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I rischi che si corrono a far diventare l’europeismo un’ideologia

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Notevole spazio è stato dedicato dai quotidiani alla sentenza con la quale la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato la Francia, in quanto una persona omosessuale sarebbe stata discriminata sulla base delle proprie scelte in campo sessuale e, pertanto, non avrebbe potuto presentare una domanda d’adozione di un minore.

La sentenza suscita molte perplessità. E’ vero, infatti, che in Francia, a differenza dell’Italia, i single sono ammessi ad adottare, fattore che – sia detto per inciso – rende irrilevante per il nostro ordinamento la decisione dei giudici di Strasburgo. Tuttavia, in numerosi atti citati nella decisione, le competenti autorità francesi, tra le quali anche alcuni psicologi, non avevano ritenuto un fattore decisivo la tendenza sessuale della richiedente e avevano scartato la richiesta per altre ragioni.

La Corte europea dei diritti dell’uomo non solo non ha considerato adeguatamente l’opera compiuta dalle autorità francesi, ma ha dato vita a una sorta di “processo alle intenzioni” per sostenere il contrario e cercare di provare che la scelta omosessuale della richiedente era stata invece decisiva.

La sentenza della Corte induce ad alcune considerazioni, da un lato, in relazione all’istituto dell’adozione e, dall’altro, in ordine alla funzioni delle Corti e, più in generale, al ruolo delle Istituzioni internazionali nel mondo occidentale.

Quanto al primo aspetto, la natura delle cose e l’elementare esperienza di ogni uomo e di ogni donna dimostrano che per una crescita equilibrata è indispensabile e infungibile una famiglia, intendendosi per quest’ultima, secondo una tradizione giuridica pre-cristiana e bimillenaria, l’unione dell’uomo e della donna nel matrimonio. Per annullare il regime preferenziale di cui la famiglia gode non si può ricorrere a un’assurda ricostruzione del principio di non discriminazione, in forza della quale esso imporrebbe di trattare in maniera eguale situazioni differenti quali la famiglia, le convivenze more uxorio e quelle omosessuali. Il principio di eguaglianza è rispettato, infatti, soltanto quando situazioni eguali sono trattate in modo eguale e fattispecie diverse, come nel caso in esame, sono disciplinate in modo diverso.

Sono sconcertanti i passaggi della sentenza della Corte europea in cui si mette in dubbio questa elementare verità, finanche ammessa dalla stessa richiedente, che ha affermato, come risulta dagli atti richiamati nella sentenza, che “non sarebbe voluta crescere con un solo genitore”.

Quanto al secondo aspetto, è innegabile che i consessi giurisdizionali stiano acquisendo un ruolo sempre più significativo, che qualche volta finisce per usurpare le prerogative del potere politico.

Questa tendenza appare ancora più significativa in riferimento ai Tribunali e, più in generale, alle Istituzioni internazionali. Di qui il rischio concreto dell’affermarsi di un “federalismo al contrario” e cioè, per riprendere la lucida analisi di Joseph Weiler, di un sistema di potere centralistico, che si pone in contrasto con il regime democratico degli Stati nazionali. Contro questa tendenza si rende necessaria una vigilanza continua, che faccia leva su un rigoroso rispetto delle competenze e dei limiti delle Istituzioni internazionali, e preservi il potere di scelta delle Assemblee politiche degli Stati nazionali, nel rispetto dei diritti inviolabili della persona.

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