I ‘neocon’ vogliono McCain alla Casa Bianca

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I ‘neocon’ vogliono McCain alla Casa Bianca

21 Febbraio 2008

“Sostanzialmente mi trovo in sintonia con il
neoconservatorismo, perché credo che l’America possa svolgere il proprio
compito nel mondo sostenendo più efficacemente i popoli che cercano la libertà
e la democrazia”. Con queste parole nel 2006 John McCain, il candidato
Repubblicano alle elezioni presidenziali statunitensi che si terranno il
prossimo 4 novembre, si inserì nel dibattito riguardante il ruolo e l’eventuale
futuro del neoconservatorismo negli USA. Quanto tuttavia è corretto definire
McCain un neoconservatore, e quanto un’eventuale risposta affermativa influirà sul
domani dell’America?

Cominciamo dal principio, ovvero dal formarsi della
“persuasione neoconservatrice”, come la definì colui che è sicuramente il più
adatto a figurare da suo padre nobile – il grande studioso, editore e
pubblicista Irving Kristol. Il neoconservatorismo si sviluppò negli anni
Settanta all’interno di un gruppo di intellettuali di sinistra, nati o
cresciuti nell’ambiente newyorkese, prevalentemente di origine ebraica (sebbene
il teorico dell’economia e studioso di scienze
sociali Michael Novak, ad esempio, sia cattolico). Delusi dall’assistenzialismo
sociale e dai metodi di redress (compensazione
e ridistribuzione) adottati dal Partito Democratico, dall’eccessiva burocrazia
e dalle politiche di distensione verso l’Unione Sovietica, i neoconservatori
“assaliti dalla realtà” – per citare ancora una volta Kristol- si distanziarono
dalla sinistra liberal, desiderando inizialmente
riportare i Democrats verso posizioni
centriste con l’appoggio al Senatore Henry “Scoop” Jackson.

Tuttavia nel 1980, con la candidatura di Ronald Reagan alle
presidenziali, i neoconservatori abbandonarono definitivamente il sogno di
riformare il Partito Democratico e si unirono ai Repubblicani, occupando
posizioni di rilievo nelle Amministrazioni right
wing
che seguirono e sviluppando proprie posizioni distintive riguardo
all’economia, la società e la politica estera. La popolarità di quest’ultimo
aspetto nella “prospettiva neoconservatrice”, come la ha definita recentemente Flavio
Felice, è stata però enfatizzata smodatamente in particolar modo dopo l’11
settembre, quando analisti politici come Robert Kagan, Joshua Muravchik, Max
Boot e William “Bill” Kristol (figlio di Irving) hanno portato alla ribalta le
proprie teorie di azione militare preventiva, regime change, e/o
esportazione della democrazia. È importante ribadire che il neoconservatorismo
non è unicamente caratterizzato dalla politica estera: non vanno difatti
dimenticate le battaglie dei neoconservatori a favore della meritocrazia nelle
politiche pubbliche, i loro tentativi di mitigare gli effetti negativi del
capitalismo e il loro impegno non militare in difesa dei diritti umani (in particolare,
il sostegno economico e politico ai progetti per la democratizzazione pacifica
di regimi illiberali, tra i quali oggi Birmania e Sudan).

Come si inserisce McCain all’interno di questo percorso?
Sebbene il Senatore dell’Arizona non condivida il cammino che dalla sinistra
Democratica ha portato i neoconservatori a destra (il cuore di McCain batte da
sempre per il Partito Repubblicano), vi sono numerosi punti in comune tra la
filosofia del pensiero neoconservatore e quella di McCain – seppure quest’ultimo
non abbia ancora una “dottrina presidenziale” già formulata né tantomeno
sperimentata sul campo e ci si possa basare unicamente sulle sue dichiarazioni
e decisioni politiche dal 1982 (data nella quale fu eletto alla Camera con i Repubblicani)
ad oggi.

