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I quattro volti della crisi per guidare la strategia di reazione economica

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Di fronte ad un fenomeno che è ben più di una minaccia per i nostri modelli di vita, le relazioni sociali e gli assetti economici che reputavamo acquisiti, l’emergenza da Covid 19 impone un deciso cambio di passo. Occorre mettere da parte l’emozione e sforzarsi di affrontare la situazione con i ben più ruvidi strumenti imposti dalla realtà

È un dato di fatto che l’emergenza epidemiologica, già di per sé allarmante, si è diffusa all’economia, con effetti disastrosi che possono essere non colti solo con una mancanza di volontà macroscopica.

Di fronte ad un imprevisto così grave, ogni tentativo di fronteggiarne gli effetti in maniera razionale richiede una analisi dei suoi principali elementi di forza.

L’esperienza brutale ci ha consegnato l’evidenza del quadro economico complessivo messo in ginocchio in virtù delle quattro caratteristiche più temibili dell’emergenza: novità, ampiezza, profondità, rapidità. Il tutto contrassegnato da una impressionante capacità distruttrice.

Occorre prendere le mosse dal rilevare che ci troviamo di fronte ad un fenomeno del tutto nuovo da quanto eravamo preparati a fronteggiare. Non è questo il momento di indagare se fosse prevedibile e in che misura programmabile una difesa, ma certamente ci ha colti impreparati. Questa constatazione, lungi dal risolversi solo in una sterile assoluzione di chi è chiamato ad assumere le decisioni più gravose in questo momento, deve lasciare spazio alla consapevolezza che ogni strumento tradizionale di reazione si rivela spuntato ed inefficace, perché riferito ad un contesto del tutto diverso.

Per comprendere l’esigenza di questo diverso approccio può valere utilizzare proprio una delle più comuni chiavi di comunicazione adottate.

La metafora più diffusa per registrare quanto stiamo vivendo è quella della guerra in corso. Ebbene, in qualunque guerra nessuno si sognerebbe mai di affrontare a colpi di fionda un nemico che avanza poderoso e corazzato, con armi e dotazioni frutto di una ben più solida evoluzione tecnologica. Così dobbiamo immediatamente abbandonare i limiti di strategia che hanno governato finora: si prenda atto che non si può pretendere di condurre una guerra dalle caratteristiche inattese e non previste mantenendo in piedi vincoli e parametri dettati in tempo di pace, per un orizzonte di crescita e sviluppo che si immaginava pressocchè inarrestabile. Non si tratta di legittimazione dell’azzardo morale, ma di consapevolezza del fatto che costituisce un colpevole suicidio collettivo continuare a rinunciare volontariamente alla possibilità di gettare nella mischia – per restare alla trita metafora bellica – armi e strumenti non convenzionali e finora tenuti ai margini per evitare rischi avvertiti come fonti di altri pericoli. Ma quando questi timori potevano avere un senso in tutt’altro scenario rispetto a quello attuale.

Il pericolo maggiore ora è di rimanere schiacciati dalle conseguenze, già drammaticamente tangibili, del contagio del virus all’economia reale, magari con una finanza pubblica in equilibrio invidiabile (in tempo di pace), ma nel frattempo in uno scenario produttivo desertificato.

Colpisce la tremenda efficienza dell’emergenza anche per gli altri connotati che la contraddistinguono.

Si è detto della sua ampiezza, nel senso che non c’è settore o filiera che si possa considerare indenne o salvato dagli effetti nefasti di quella che non è una crisi ciclica. Si tratta della manifestazione tangibile per ciascuno (salvo chi voglia continuare a negare l’evidenza) di che cosa possa voler dire spegnere improvvisamente il ciclo continuo delle attività produttive. Interconnesse, funzionali le une alle altre, disegnano una rete complessa di relazioni nelle quali è sbagliato immaginare che solo alcuni o i più deboli possano essere travolti ed espulsi dal ciclo produttivo.

La diffusione immediatamente evidente della stasi economico produttiva è tale che ben presto il numero e l’entità di fallimenti e insoluti risalirà nella catena del valore, fino a destabilizzare l’equilibrio del sistema creditizio, che non può reggere una pressione di queste proporzioni senza strumenti nuovi.

In questo senso emerge anche la profondità della crisi, che non è destinata a risolversi nel riequilibrio di una crescita sproporzionata o eccessiva; attacca e colpisce alla radice l’economia non per ferire, ma con una carica di virulenza in grado di uccidere la capacità produttiva del sistema.

Se l’unica risposta messa in campo per fronteggiare l’emergenza epidemiologica è stata finora l’adozione di pratiche sociali che si risolvono nel blocco pressocchè totale della capacità di produzione di beni e servizi che costituiscono l’ossatura portante delle economie moderne, e se a questo intervento radicale si somma la impossibilità di delineare un termine finale credibile e certo per questo blocco improvviso, non è difficile cogliere la conseguenza necessaria. Si rischia di abbracciare una cura probabilmente efficace sul piano sanitario, ma letale dal punto di vista economico.

