Home News I magistrati chiamano, l’Unione obbedisce

I magistrati chiamano, l’Unione obbedisce

L’ultimo atto del passaggio in aula del Ddl di riforma dell’Ordinamento giudiziario ci consegna l’immagine avvilente di un Parlamento che conferma di essere succube delle pressioni esterne.

Ostaggio della debolezza e delle contraddizioni della compagine di maggioranza, Palazzo Madama non ha esitato a fare anche del dibattito sul nostro sistema di giustizia lo scenario di un aspro scontro tra poteri.

Archiviati gli esiti altalenanti delle votazioni dei giorni scorsi, che hanno visto l’Unione dapprima sorretta dal voto del Senatore Andreotti e poi sconfitta su una norma relativa al passaggio dei magistrati dalla funzione inquirente a quella giudicante, il Senato ha regalato una nuova, vana giornata di gloria al Dl Manzione.

Il nuovo emendamento che, come quelli dei giorni scorsi, portava il suo nome, rischiava di aprire una crisi di governo che stavolta avrebbe probabilmente assunto connotati definitivi.

Nel merito, l’emendamento Manzione, benché dotato di contenuto più pregnante rispetto a quello approvato, con gran clamore, contro il parere del Governo, affrontava comunque una questione ancora una volta secondaria e ben lontana dall’argomento che più di ogni altro anima le speranze di riforma dei pochi autentici garantisti presenti in Parlamento.

Non si, infatti, evitare di sottolineare che non è sulla separazione delle carriere che il Governo Prodi ha rischiato di cadere, ma sulla presenza degli avvocati in seno ai consigli giudiziari.

E’ stato davvero singolare assistere ad un dibattito parlamentare in cui nessuno poneva in discussione l’opportunità e la ragionevolezza di una tale previsione ed in cui anche le componenti più a sinistra della maggioranza esprimevano l’esigenza della presenza laica nei consigli giudiziari, per permettere all’avvocatura di riequilibrare, nell’ambito di organi che incidono sulla carriera dei giudici e sull’organizzazione dei Tribunali, lo strapotere della magistratura, che a volta rischia di trasformarsi in autentica prevaricazione.

E’ stato singolare non solo perché chi, dai banchi di Sinistra democratica o di Rifondazione comunista, esprimeva una tale esigenza ha poi bocciato con il proprio voto l’emendamento del Senatore Manzione, ma anche perché l’Unione, impaurita dall’ultimo scivolone, ha deciso di attingere a piene mani dalla riserva dei voti dei Senatori a vita, convocati con urgenza e schierati al gran completo, benché non avessero partecipato nei giorni scorsi alle discussioni in Aula e in Commissione.

A ricompattare la maggioranza sulla giustizia non è stato di certo il merito di una decisione politica, ma un vero proprio ordine di partito, accettato anche da chi, come la Senatrice Rita Levi Montalcini, di un partito non ha mai fatto parte, con buona pace della necessita di un’autonoma maggioranza politica espressa a chiare lettere non molto tempo addietro dal Capo dello Stato.

Il problema è che la compagine di governo non può riuscire a nascondere che il partito che è stato in grado di emanare un ordine così autoritario è quello dei magistrati e che l’Aula è stata costretta a piegarsi alla volontà di un’autorità esterna, secondo logiche del tutto estranee al nostro sistema democratico.

Oltre che autoritario, tuttavia, il partito dei magistrati è anche molto esigente e non è detto che l’ossequioso “obbedisco” pronunciato dall’Unione sia sufficiente a scongiurare lo sciopero indetto per il prossimo 20 luglio.

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here