È quindi possibile e opportuno tracciare qualche linea
guida. Prima di tutto, McCain ha da sempre dimostrato la propria stima verso il
padrino politico dei neoconservatori: Henry “Scoop” Jackson, il quale nel 1972 fondò
la Coalition
for a Democratic Majority – un gruppo di pressione nato al fine di contrastare
il “grande male del comunismo” e promuovere la democrazia nel mondo – e che si
impegnò per l’approvazione di quell’emendamento Jackson-Vanik del 1974 che
portava il suo nome (il quale mirava a consentire esplicitamente l’emigrazione degli
ebrei sovietici dall’URSS vietando alle corporations
americane qualsiasi forma di commercio nonché concessione di credito all’Unione
Sovietica in caso l’emigrazione non fosse permessa). Tali episodi, appartenenti
al curriculum politico di Jackson, sono importanti per inquadrare la proposta di
McCain per gli Stati Uniti: difatti è possibile argomentare che molto del
neoconservatorismo, e in particolare dell’epoca di “Scoop” Jackson, è stato
ripreso nella candidatura del Senatore dell’Arizona. McCain guarda a Jackson nell’impegno
a rafforzare la democrazia nel mondo anche attraverso iniziative pacifiche; sulla
base degli studi dell’analista politico neoconservatore Joshua Muravchik (che
fu membro della Coalition for a Democratic Majority con “Scoop” Jackson), McCain
ha collaborato con il Senatore Democratico Joseph Lieberman alla stesura
dell’Advance Democracy Act – un progetto ambizioso del marzo 2005 e
riconfermato nel 2007, in cui si chiesero e ottennero stanziamenti federali, un
ufficio ministeriale con poteri speciali e operazioni ad hoc per sostenere i gruppi democratici nel mondo e promuovere le
loro iniziative. Così come i neoconservatori degli anni Settanta, e più
specificamente gli Scoop Jackson
Democrats
, McCain ha dimostrato notevole insofferenza verso la Russia,
ribadendo categoricamente che gli Stati Uniti proseguiranno nell’approntamento
dello scudo missilistico in Europa che tanto indispone Putin, giungendo sino al
punto di suggerire che la Russia venga esclusa dal G8. McCain assume toni
comuni al neoconservatorismo anche nel ribadire il sostegno esplicito, continuativo
e incondizionato ad Israele, e nel metter in guardia dalla pericolosità
dell’Iran, non escludendo la possibilità di un intervento armato sottoforma di raid aerei in Medio Oriente; critica poi
l’Amministrazione Bush per aver affrontato l’Iraq con piani e mezzi
insufficienti; condanna duramente – ed apertamente – l’Arabia Saudita e la Cina per il mancato rispetto
dei diritti umani; e infine chiede un’azione di regime change in Birmania, cozzando con i realisti del Pentagono
che vorrebbero invece limitare l’interventismo statunitense a luoghi meno
insidiosi per l’America.

È tuttavia proprio a causa dell’impegno imprescindibile e bipartisan di McCain a favore della
democrazia ed i diritti umani che è opportuno rilevare una differenza
importante tra il Senatore dell’Arizona ed i neoconservatori, in seguito a
quella che è stata la sua esperienza in Vietnam come prigioniero dei Vietcong.
McCain difatti ha premuto per la cessazione “senza eccezioni di tempo e di
luogo” delle torture, nonché per la tutela dei prigionieri di guerra, sin dai
tempi in cui attaccò duramente Rumsfeld per avere chiarimenti su Abu Ghraib
davanti alla Commissione Difesa del Senato; e ha chiesto più volte la chiusura
della prigione di Guantanamo in base ai dettami della Convenzione di Ginevra. I
neoconservatori hanno invece spesso ribadito la legittimità di ricorrere a
prigioni speciali su basi utilitaristiche, secondo il principio per il quale è
meglio sacrificare qualche vittima innocente sull’altare della prevenzione,
piuttosto che subire una strage terroristica con milioni di vittime; non
riconoscono inoltre la possibilità di anteporre le convenzioni internazionali
alla legge statunitense, che ha previsto la sospensione dell’habeas corpus in caso di urgenza per la
sicurezza nazionale.

McCain si scosta anche dal conservatorismo tradizionale e
dalla destra religiosa, assumendo in merito ai grandi temi sociali posizioni
più prossime ai neoconservatori. Il Senatore dell’Arizona è personalmente
contrario all’interruzione della gravidanza, ma a differenza della maggioranza
del Grand Old Party ha affermato che la sua legalizzazione costituisce un “male
necessario”: non chiede dunque l’invalidazione della Roe vs. Wade, ma vede la
regolamentazione federale come unica alternativa all’aborto clandestino. Anche
in merito al tema della ricerca sulle cellule staminali McCain si è dimostrato a
favore di un finanziamento da parte dello Stato, appoggiando lo Stem Cell Research Enhancement Act
nel 2005: la sua idea è che sia meglio contenere con la legge una
pratica che il resto del mondo sembra intenzionato comunque a perseguire, piuttosto
che relegare l’America in una posizione marginale nel campo della ricerca e del
progresso scientifico. E ancora, McCain non ha dato il proprio sostegno al Marriage
Protection Amendment del 5 giugno 2006, che mirava a definire il matrimonio come
“l’unione tra un uomo e una donna” e avrebbe di fatto vietato le unioni
omosessuali; anche su questo tema, sebbene le convinzioni personali di McCain
siano in linea con quelle dei conservatori, il Senatore privilegia l’approccio
neutrale del “don’t ask, don’t tell”,
condiviso anche dal neoconservatorismo, preferendo lasciare ai singoli Stati la
regolamentazione di questo tema così controverso.

