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Un altro 25 Aprile

I morti sconosciuti, i morti repubblichini

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Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci arresta e si ha pura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l’ha perso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso.

Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri a vederli e a riempircene gli occhi. Non è paura non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce –  si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza , e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione.

Ora che ho visto cos’è una guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: -E dei caduti che facciamo? Perché sono morti? – Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero.

“Abbiamo avuto dei morti anche qui. Tolto questo e gli allarmi e le scomode fughe nelle forre dietro i beni (mia sorella o mia madre che piomba a svegliarmi, calzoni e scarpe afferrati a casaccio, corsa aggobbita attraverso la vigna, e l’attesa, l’attesa avvilente), tolto il fastidio e la vergogna, niente accade. Sui colli, sul ponte di ferro, durante settembre non è passato giorno senza spari – spari isolati, come un tempo in stagione di caccia, oppure rosari di raffiche. Ora si vanno diradando. Quest’è davvero la vita dei boschi come si sogna da ragazzi. E a volte penso che soltanto l’incoscienza dei ragazzi, un’autentica, non mentita incoscienza, può consentire di vedere quel che succede e non picchiarsi il petto. Del resto gli eroi di queste valli sono tutti ragazzi, hanno lo sguardo diritto e cocciuto dei ragazzi. E se non fosse che la guerra ce la siamo covata nel cuore noialtri – noi non più giovani, noi che abbiamo detto ‘Venga dunque se deve venire’ – anche la guerra, questa guerra, sembrerebbe una cosa pulita. Del resto, chi sa. Questa guerra ci brucia le case. Ci semina di morti fucilati piazze e strade. Ci caccia come lepri di rifugio in rifugio. Finirà per costringerci a combattere anche noi, per strapparci un consenso attivo. E verrà il giorno che nessuno sarà fuori della guerra – né i vigliacchi, né i tristi, né i soli. Da quando vivo qui coi miei, ci penso spesso. Tutti avremo accettato di far la guerra. E allora forse avremo pace.”

Se i partigiani requisiscono farina o bestiame, mio padre dice: – Non è giusto. Non hanno il diritto. La chiedano piuttosto in regalo. – Chi ha il diritto? – gli faccio. – Lascia che tutto sia finito e si vedrà – disse lui.

Cesare Pavese, La casa in collina, Einaudi 2014 d, cap. XXIII, pp. 122-123.  

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