12 Febbraio 2010


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“I pentiti sono per loro natura inattendibili”

Specializzazione degli Ordini, formazione professionale, informatizzazione del lavoro e separazione delle carriere. Questi sono i temi più importanti per i professionisti dell’Avvvocatura. E Roma sarà il banco di prova del “processo telematico”: un tavolo di lavoro che ha impegnato da oltre un anno la Camera Penale, il Ministero della Pubblica Amministrazione e il Ministero della Giustizia. Ne parla il Presidente della Camera Penale di Roma, Giandomenico Caiazza.

Avvocato Caiazza, come deve essere strutturata secondo lei una riforma dell’ordinamento professionale degli avvocati?

La legge di riforma dell’ordinamento professionale ha visto la Camera Penale molto attiva. L’aspetto della riforma che più ci interessa  è quello della specializzazione degli avvocati. Le questioni problematiche sono due: la prima è il numero troppo elevato dei professionisti; la seconda è la scarsa qualità professionale degli iscritti all’Albo. C’è un’eccessiva genericità del titolo: oggi è impensabile che un avvocato sappia occuparsi di tutto, perciò non c’è alcuna garanzia per il cittadino di potersi affidare a professionisti che lo tutelino in modo certo. Servono degli albi differenziati (penale, civile, e così via) e una formazione finalizzata alla specializzazione che si vuole ottenere. Poi questa specializzazione va periodicamente valutata.

In che modo si può favorire una formazione come quella che intende lei?

La Camera Penale, ad esempio, ha delle scuole senza scopo di lucro che sono riconosciute come strumento di formazione professionale. Noi puntiamo sulla formazione perché questa è una strada per controllare la qualità. Basta richiedere che il professionista partecipi ogni anno ad un corso di aggiornamento. Certo, mi rendo perfettamente conto che questa impostazione depotenzia gli ordini professionali.

Chi ha il compito di vigilare sulla professionalità degli avvocati?

Il controllo sarebbe deputato agli Ordini. Ma non ne esiste uno in Italia che abbia mai preso un provvedimento disciplinare nei confronti di un iscritto. Quindi, di fatto, non esiste alcun controllo. La Camera Penale fa formazione e controllo, ma non abbiamo alcun potere disciplinare. Se non creiamo delle figure professionali credibili che siano garanzie per il cittadino, penso che l’avvocatura, nella sua considerazione sociale, sia una professione destinata alla deriva.

Voi avvocati vi state anche battendo per “l’informatizzazione” della professione.

La Camera Penale di Roma ha avuto un incontro con il Ministro Renato della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta per ciò che riguarda questo argomento. Roma infatti, sarà il banco di prova per un piano nazionale per sperimentare la “digitalizzazione” del processo penale. Vede, Roma è il paradigma di un problema:  siamo l’unico foro d’Italia a scannerizzare tutti gli atti d’indagine. Altre Procure ad esempio scannerizzano solo i processi più importanti. Quindi tutti gli atti che arrivano a conclusione delle indagini e vengono depositati, sarebbero acquisibili in formato digitale.

Cioé?

Il problema è che questo formato digitale, è realizzato con un software della procura di Roma che per gli avvocati è difficile consultare. In breve, con gli atti del processo in formato digitale non possiamo svolgere le ricerche che svolgevamo prima con il cartaceo, perché il software per la lettura ce l’hanno solo i Pubblici Ministeri. L’unico modo che abbiamo per farlo è stampare quel formato digitale in una tipografia sulla carta.

Dalla carta, al digitale, per poi tornare alla carta.

Non solo torniamo ad utilizzare la carta. Il nostro lavoro non è mai al passo con quello dei pm. Alla luce di questo problema, il Ministro Brunetta ha deciso allora di far partire una sperimentazione digitale proprio da Roma: da circa un anno abbiamo creato un tavolo di lavoro fra Camera Penale di Roma, Ministero della Pubblica Amministrazione, Ministero della Giustizia, Direzione Generale per i Sistemi Informativi Automatizzati (DGSIA) e Tribunale di Roma per sperimentare un nuovo sistema informatico di lavoro.

In cosa consisterà questa sperimentazione?

