulla base della compenetrazione tra economia e vita reale, le fluttuazioni economiche possono variare in relazione ad innumerevoli fattori, e sono quindi impossibili da presagire secondo una certa regolarità.
Il futuro dell’economia, conclude Hassett, è come un lungo viaggio con una vecchia auto: potrebbe andare in fiamme in ogni momento, potremmo trovare un camion dietro una curva o un albero caduto che blocca la strada, ma potremmo anche arrivare sani e salvi a destinazione.
