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Da un'analisi tecnica dei dati

I social non amano più Renzi e al referendum votano NO

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Una delle critiche, fondate, che vengono rivolte spesso a Renzi è quella di aver ridotto la politica italiana a pura comunicazione: Matteo, il piccolo Obambi che spopola in Rete e in particolar modo sui social media. Spopola o spopolava? La seconda che hai detto. Archiviati i tempi della rottamazione e con l’approssimarsi (sic) del referendum costituzionale, sembra proprio che il premier debba masticare bocconi amari. Non è una semplice supposizione nata da una ricognizione degli umori della Rete, bensì il risultato di un’analisi avvalorata da dati precisi, ottenuti grazie a una serie di tools informatici consultabili da chiunque, che mostrano come il fronte referendario del No prevalga su quello del Sì. 

BuzzSumo è uno strumento usato attualmente da chi fa content marketing, capace di integrare il SEO (Search Engine Optimization, ovvero il posizionamento delle pagine web in risposta alle interrogazioni degli utenti) con i risultati generati dai social media. Ebbene, usando come chiave di ricerca l’espressione “referendum costituzionale”, il giudizio per Renzi e la Boschi è impietoso. Se sommiamo le condivisioni (“shares”) di contenuti fatte dagli utenti attraverso canali come Facebook, Twitter, Linkedin, Pinterest e Google+, scopriamo che l’argomento più diffuso in Rete è un video postato su YouTube in cui gli studenti della facoltà di Giurisprudenza di Catania dicono No al referendum costituzionale (39,7K shares). 

Seguono due articoli del Fatto Quotidiano, il primo (27,7K shares) dedicato un altro studente universitario il quale, durante un convegno, si è alzato in piedi e ne ha cantate quattro alla ministra Boschi, pungendola così tanto nel merito della riforma da beccarsi una reazione a dir poco acidella; il secondo articolo vede protagonista in negativo sempre la Boschi, “trattata da scolaretta dal presidente emerito della Consulta” come recita il titolo del pezzo (16K shares). Bisogna scendere nella classifica fino all’ottava posizione per trovare uno straccio di articolo favorevole al referendum, pubblicato sull’Unità e dedicato al Sì di Roberto Benigni (8,7K shares). 

Twitter era diventato quasi sinonimo di Renzi eppure l’hashtag #IoVotoNo attualmente surclassa il piddino #BastaUnSì (47,5 contro il 28,8 su un scala da 1 a 100), come ha rilevato il forzista Renato Brunetta, mentre dalle conclusioni di una rigorosa analisi condotta dalla rivista Il Mulino (grazie a Hashtagify) si evince che #BastaUnSì viene twittato “in prevalenza da account afferenti al Partito democratico”, mentre gli hashtag per il No (ne citiamo alcuni, #IoVotoNo, #ilNocheserve, #NoGrazie), sono “espressione di una più variegata schiera di utenti”. “Il conflitto,” chiosa Il Mulino, “almeno a oggi sembra svolgersi ad armi impari, perché il fronte del No riesce a sviluppare una molto maggiore presenza comunicativa”. Nei giorni scorsi Renzi è dovuto correre ai ripari, chiamando a raccolta una squadra di smanettoni e il guru di turno, ma in attesa di capire come andrà a finire una considerazione va fatta, e riguarda proprio il metodo seguito dal premier per fare le riforme. 

Nel renzismo, tutto si riduce a comunicazione. Ma se è vero che la comunicazione è oggi una componente essenziale della politica, a un certo punto bisogna pur mettere dei paletti e rendersi conto che non tutto può ruotare intorno ad essa. Soprattutto quando si parla di architettura dello Stato e delle nostre istituzioni. Quando si riduce la riforma che l’Italia aspettava da anni a una polemica sui costi della politica e sugli stipendi da tagliare, come stanno facendo Renzi e Boschi da mesi, non solo si arriva tardi a occupare uno spazio comunicativo già presidiato da altri, ma si va a sbattere contro le antenne dei social che sono molto meno manipolabili di quello che sembra: per tagliare i costi della politica bastano leggi ordinarie, non c'è bisogno di una super-riforma, che al massimo dovrebbe efficientare il sistema - commentano i più avvertiti.

Insomma, i social non amano più Renzi. Si può rimandare la data del referendum quanto si vuole nella speranza di recuperare lo svantaggio, ma i dati che abbiamo appena elencato mostrano che per coloro che pensavano di avere l’Italia in pugno la strada almeno su Internet ora è tutta in salita.

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