I segni della sera

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I segni della sera

09 Novembre 2008

Uriel

Una distesa di rocce e d’alberi petrigni sotto un cielo infoscato. Immerso in un alone soffuso, l’angelo Uriel vola nel livido tramonto. Sotto di lui scorrono città turrite, laghi plumbei e frastagliati crepacci. Qua e là, ai margini delle selve e sul fondo delle valli, si addensano minuscole figurine. Lontanissime campane rintoccano nell’aria e il cuore di Uriel trasalisce mentre la sera cancella le figurine. Laggiù, verso il sole purpureo, si vede per un momento rifulgere la Scala del Cielo.

Averroe’

Per la millesima volta nella giornata, Averroè intinge la penna nel calamaio, poi la fa scorrere sul foglio che si ricopre di segni modulati. La grande ombra di Aristotele riempie la stanza e si addensa fra i rotoli e le pergamene ammucchiati negli angoli. Le strade di Cordoba formano un intrico ondulato e si riempiono di ombre. Verso Lucena gli orti suburbani si diluiscono nel tramonto sanguigno e per i viottoli vagano i profumi, come uccelli notturni.

Einstein

Nella sua stanza al Patentamt, Einstein esegue una derivata tensoriale che fa sparire tutta una zona dell’universo. Poi, con un sospiro rassegnato, solleva lo sguardo e attraverso la finestra vede passare nel cielo un alone bianco che corre verso occidente. Il tramonto si offusca su Berna, e la malinconia si allarga nel suo cuore.

Tutankamen

Nella sua tomba, impregnato di unguenti, il giovane faraone galleggia in un inquieto dormiveglia. Di quando in quando solleva un ginocchio o una mano, ma gli strati di silenzio e di buio che il tempo ha fatto crescere intorno a lui si muovono appena e s’ispessiscono. Confusi ricordi di pomeriggi sul Nilo lo fanno gemere di rimpianto. Si adagia su un fianco tra sussurri di preghiere e tintinnìo di monili. Ancora una volta sente con grande sconforto che il suo corpo è stato quasi svuotato e piange debolmente, come può fare un morto.

La luna

L’angelo corre verso il tramonto e passa montagne, penisole e piccoli mari bruni. Per l’oscurità si vedono ardere in basso fiochi lumini e dai focolari salgono lente spirali di fumo. Oltre le nubi, nel cielo di lapislazzuli, è incastonata una falce sottile di luna. Ma il suo pallido chiarore si perde negli spazi e le minuscole figurine sulla terra non ne sanno la fredda dolcezza.

Il dubbio

Averroè è tormentato da un dubbio che non sa risolvere e la sua anima è un lago di pena. Una preghiera lontana gli sale alle labbra e la sua mano lascia cadere la penna. Per la finestra aperta sulla campagna entra una folata di vento odoroso. Egli piange di tenerezza per sé e per la sua filosofia, mentre l’ombra di Aristotele sul pavimento si tinge di violetto e si raccoglie intorno ai suoi piedi. Una pace smarrita invade Averroè, mentre da una valle lontana impossibili campane suonano dolcemente.

Il mostro

Einstein si diverte a scrivere l’equazione di un mostro siderale forse asessuato, e si accorge con inquietudine che le sue proprietà hanno un che di vago e terribile. Il mostro vive in un deserto del tempo coperto di minutissima sabbia in cui splendono granuli abbacinanti di luce. Pesanti catene l’avvincono a nere rupi affioranti sotto un cielo di smeraldo. Il mostro dorme un plumbeo sonno che si dipana in periodici sogni. Dentro il suo corpo, fra tessuti cicatriziali in decomposizione, si fanno strada lentissime reazioni. Pesanti bolle di gas salgono all’epidermide butterata e si aprono tremitando nella rigorosa geometria cromatica del deserto. Einstein cancella l’equazione, il mostro si rintana con le sue catene in un angolo dell’universo colmo di premonizioni, ma nel suo corpo continuano le grevi suppurazioni. L’Aare scorre sotto i ponti di Berna.

