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Italia a due velocità

I pannicelli caldi del Governo per il Sud

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Molto del paradosso italiano sul costo del lavoro sta nel contrasto tra stipendi netti bassi e spesa lorda delle imprese elevata. In questo contesto, l’introduzione del reddito di cittadinanza, senza il necessario accompagnamento di politiche attive del lavoro, ha ulteriormente aggravato il quadro, specie al Sud. Infatti, è anche a questi elementi che si deve il cortocircuito occupazionale da cui discende una parte consistente della massa di precari e lavoratori in nero che rende il nostro mercato del lavoro così friabile. Su queste premesse, la “svolta” di questo governo sulla riduzione dei contributi del 30% per le imprese del Mezzogiorno nei prossimi mesi sembrerebbe dunque una buona mossa. E allora perché mai molte reazioni, anche del mondo dell’impresa ed indipendentemente dalla latitudine geografica, vanno dal tiepido all’aperta indifferenza? Perché in realtà, per aver significato, il taglio del costo del lavoro deve essere strutturale, condizione che presuppone disponibilità finanziarie certe e di lungo periodo.

La misura, per operare fino alla fine dell’anno, infatti costerà alle casse dello Stato circa 1,1 miliardi di euro, quasi 4,5 miliardi di euro su base annuale e al momento non c’è copertura. E allora che succederà? Il duo Conte-Provenzano ha detto di voler recuperare per il prosieguo risorse dal Recovery Fund. Tuttavia, non ci dice che i segnali in arrivo dall’Unione Europea sono negativi in ragione della natura finalistica di quelle risorse. Del resto, il governo, sull’utilizzo di questa misura straordinaria, sembra si stia ispirando al Totò di “Miseria e Nobiltà” e alla sua vendita del “paltò di Napoleone” per organizzare il pranzo di famiglia. Il Governo teme gli effetti sociali della fine del blocco dei licenziamenti e, pertanto, punta a ridurre il costo del lavoro nell’area che potrebbe maggiormente soffrire gli effetti lunghi della recessione. Tuttavia, la sensazione è che si trasformerà in un sussidio per quelle imprese che avrebbero mantenuto ugualmente la forza lavoro. Ciò aiuterà la loro marginalità, ma gli effetti sull’occupazione saranno da monitorare. Secondo SVIMEZ, il calo dell’occupazione nel 2020 sarà pari al 6,1% nel Mezzogiorno ed il rimbalzo nel 2021 sarà solo dell’1,3% (molto peggio rispetto al settentrione). In definitiva, quindi, la misura può avere un suo senso politico per tentare di attenuare un’emorragia pericolosa, ma l’efficacia sarà tutta da verificare. Occorrerebbe invece incidere sulle condizioni ambientali sfavorevoli che penalizzano il Mezzogiorno: burocrazia, deficit infrastrutturale, diffusione di pratiche illegali e di lavoro sommerso. Azioni possibili e realizzabili sicuramente, ma certo non da un esecutivo concentrato solo sulla sopravvivenza politica dei suoi membri.

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