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I mondi paralleli di Fiat e Chrysler

I piccoli problemi italiani di Marchionne

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Fiat e Chrysler vivono nello stesso mondo? Chiaramente stiamo parlando di auto. Sembrerebbe proprio di no, dato che l’azienda torinese si trova in una posizione ben differente rispetto alla casa automobilistica americana.

Sergio Marchionne, Amministratore delegato di Fiat, continua a ripetere che la mentalità italiana è troppo lontana da quella che incontra negli Stati Uniti. In quest’ultimo Paese, Chrysler sta trattando con il sindacato UAW le nuove condizioni contrattuali; una contrattazione molto dura, ma che dovrebbe introdurre molti elementi di flessibilità per l’azienda di Detroit e che secondo molte indiscrezioni dovrebbe concludersi entro il 19 ottobre. È infatti questa la data del prolungamento del contratto scaduto a metà settembre e data entro la quale le parti potrebbero trovare un accordo.

Sindacati americani e Marchionne, fin dall’inizio del “matrimonio”, non hanno mai smesso di farsi complimenti vicendevoli.  Certo la situazione ora è un po’ più tesa, perché sia l’AD di Fiat - Chrysler che la UAW hanno intenzione di ottenere il massimo possibile, ma difficilmente l’accordo salterà.

Sergio Marchionne vuole che il contratto aziendale (negli stati Uniti è di norma) sia più flessibile di quello firmato pochi mesi fa da Ford e General Motors. Questo minor costo del lavoro, a detta del manager italo - canadese, è necessario per rilanciare completamente il marchio americano dopo il salvataggio di Stato.

Nonostante i buoni risultati, che vedono Chrysler conquistare importanti quote di mercato, l’azienda di Detroit ha registrato perdite nell’ultimo bilancio presentato agli analisti al contrario di quanto fatto sia da Ford che GM. Quest’ultime hanno infatti presentato conti in ordine con diversi miliardi di dollari di utile.

La UAW tuttavia non vuole concedere troppo a Sergio Marchionne perché quasi certamente nei prossimi mesi la casa automobilistica andrà in utile, visto il successo degli ultimi modelli lanciati sul mercato.

La quota di mercato è cresciuta negli ultimi dodici mesi dal 9,5 al 10,6 per cento, mentre nel mese di settembre la market share ha addirittura oltrepassato la soglia del 12 per cento, superando per numero di veicoli venduti anche la giapponese Toyota.

È difficile che sindacati e Chrysler in America arriveranno alla rottura, al contrario di quanto successo in Italia. Proprio sulla contrattazione aziendale è successo quello che fino a pochi anni fa era inimmaginabile.

L’accordo raggiunto tra Confindustria e le parti sociali di settembre è alla base dell’uscita di Fiat dall’associazione confindustriale. Un duro colpo che mostra una Fiat sempre più aliena al panorama nazionale in tema di contratti.

Sergio Marchionne vuole fare da solo e ne ha le capacità, come ha dimostrato nel lungo conflitto con la FIOM per i nuovi contratti di Pomigliano d’Arco e di Mirafiori.

Paradossalmente l’Ad di Fiat potrebbe ottenere un’ottima flessibilità in Nord America dove Chrysler sta andando particolarmente bene, mentre fatica a trovarla in Italia dove il mercato rimane stagnante.

I sussidi al settore degli scorsi anni hanno di fatto anticipato la domanda, creando un lungo periodo di “vacche magre” per le case automobilistiche nel nostro paese. Fiat sta soffrendo particolarmente dato che le vendite del gruppo sono scese del 15% nei primi nove mesi dell’anno e la quota di mercato è stabilmente sotto il 30%. In Europa la situazione per la casa automobilistica torinese non è migliore, dato che a fronte di una caduta del 2% del mercato, Fiat ha perso oltre il 12%.

Il piano industriale “Fabbrica Italia” procede lentamente, nonostante siano arrivate rassicurazioni sia per lo stabilimento di Pomigliano d’Arco che per quello di Mirafiori. L’obiettivo non celato di Marchionne è tuttavia quello di estendere il nuovo “contratto Pomigliano” in tutta Italia, ma tale azione provocherà altri scontri con le parti sociali.

L’Italia rimane un mercato essenziale per Fiat, ma non è il più importante dato che Chrysler in America e la stessa Fiat in Brasile hanno vendite superiori. L’Italia deve capire che il mondo automotive è ormai molto piccolo e la concorrenza globale. I problemi italiani sono piccoli di fronte alle difficoltà di completare la fusione con Chrysler o entrare nei nuovi mercati emergenti; e una parte del sindacato italiano ancora non lo ha capito.

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