In primo luogo sulla “navigabilità” degli atti: questo significa unificare tutti i sistemi informatici d’Italia e renderli uguali, poiché ogni procura ha un suo sistema che è diverso dagli altri, e mettere avvocati e pm nelle condizioni di svolgere ognuno il proprio lavoro in modo paritario. In secondo luogo sull’interlocuzione tra gli uffici: cioè una informatizzazione anche delle notifiche che possono avvenire fra Tribunale e Avvocati attraverso internet. In terzo luogo sulla modifica dei criteri di costo delle copie digitali che dobbiamo stampare dai cd: adesso per esempio, i cd contenenti gli atti hanno tutti lo stesso costo, sia che contengano dieci pagine, sia che ne contengano dieci mila. Il risultato è che all’avvocato conviene prendere il formato digitale solo se le pagine sono almeno otto mila (e poi stamparlo), altrimenti prende direttamente il cartaceo.

Quindi fare in modo che il mezzo digitale convenga di più.

Si, questa è la vera rivoluzione. Potrebbe non esserci più il problema della carta, del personale che è costretto a fotocopiare interminabili atti ed in più, un consistente abbattimento dei costi. Senza contare la facilità di accesso agli atti del processo: io sto collegato ad internet dal mio studio e posso consultare i fascicoli in qualsiasi momento. Non è fantascienza. Ormai ognuno di noi può fare tutto questo per controllare il proprio conto in banca, ma nel nostro ambito professionale c’è ancora una sorta di resistenza culturale.

Oltre alla formazione e alla digitalizzazione del lavoro di avvocato, in materia di giustizia quali problemi state discutendo alla Camera Penale?

Veramente ce ne sono molti, ma la questione più importante per noi è la separazione delle carriere fra Giudici e Pubblici Ministeri. Tutti i più grandi problemi della giustizia italiana derivano dal fatto che le carriere professionali di queste due categorie non siano separate. Il Governo annuncia questo provvedimento da moltissimo tempo, ma ancora non se ne è fatto niente.

Perché secondo lei si aspetta così tanto?

La mia personale opinione è che su questo tema la maggioranza non dimostra di avere un dna veramente liberale. Mi sembra che la questione della separazione delle carriere venga utilizzata da molto tempo come una minaccia, come mezzo di contrattazione politica. Si dice: io non ti faccio la separazione delle carriere se tu…

Chi è che ha questo forte interesse secondo lei?

E’ la Magistratura. In questo modo il vero protagonista del processo penale è la pubblica accusa. La pubblica accusa ha una forza ed una capacità di controllo sul giudizio che perderebbe totalmente con la separazione delle carriere. 

Come giudica il disegno di legge del senatore Giuseppe Valentino sull’utilizzo delle dichiarazioni dei pentiti di mafia?

Il ddl Valentino esprime qualcosa che è patrimonio dell’avvocatura penale. Attualmente le dichiarazioni dei collaboratori sono valutate dalla discrezionalità del giudice. Questo negli anni ha determinato un andamento oscillante della giurisprudenza: questa di per sé è la cosa più grave. Il punto però è che quando si vanno a toccare temi che evocano la mafia, anche quando le questioni sono sacrosante, la politica sente subito la necessità di prendere le distanze per una questione di “conformismo”.

Lei ritiene che i pentiti siano ormai inutilizzabili?

Si tratta di utilizzare qualunque dichiarazione che possa avere valore di prova, però ancorandola ad esigenze di oggettività. Diciamo che i pentiti sono per loro natura inattendibili. Essi sono portatori di un tale interesse personale che contrariamente da quanto si afferma meritano la più sistematica diffidenza, anche per l’effetto devastante che possono avere sulla vita delle persone.

Bisogna vigilare anche sul lavoro dei magistrati costituendo commissioni parlamentari?

Intanto le commissioni parlamentari sono decenni che non servono più a nulla, se non ad intorbidire le acque. A coloro che si oppongono ad una regolamentazione oggettiva di questo tipo di prova io dico: ecco quali sono le conseguenze. In un contesto così arbitrario della valutazione delle dichiarazioni di questi soggetti, la reazione è allora quella di aver bisogno di fare delle analisi di come la magistratura si è comportata. E’ un potere che reagisce ad un altro. Per me questa non è una soluzione, ma è un fatto sintomatico della necessità di mettere dei paletti.