John McCain ha anche assunto posizioni coraggiose sul tema
dell’immigrazione, chiedendo insieme al Senatore democratico Ted Kennedy la
regolarizzazione di quasi 11 milioni di immigrati già residenti negli Stati
Uniti, e la concessione a tempo di quasi 400 mila permessi di lavoro l’anno
-scontrandosi con una parte dei Repubblicani tradizionalisti che vorrebbero una
drastica riduzione del numero degli immigrati, giungendo persino ad un
rimpatrio en masse dei clandestini e
alla costruzione di una rete di confine ipersorvegliata con il Messico. McCain
si è inoltre inimicato la destra libertaria e i movimenti antitasse come l’Americans
for Tax Reform criticando i tagli alle imposte voluti da Bush, schierandosi
contro la corruzione e l’evasione fiscale, e sostenendo un programma di
risanamento economico basato sulla riduzione del debito pubblico. In accordo
con un altro Senatore Democratico, Russ Feingold del
Wisconsin, ha lottato per imporre alcune restrizioni sui finanziamenti delle
campagne elettorali e per bandire le donazioni illimitate ai partiti politici (McCain-Feingold
Act).

Riguardo al lavoro svolto in cooperazione con i senatori democratici,
è importante soffermarsi sull’elemento di “trasversalità”, come lo ha definito
su Il Foglio Alessandro Tapparini, che rende unico McCain: la capacità di lavorare
con l’opposizione sui temi a suo parere realmente importanti, in politica
estera (la proposta di esclusione della Russia dal G8, in collaborazione con
Joe Lieberman) così come sulle questioni interne (si è citato il McCain-Feingold
Act per il finanziamento ai partiti, ma anche l’impegno ambientalista ribadito
con Lieberman nel Climate Stewardship and Innovation Act). È in base alla sua
non comune volontà di collaborazione bipartisan
che il Senatore dell’Arizona ha conquistato la fiducia di personalità
politiche importanti, tra le quali l’ex Segretario di Stato Henry Kissinger e l’ex
candidato presidenziale John Kerry – che avrebbe voluto McCain come running mate nella sua corsa alla Casa
Bianca del 2003, e che a sua volta il Senatore proporrebbe nella propria
squadra di governo se riuscisse a conquistare la Presidenza.

Troppo poco attento ai principi della fede per la destra
religiosa, incoerente e superficiale per i conservatori sociali (come
confermano le recenti critiche lanciategli dalla controversa opinionista
politica Ann Coulter, e dall’altrettanto irriverente commentatore radiofonico
Rush Limbaugh), McCain è stato spesso tacciato dai libertari (Ed Crane del Cato
Institute, e Grover Norquist dell’Americans for Tax Reform) di scarsa
esperienza e poca chiarezza sui temi economici. Persino in politica estera è
accusato dagli isolazionisti e dai realisti di essere rispettivamente troppo
imperialista e moraleggiante, tanto da venire presentato da Christian Rocca su
Il Foglio come “il candidato di successo che non piace
al suo partito”. Talvolta impopolare tra i suoi stessi compagni, non è perciò
un caso che McCain venga definito un RINO, Republican
In Name Only
(Repubblicano soltanto di nome).

Un personaggio eclettico dunque, “falco” nel concepire un
ruolo forte per l’America nel terzo millennio, ma sorprendentemente liberale
riguardo ai temi sociali – riadattando però le proprie convinzioni dal
liberalismo classico, e non dai liberals
della new left in stile Hillary
Clinton ai quali il Grand Old Party guarda da sempre con un misto di orrore e apprensione.
Non sorprende quindi che il Senatore dell’Arizona goda di un sostegno indefinito
ed indefinibile, seppur eterogeneo, in grado di raccogliere consensi trasversali
tra differenti schieramenti politici. Non sorprende neppure, d’altro canto, che
tra tutti siano i neoconservatori a collocarsi quasi unanimemente al fianco di McCain – alcuni, come nel caso di Robert Kagan e Bill
Kristol, lo hanno sostenuto sin dal 2000 quando si presentò alle primarie come
candidato presidenziale per il Partito Repubblicano. Ed è proprio attraverso le
parole di Bill Kristol che si arriva a comprendere quello che può essere il
fascino di McCain per i Repubblicani, e forse non solo per loro – specialmente
se la sua avversaria finirà per essere la molto, molto liberal Hillary Clinton:

“Si potrebbe definire McCain neo-vittoriano: inflessibile,
orgoglioso, moraleggiante, ma (e magari proprio per questo) un uomo coraggioso,
che crede nei principi. Forse una dose di questo spirito neo-vittoriano è
proprio quello che ci vuole nel Ventunesimo secolo”.