I problemi del Pd vengono da lontano e (purtroppo) vanno lontano

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I problemi del Pd vengono da lontano e (purtroppo) vanno lontano

21 Luglio 2009

 

Le difficoltà del Partito democratico, che si rivelano anche nella fase precongressuale (basti pensare a episodi di folklore deteriore come la grottesca vicenda della candidatura Grillo), non sono ascrivibili solo alle manchevolezze della dirigenza, ma dipendono in buona parte da fattori di lungo periodo. Parafrasando un detto di Togliatti ("il nostro è un partito che viene da lontano e che va lontano"), potremmo dire: i problemi del Pd vengono da lontano. Si tratta di capire, semmai, quanto lontano potrà andare il partito. Questione non secondaria per un ordinato funzionamento del nostro sistema politico.

Per intenderlo occorre in primo luogo considerare l’eredità negativa di cui è portatore il Pd, un partito che discende in linea diretta dal Pci; è, cioè, l’erede di un fallimento storico che ha segnato tragicamente lo scorso secolo. I regimi comunisti hanno prodotto una terrificante montagna di cadaveri (che ancora gli storici fanno fatica a quantificare), ma non hanno lasciato nulla sul piano politico. Nulla che possa fornire utili suggestioni per indirizzare le scelte da fare in qualunque settore della vita pubblica. A questo handicap storico generale se ne aggiungono altri relativi alla situazione italiana. A ragione del virulento antisocialismo che ha caratterizzato gli ultimi anni del Pci e i primi del Pds, il nuovo partito non ha potuto fruire dell’eredità del socialismo italiano, che pure avrebbe portato in dote una non disprezzabile cultura di governo. La mancanza dell’ala socialista è stata surrogata in maniera non del tutto soddisfacente dai cattolici di sinistra. Questa componente ha a lungo osteggiato la nascita del nuovo partito. Così, mentre si decideva se era meglio avere una semplice aggregazione elettorale o un nuovo organismo politico, si sono persi anni importanti discettando sulla necessità dell’Ulivo o della "Cosa rossa".

C’è poi il lascito avvelenato dell’egemonia. La strategia, a lungo perseguita, di imporre i comunisti come portatori di una visione del mondo più razionale e nobile non si è dissolta dopo la fine dell’Urss, ma ha prodotto, in consistenti settori dell’elettorato di sinistra, un malriposto complesso di superiorità. Da qui l’oscillare tra un aristocratico disprezzo per il volgo e un massimalismo nichilista e antimoderno, assecondato dalle nefaste formazioni politiche che si richiamano al comunismo.

A queste remore politiche si sommano evidenti ragioni economiche e sociali. Non solo le società contemporanee sono mutate profondamente, ma lo hanno fatto in una direzione del tutto contrastante con qualunque prospettiva che, anche latamente, si richiami a logiche collettivistiche. La fine della grande fabbrica, la riduzione della classe operaia, l’economia dei servizi, sono tutti fenomeni che, tanto dal punto di vista del produttore quanto da quello del consumatore, vanno nella direzione di un individualismo di massa. Un mondo lontano mille miglia da qualunque vaga suggestione solidaristica, nel quale contano le competenze personali, il merito, la preparazione professionale. Detto in sintesi estrema, anche sul piano sociale la sinistra parte in svantaggio, uno svantaggio che non si può colmare seguendo volta a volta derive giustizialiste, buoniste o apocalittiche.

Tuttavia, fatta la tara di tutto questo, c’è un quoziente di responsabilità dell’attuale dirigenza che concerne soprattutto la gestione interna del partito. Sotto questo profilo, si può fare subito qualcosa per migliorare la situazione. Occorre raccogliere dall’eredità comunista due lasciti positivi che pure ci sono. Il primo è quello della solidarietà del gruppo dirigente. Nel vecchio Pci si poteva, sia pure nelle forme fissate, discutere polemizzare, distinguersi, ma poi rispetto alla linea scelta si era solidali e ciascuno dava il suo contributo. Riprendere questo esempio, sia pure in condizioni del tutto diverse, servirebbe a migliorare il clima interno del partito.

Il secondo lascito è quello che i sociologi chiamano il carisma di posizione. Il fatto cioè che alcune cariche conferiscono automaticamente prestigio. Un prestigio che non dipende dalle qualità personali ma dal ruolo che si ricopre. In questo campo l’esempio tipico è quello della chiesa cattolica che nomina il papa con una consultazione tra i cardinali, ma gli riconosce poi un’autorità divina. Anche il Pci disponeva di questa importante risorsa organizzativa. Che il segretario fosse una personalità eminente come Togliatti, o un più modesto dirigente come Longo, esso godeva, in quanto segretario, di un’autorità indiscussa. Riprendere questo costume eviterebbe di ripetere l’errore fatto con Veltroni, plebiscitato alle primarie interne e osteggiato nella prassi quotidiana, aiutando a consolidare il partito in attesa di tempi migliori.