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I Repubblicani e lo scomodo presidente

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I posteri giudicheranno il modo in cui George W. Bush ha risposto a sfide senza precedenti nella storia americana. Sfide, nessuno può sostenere il contrario, sconosciute a chi lo ha preceduto alla Casa Bianca. Intanto, però, si fa sempre più tagliente il giudizio sugli errori (alcuni dei quali, a nostro parere, imperdonabili) compiuti dall’amministrazione Bush. Non è un caso se, nel recente dibattito televisivo, i candidati repubblicani alla presidenza hanno fatto a gara a prendere le distanze dalle posizioni del presidente, ora sull’immigrazione ora sulla gestione della guerra in Iraq. A riassumere il malumore che monta a destra nei confronti del presidente c’ha pensato Peggy Noonan, speechwriter di Ronald Reagan, oggi brillante editorialista del Wall Street Journal. In un fondo pubblicato il primo giugno dal significativo titolo “Too bad”, la Noonan sottolinea come Bush abbia “spaccato la coalizione conservatrice”. Vale la pena di citare alcuni passaggi di questo editorial, che offre riflessioni condivise da una parte sempre più consistente della base repubblicana. “L’inizio della mia disaffezione dall’amministrazione Bush”, scrive la Noonan, “risale al gennaio 2005 quando il presidente ha dichiarato che la politica degli Stati Uniti è ora quella di sradicare la tirannia nel mondo e che la sopravvivenza della libertà americana dipende dalla libertà di ogni altra nazione”. Secondo la giornalista e scrittrice, tale dichiarazione “è a un tempo utopista e aggressiva”. Per altri, aggiunge, l’inizio del distacco “può essere stato causato dall’incompetenza mostrata nel far fronte all’uragano Katrina o dall’ampiezza della cattiva gestione e cattiva valutazione sull’Iraq”. Per la Noonan, ciò che manca a questa Casa Bianca è semplicemente “saggezza”. Bush avrebbe dilapidato la sua stessa eredità guadagnata dopo l’11 settembre ed avrebbe “rotto la sua coalizione in mille pezzi”. “Ora”, conclude Peggy Noonan, “è tempo per i Repubblicani di riprendersi il proprio partito”. “Sarà doloroso”, but its time, it’s more than time.

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