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Il caso libico

I pescatori prigionieri in Libia, le contese sull’ex “Mare Nostrum” e le tentazioni turche del governo italiano

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Sono passati ormai 42 giorni dal giorno in cui gli equipaggi dei due pescherecci italiani di Mazzara Del Vallo sono stati sequestrati e detenuti dalle autorità libiche di Bengasi dal Generale Kalifa Haftar. Poco si sa sul loro destino o sulle loro condizioni di detenzione. A nulla sono valse le proteste e le grida dei loro famigliari o il timido e per nulla efficace intervento del governo italiano. La storia è strettamente connessa al discorso della sovranità territoriale, ma anche agli equilibri geopolitici in tutta l’area est del Mar Mediterraneo, quello che, in un tempo molto lontano, chiamavamo “Mare Nostrum”.

La Libia, da tempo, pretende di estendere la sua sovranità oltre le 12 miglia nautiche riconosciute dal diritto internazionale, per ulteriori 12 miglia nautiche e per un totale di 24 miglia (48 km) dalle sue coste. Infatti le autorità di Bengasi hanno contestato agli equipaggi dei due pescherecci Antartide e Medina, che si trovavano a circa 40 Km dalle coste, la loro presenza nelle acque territoriali libiche.

Le pretese sulla sovranità territoriale sui tratti di mare antistanti le coste non sono circoscritte all’area del Mediterraneo centro-orientale, ma contenziosi ancora più violenti sono in atto tra Turchia e Cipro, Turchia e Grecia, Israele e Libano. È di questi giorni l’annuncio della Turchia di aver ripreso le sue ricerche di idrocarburi in aree contese con Cipro e le isole greche, provocando il forte dissenso di Grecia, Cipro e non solo. Inoltre sono previste, tra qualche giorno, trattative indirette tra israeliani e libanesi – con la mediazione degli Stati Uniti d’America, rappresentati dal loro ambasciatore in Algeria – ed il contingente UNIFIL, che si terranno nella cittadina libanese di Al Naqura, al confine con lo stato di Israele e sede del contingente ONU. Le trattative, molto difficili, hanno lo scopo di disegnare il confine marittimo tra i due Stati in una zona particolarmente ricca di gas naturale.

Questa conflittualità in atto tra i vari Stati che si affacciano sul Mediterraneo ha determinato la creazione di nuove alleanze e nuovi schieramenti contrapposti: da una parte la Francia, la Grecia, Cipro, l’Egitto e, in qualche modo, lo stesso generale Haftar; dall’altra il nuovo “Sultano” Erdogan, deciso ad appropriarsi dei ricchi giacimenti di idrocarburi sommersi nelle acque del Mar Mediterraneo, accampando diritti inesistenti.

Nella sua corsa al gas Erdogan ha segnato un punto a suo favore, riuscendo a mettere le mani sulla porzione di Libia governata da Al Sarraj e dai Fratelli Musulmani, partito del quale Erdogan non solo fa parte, ma è anche leader.

L’Italia, in modo a mio parere incomprensibile, ha deciso di stare, anche se non apertamente, dalla parte di Al-Sarraj e di Erdogan. Ciò ha prevedibilmente suscitato l’ostilità del Generale di Bengasi, ostilità che renderà estremamente difficili le trattative tra il governo italiano e le autorità di Bengasi per la liberazione dei nostri pescatori caduti nella trappola del Generale Haftar. E se il nostro governo pensa che la Turchia ci sarà d’aiuto in questa impresa, sbaglia indirizzo: al contrario, saranno proprio le relazioni tra il governo di Al-Sarraj e il governo italiano a costituire un ulteriore ostacolo nel processo di liberazione degli 8 pescatori italiani e dei loro compagni di nazionalità tunisina.

Viene alla mente la solerzia con la quale il governo Conte e il suo ministro degli esteri Di Maio hanno affrontato situazioni simili, come il sequestro dei nostri concittadini che sono andati in aree estremamente pericolose del mondo, finendo in mano ad organizzazioni Gihadiste. L’ultimo episodio in ordine di tempo è stato quello di Silvia Romano, finita in mano ai Gihadisti di Alshabab somali. Per liberarla abbiamo dovuto far ricorso all’aiuto del leader turco Erdogan per i suoi rapporti con il mondo oscuro del terrorismo islamista. Al momento non sappiamo se il signor Macron o l’Egitto del generale Al SISI abbiano voglia o interesse ad aiutare il nostro Paese nella trattativa con le autorità di Bengasi per la liberazione in tempi rapidi di questi poveri disgraziati, la cui unica colpa è stata quella di aver cercato lavoro in un mare che non è più nostro e dove il diritto lo fa il più forte.

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