Rinforzi per l'Afghanistan

I Marines ora possono lasciare l’Iraq ma è vietato abbassare la guardia

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Hanno ragione tutti coloro che mettono in guardia sul fatto che la sicurezza raggiunta in Iraq sia ancora “fragile e reversibile”. Sotto la patina dei significativi progressi ottenuti nel stabilizzazione del Paese, si celano le insidie di un Iraq ancora lacerato da profonde divisioni etniche e religiose e scosso dalle lotte interne per il potere politico.

E’ bene quindi che Obama non si discosti dall’accordo siglato con il governo di Baghdad dalla precedente amministrazione Bush, il cosiddetto SOFA, Status of Forces Agreement, e che prevede il ritiro graduale delle forze americane in Iraq entro il 2011, condizioni sul campo permettendo. Il neo presidente aveva rassicurato i vertici militari americani nel corso della campagna elettorale, allontanando lo spettro di un ritiro precipitoso nel caso in cui fosse andato alla Casa Bianca.

D’altra parte, la priorità di Obama nella guerra al terrorismo oggi si chiama Afghanistan. E i progressi registrati grazie al surge del generale Petraeus in Iraq consentono agli USA di dislocare parte delle truppe sul fronte talebano. Il comandante dei corpi dei Marines, James Conway, ha dichiarato che questo è il momento giusto per ritirare dall’Iraq circa 23.000 marines. “Abbiamo già iniziato a ridurre progressivamente le nostre risorse – ha affermato il generale – così ad oggi riteniamo che in meno di otto mesi tutti i nostri uomini potranno lasciare il paese”. Conway si è detto anche convinto della capacità dei Marines di sconfiggere l’insorgenza talebana.

Probabilmente il passaggio delle forze dall’Iraq all’Afghanistan non sarà immediato: non c’è ancora un programma definito e inoltre sarà necessario un periodo di diversi mesi per permettere nuovi esercizi di addestramento anfibio, in montagna e al freddo per le truppe, che in un certo senso hanno perso confidenza con tali ambienti negli ultimi anni di guerra. La missione da portare avanti in Iraq adesso è invece focalizzata soprattutto sulla costruzione dello stato. “Non vogliamo lasciare nessuna squadra di Marines in Iraq a questo punto – ha concluso Conway – non è nostro compito portare avanti la missione in atto qui: c’è bisogno di noi altrove.” L’unica eccezione potrebbero essere alcuni uomini lasciati nel paese per addestrare e consigliare i militari iracheni.

Obiettivo ultimo è quello di fortificare i cosiddetti Multi-National Corps-Iraq, che negli ultimi mesi hanno fatto enormi progressi. Un chiaro esempio è rappresentato dal tentativo di trasferire il cosiddetto “Movimento del Risveglio” sotto il controllo del governo iracheno, oltre ad offrire ai suoi uomini la possibilità di formazione e di lavoro in diversi campi del settore civile e privato, sulla base delle loro esperienze e abilità. L’esercito del Risveglio - in arabo, sahwa, che le forze armate Usa chiamano anche “Figli dell’Iraq” - comprende circa 100.000 combattenti, in maggioranza sunniti, in varie province, tra cui al Anbar, Salahuddin, e Diyala,  e nei sobborghi occidentali di Baghdad prevalentemente sunniti. L’entrata in scena di Petraeus è coincisa con il passaggio dei sahwa al fianco degli americani, dopo che fino a quel momento avevano combattuto nelle file dell’insorgenza. Come sottolineato dal Maggiore Mike Ferriter, vice generale di comando per le operazioni delle forze multi-nazionali, i “Figli dell’Iraq” sono stati di grande aiuto nel guadagnare la fiducia della gente e nell’impedire che al Qaida si mescolasse con la popolazione locale: e hanno agito in tal modo con enormi sacrifici personali, perdendo oltre cinquecento uomini negli scontri dello scorso anno.

In quel periodo hanno lavorato per la Coalizione, che li pagava. Ma a partire dall’estate del 2008, con i significativi progressi registrati nella sicurezza proprio grazie al loro contributo, unito all’incremento di esperienza e di capacità delle forze di sicurezza irachene, gli Stati Uniti hanno iniziato a lavorare con Baghdad per integrare i sahwa nelle istituzioni irachene. Malgrado la sua iniziale reticenza, il premier al-Maliki ha firmato un accordo per mobilitare le risorse necessarie ed entro il prossimo aprile tutti i membri del movimento passeranno sotto la responsabilità del governo. Il 20% di loro entrerà a far parte delle forze di sicurezza, mentre a metà gennaio già sono stati 894 gli ex-Figli dell’Iraq che hanno concluso l’accademia di addestramento a Baghdad e si sono inseriti nelle unità di polizia irachena.

Quello che generali e comandanti delle forze multinazionali ribadiscono in questi giorni è che entro tre mesi “la pratica” sahwa sarà conclusa, senza troppe difficoltà. Nel frattempo non si dovrà perdere di vista quella che rappresenta l’assoluta priorità per le relazioni Stati Uniti-Iraq: il rispetto del SOFA, che gli iracheni chiamano “Withdrawal Agreement”, e che dovrà essere ratificato nel referendum previsto per il prossimo 31 luglio. I prossimi sei mesi saranno dunque decisivi per il processo di stabilizzazione del Paese.

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