I terremoti di destra e quelli di sinistra

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I terremoti di destra e quelli di sinistra

28 Agosto 2016

Cosa fare dopo un terremoto, una volta elaborato il lutto e fatto sentire alle vittime e ai loro famigliari la solidarietà e l’affetto di tutto il paese? Innanzitutto chiarire una volta per tutte che è indispensabile la prevenzione, costruendo edifici antisismici e mettendo in sicurezza quelli già esistenti, e non la previsione come purtroppo si è preteso per L’Aquila, addebitando addirittura ad emeriti scienziati (ed al Governo Berlusconi) di non aver saputo indicare ora e luogo del disastro. 

Poi bisogna operare in maniera tale che nel periodo inevitabilmente medio-lungo della ricostruzione, soprattutto dei centri storici, dove erano e come erano, le famiglie abbiano una sistemazione dignitosa nei pressi delle loro case distrutte o danneggiate dal terremoto. Questa soluzione, adottata per L’Aquila, ha consentito a migliaia di famiglie di evitare di rimanere per anni in baracche e roulotte, per abitare in case vere e confortevoli in attesa che finalmente decollasse la ricostruzione del centro storico.

Ma nell’immaginario collettivo questo modello è stato demonizzato dalla continua, malvagia e corrosiva polemica della sinistra, ipercritica da subito su qualsiasi cosa il Governo di centrodestra facesse per soccorrere quella popolazione: addirittura la senatrice aquilana del Pd Stefania Pezzopane, intervenendo il 6 aprile ultimo scorso in Senato per commemorare l’anniversario, ha accusato Berlusconi di aver tentato una deportazione di massa della popolazione sulla costa, addebitandogli sette anni di bugie, mistificazioni e speculazioni. 

La stessa parte politica esalta viceversa il modello emiliano, applicato nella bassa pianura modenese colpita dal terremoto della primavera del 2012. La Stampa di Torino per esempio intitola ieri, 27 agosto 2016, in pagina nazionale: “Censimento e appalti rapidi, cosi funzione il modello emiliano”. 

Nel testo dell’articolo si legge testualmente: “In Emilia, dove il terremoto di 4 anni fa ha distrutto i centri storici della bassa modenese, oltre a far danni nel reggiano, nel bolognese, e nel ferrarese, per il recupero dei beni artistici si sono inventati un modello operativo che permette di muoversi abbastanza agilmente nel labirinto burocratico-normativo di casa nostra: si tratta di una commissione congiunta tra Regione Emilia-Romagna e Sovrintendenza dove si colgono le esigenze di sicurezza, quelle di tutela dei monumenti, e infine quelle dei conti, perché spetta alla struttura commissariale regionale valutare i costi degli interventi e autorizzarli.” 

E come funziona questa invenzione che riguarda chiese, scuole, municipi, biblioteche, parrocchie eccetera? Lo spiega l’ultima parte dell’articolo: “quattro anni dopo la gran parte dei cantieri deve ancora partire, un po’ perché si è data la precedenza alle abitazioni e alle aziende, ma anche a causa della complessità delle procedure… e così la torre medievale di Finale Emilia sbriciolata dalle scosse, immagine simbolo del terremoto del 2012 deve continuare ad aspettare.”

Conclusione trionfalistica dell’articolo: “il modello di intervento coordinato tra la Regione e la Sovrintendenza però funziona, e potrebbe pure essere applicato ai paesi del Reatino sconvolti dall’ultimo cataclisma.” Torneremo presto sull’argomento con i risultati di una approfondita indagine sul dopo sisma in Emilia, dove per la verità anche la ricostruzione delle case private va a rilento e il problema dei centri storici non è ancora stato affrontato, non per amore di polemica ma per indicare i modelli migliori da seguire nelle località colpite dal sisma, guardando ai fatti e non alla propaganda.