La visitazione

A Lucena fioriscono nella sera i canti dei grilli agostani. Averroè pensa alla sua vecchiezza imminente e il pensiero della morte lo sfiora con un fremito tranquillo. Il tempo si è fermato e il silenzio della stanza si è scavato una nicchia in quello della campagna. Ad un tratto un argenteo ronzio riempie lo spazio, come d’un arco immenso che scocchi una freccia robusta. Alla finestra si fa una gran luce, che palpita in piccoli moti a spirale, si sfalda e rinasce per vertiginosi piani di fuga.

L’incubo

Tutankamen è oppresso da un incubo che gli si è seduto sul petto. Gli sembra di essere il mostro, e sotto le bende la sua pelle macerata si apre in pustolette fetide e sierose. Non sa più se quella che sente accumularsi lentamente sopra la sua tomba sia la sabbia dell’Egitto o quella di un altro deserto, cosparsa di pagliuzze di luce. Nessuno dei suoi dèi gli viene ancora incontro e in quella vita rarefatta in cui l’hanno costretto egli invoca sommessamente la morte.

Le faville

L’angelo interroga Averroè sull’etica, sulla fisica e sulla metafisica, gli parla in arabo, in greco e in ebraico. Averroè risponde, distingue ed elenca, Uriel confuta, precisa e conferma. Averroè è stanco, sente di essere sospinto per gli infidi sentieri del sillogismo verso pericolose eresie. Tenta di resistere, ma le argomentazioni dell’angelo sono inflessibili e rigorose. L’ombra di Aristotele giganteggia muta e corrucciata in un angolo. Uriel pone una questione sulle gerarchie angeliche, Averroè cita San Paolo, il Corano e Einstein e alla fine enuncia l’ipotesi dei fotoni. L’angelo sorride impercettibilmente e congiunge le palme davanti al viso luminoso e ineffabile. Ne scaturiscono miriadi di faville, che sciamano nel cielo e cadono nel deserto intorno al mostro. Il mostro allora scuote le sue catene e il rombo si allarga sopra il deserto e in tutto l’universo. Einstein ne ode un’eco lontana e solleva la testa, ma il cielo sulla città è pieno di nubi biancastre.

Il sogno

Il giovane faraone morto si è assopito e non ha più coscienza del suo corpo martoriato. Sogna il canto delle schiave nei luminosi mattini della sua vita terrena e protende la mano verso frutti dorati.

La nube

Uriel porta Averroè al balcone, gli mostra la grande pianura di Spagna, l’azzurro del mare notturno e le rive sognanti dell’Africa. Le rosse torri di Marrakesh destano nel cuore del filosofo l’eco di un antico presagio. A sinistra i profili di lontanissime piramidi sovrastano il mondo. Dalla terra intorno esala verso il cielo un vapore biancastro di morte e si condensa in una nube pesante che nasconde la luna e invade tutto il cielo, fino a Berna che dorme nell’ansa del fiume.

Le lagrime

Einstein tenta di scrivere le equazioni dell’anima, ma esse prendono sempre la forma del mostro. Va alla finestra e vede nel cielo una nube che si allarga come un fiore maligno. Dentro di essa, tra lampi silenziosi, il mostro infuriato getta la testa di qua e di là. Le sue catene sollevano la polvere luminosa del deserto, che ricade con un sospiro di pioggia. Dagli occhi di Einstein scendono due piccole lagrime, che subito si seccano.

La scala

L’angelo lascia Averroè e vola verso l’oriente. Sotto di lui, nelle buie distese, passano foreste e villaggi. Le creature terrestri si agitano brevemente nel sonno e i loro sogni salgono lievi nel cielo. Laggiù, sull’Egitto, i deliri dei morti che aspettano formano una colonna immensa, che fiorisce nel cielo in un globo balenante. Più in alto una mezzaluna piccolissima si smarrisce gelida negli spazi. In vista dei contrafforti dell’Asia, Uriel vede risplendere la Scala del Cielo. Prima di seguirla verso l’alto, getta un ultimo sguardo sulla terra.

Epilogo

Il faraone bambino si sveglia di soprassalto. Tutto è come prima e il pensiero che non potrà mai morire gli urla inarticolate follie. Averroè si è addormentato nel seno misericordioso di Aristotele. Un clangore lontano di catene agita il tempo e Einstein scrive le sue equazioni.