Occorre allora fare presto. Ma questo porta all’ultimo aspetto che caratterizza drammaticamente l’emergenza in atto: la rapidità. È una velocità di diffusione epidemiologica, ma anche di contagio all’economia reale, e di conseguente annientamento della sua capacità produttiva.

Di fronte ad uno scenario di tali connotati, continuare a discutere su strumenti e approcci che non tengano conto di queste esigenze significa volere negare il principio di realtà. Se a farlo è chi è investito delle più elevate responsabilità decisionali, è imperdonabile.

Occorre quindi una risposta coraggiosa nel ricorrere anche a strumenti e modalità non convenzionali. E deve essere rapida, energica, decisa e in grado di coprire l’intero mondo produttivo, perché chi verrà lasciato indietro ora rischia di non potersi salvare più.

Finora la reazione esibita dai decisori pubblici ha mostrato per lo più un approccio ispirato alla reiterazione di strumenti consueti, una poderosa diga burocratica e una instancabile capacità di ispirazione retorica, non senza il ricorso ad una priorità mediatica così costantemente ricercata da risultare fastidiosa. Certo, ognuno di questi binari ha in sé qualcosa di positivo e utile per puntellare la situazione, ma immaginare di continuare a fronteggiare una crisi di queste proporzioni solo con questi rimedi equivale ad accettare una rovinosa sconfitta.

Vanno bene molti degli strumenti di tutela del lavoro predisposti per “i tempi di pace”, come le varie forme di cassa integrazione. Ma occorre anche guardare a chi da quelle tutele non sia protetto e allargare lo spettro degli strumenti messi in campo, senza timidezze non adeguate per il nuovo drammatico scenario.

Non è possibile tollerare la conservazione di sistemi di protezione sociale creati per uno scenario “di pace”, rivolti alla generalità dei soggetti privi di occupazione, e non offrire analoghe tutele a chi si ritrovi espulso dal mondo produttivo, perché coattivamente impedito a continuare a lavorare e produrre, a svolgere la propria attività professionale. Si tratta di milioni di soggetti forzatamente costretti ad interrompere la propria attività. A parte la destabilizzazione sociale così indotta, ben presto la loro forzata inattività rimbalzerà sull’intero sistema produttivo, indebolendolo ulteriormente. Né si può pretendere di avere risolto la questione con erogazioni ottriate ed episodiche che ancora una volta pretendono di affrontare la drammaticità della realtà con strumenti inadeguati per proporzioni e contenuti. È certamente un imperdonabile limite culturale e di visione strategica sottovalutare la valenza sociale ed economica di un ceto produttivo di queste dimensioni e caratteristiche.

Pretendere di fronteggiare questa crisi economica con il rifinanziamento di misure esistenti mostra la limitatezza dell’approccio perché significa dare una risposta parziale, incompleta, inefficiente. Così si offrono maggiori risorse economiche – in una fase nella quale non sono certo infinite – solo per rimpinguare la capacità di fuoco di forme di risposta alla emergenza pensate e disegnate per una realtà diversa. E quindi necessariamente prive della capacità di fronteggiare una crisi dai caratteri di novità, ampiezza, profondità e velocità di contagio che non ha eguali da generazioni, e per questo è al di là della capacità strategica fondata sulla ripetizione del già provato.

È indispensabile scartare il più possibile ogni forma di mediazione burocratica, per quanto necessaria ci possa apparire in condizioni normali, per consegnare immediatamente agli attori del sistema produttivo la capacità di spesa occorrente ad evitare che il blocco forzato si trasformi in arresto definitivo. In situazioni eccezionali non bisogna temere di adottare misure di analogo tenore sostituendo la liquidità sottratta al circuito economico per effetto del blocco imposto, con quella prodotta da un diretto intervento a carico dei bilanci pubblici. Non per moltiplicare, però, centri di decisione e attuazione mediata, ma per continuare ad alimentare quella capacità di spesa forzatamente bloccata.

Rischia di rivelarsi frustrata l’aspettativa di ripresa concentrata solo sulla capacità di erogazione di finanziamenti da parte del sistema creditizio, se non supportato adeguatamente, perché è evidente che non può essere da solo in grado di sostenere con la rapidità richiesta l’entità e la massa degli interventi che questa crisi ci consegna. Soprattutto quando si rivelerà fiaccato e destabilizzato dal deterioramento, indipendente della volontà dei debitori, del credito già erogato. E in questo contesto affidarsi alla autonoma capacità di risalita di un sistema produttivo privato in tempi rapidi può rivelarsi illusorio, data la diffusa desertificazione prodotta con una rapidità non colta solo da chi si ostini a non volere vedere. Quindi ogni intervento di immediato aumento diretto della liquidità disponibile va adottato senza indugi

C’è un tempo per tutto: ci sarà il tempo per i bilanci e le responsabilità (politiche, e non solo). Questo è il tempo di agire. Ma la reazione può sperare di avere successo solo se ispirata agli stessi caratteri dell’aggressione in atto.

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