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Costruzione dell'Ue e crisi dell'asse franco-tedesco

I tre motivi per cui Hollande frenerà la Merkel sull’unità politica dell’Europa

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Sembra ancora di vederli insieme, uno accanto all'altro, il gen. Charles de Gaulle, fondatore della Va Repubblica e il cancelliere tedesco, Konrad Adenauer a Reims nel lontano 1962. Non fu un momento di poco conto, a neanche diciasette anni dalla conclusione della Seconda guerra mondiale.

Le ferite del conflitto erano ancora aperte e le relazioni tra francesi e tedeschi dovevano davvero essere rifondate. Le difficoltà erano tante: oscene memorie collettive di morte, di povertà, di sterminio, di arbitraria follia razionale, di dolore. E nonostante ciò, De Gaulle trovò il coraggio di parlare in quegli anni di ‘grande popolo tedesco’.

Dopo cinquant’anni da quel significativo incontro di Reims, all’Eliseo ‘siede’ oggi un presidente socialista, François Hollande, e a Berlino, capitale di una Germania oggi ormai riunificata, regna indiscussa l’arcinota cancelliera Angela Merkel (da notare come in genere francesi e tedeschi festeggino gli anniversari della firma del trattato d’amicizia franco – tedesco del 1963 ma di questi tempi d'incertezza sui mercati rispetto all’architettura monetaria europea, tanto a Parigi e a Berlino si sente il bisogno di mostrare in fretta unità d’intenti).

Lo show d’amicizia franco-tedesco ‘andato in onda’ a Reims, nella regione francese della Champagne – Ardenne, tra François Hollande e Angela Merkel lo scorso 8 Luglio, oltre a celebrare l’incontro tra De Gaulle e Adenauer di 50 anni prima, ha in parte servito la necessità di mostrare unità al vertice dell’Europa, come Parigi e Berlino amano pensarsi.

Ma oltre al desiderio d’unità au sommet, al vertice dell’Europa, è il momento forse di chiedersi se esista anche un vera possibilità d’unità tra i due grandi europei e se ciò sia un bene in sè. Certo è stata una bella occasione per qualche inusuale foto tra un presidente socialista e il vescovo di Reims, Monsignor Marty, nella Cattedrale della cittadina nella Marne. Ma a parte ciò, cosa resta? 

Il punto è che, a parte le dichiarazioni d’unità di vedute tra il Re repubblicano di Parigi e la Cancelliera senza Kaiser di Berlino, vi sono tre ragioni per cui un nuovo round d'unione politica europea di cui troppi decantano l'imminente nascita - Angela Merkel in primis -, non si farà, almeno a breve.

In primis, tra François Hollande e Angela Merkel non v’è omogeneità ideologica. Oggi il governo di Parigi flirta politicamente molto più volentieri con i governi di Roma e Madrid, ovviamente pro domo sua, piuttosto che con quello di Berlino. Ciò avviene, come noto, principalmente per le divergenze tra Hollande e Merkel sulle risposte da dare alla crisi dell’eurozona, come dimostra il sostanziale nulla di fatto del Consiglio europeo del 28-29 Giugno scorsi (scudo anti-spread, sì-forse-ma, autorità di controllo bancario europea, chissà, etc, etc).

A riprova di ciò, si noti che mentre a Reims s’incontravano Merkel e Hollande, a Aix-en-Provence, al margine del Rapport Economique del Circle des Economistes, il premier Mario Monti incassava il sostegno del suo omologo francese, il ministro dell’economia Pierre Moscovici, sull’utilizzo delle risorse conferite nel ESM, lo European stability mechanism, in funzione anti-spread, una soluzione perorata con forza dall’Italia in questo ultimo mese e non proprio popolare nella capitale tedesca (il ministero delle finanze tedesco è ovviamente il primo finanziatore del ESM).

In secondo luogo, il presidente Hollande capisce perfettamente che i rapporti di forza tra Parigi e Berlino, fino a dieci anni fa equilibrati in una cornice di differenziazione funzionale che vedeva una Francia forte sul piano diplomatico-militare da una parte e una Germania forte economicamente dall'altra, siano saltati. Per il governo francese andare oggi al negoziato con il governo tedesco per una nuova architettura europea con lo scopo di rafforzare i meccanismi politici di coordinamento e controllo delle politiche economiche e fiscali a livello europeo, significherebbe farlo da una posizione svantaggiata rispetto al governo tedesco.

E non è un caso che anche il Wall Street Journal abbia notato la diversità di sfumatura con cui il francese ha parlato di ‘unità politica europea’ rispetto alla cancelliera tedesca. Alla dichiarazione di Angela Merkel che due giorni fa a Reims affermava, "dobbiamo completare l’unione economica e monetaria con un’unione politica”, a cui François Hollande rispondeva, “...dobbiamo combinare sovranità nazionale – alla quale siamo attaccati qui in Francia, come in Germania – con un impegno europeo”. Se non proprio uno strappo, almeno un segnale di cautela politica.

Infine, il presidente Hollande ha preso coscienza della debolezza dell'asse franco-tedesco. La possibilità di trovare un accordo per maggiore 'unità politica' soffre infatti della crisi del modello di guida inter-europea costruito sull’asse Parigi – Berlino. Se è infatti vero che insieme Francia e Germania insieme rappresentano quasi la metà del Pil dell’Ue, è altrettanto vero che le due nazioni non riescono ormai da molto tempo a guidare il processo d’integrazione europea, forse proprio dalla caduta del Muro di Berlino nel lontano 1989, quando Mitterand accettò la riunificazione tedesca in campio del Marco-Euro.

Di fatto, e per quanto paradossale possa apparire, per queste tre ragioni sarà forse vero che l’unione politica che a Bruxelles tanti euro-burocrati vorrebbero fare sopra la testa dei cittadini, magari utilizzando l’emergenzialità della crisi fiscale dell’eurozona, trovi nel presidente François Hollande, un socialista europeista, un argine inaspettato. E questo per quanto paradossale possa sembrare.

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3 COMMENTS

  1. I burocrati europei
    La chiusura di questo articolo “l’unione politica che a Bruxelles tanti euro-burocrati vorrebbero fare sopra la testa dei cittadini” mi pare significativo della cortina fumogena che i politici di casa nostra stanno gettando sull’Unione politica europea che ha smesso da tempo di essere un sogno ed è diventata una drammatica necessità. Necessità che si scontra con la riluttanza della politica nazionale, chiusa a riccio nel suo orticello, a passare poteri ad un governo europeo che possa dettare all’Unione una linea politica unitaria, in nome di un mandato democratico attribuitogli dai cittadini di tutta Europa. Questo non va giù ai politici nostrani: l’idea che ci sia un governo europeo o un parlamento europeo che possano dare disposizioni a quelli nazionali, che questo governo abbia un’investitura dei cittadini e quindi in nome dei cittadini di tutta Europa possa parlare. Per questo ci si inventa lo spettro dell'”unione sopra la testa dei cittadini” che ricorda le espressioni di localismo più becere e conservatrici.

  2. Le dico qual è il vero provincialismo
    Il vero provincialismo, caro signore, è quello di chi crede che vi sia bisogno di qualcuno, magari di un governo europeo non eletto, che ci dica cosa fare e perché farla. Fino a quando (r)esisterà la cultura della deresponsabilizzazione, il campione europeo o il tiranno di Bruxelles da accusare, i politici nostrani, in questo caso sì, avranno gioco facile. Ma chiedere ai nostri politici di tagliare la spesa pubblica non perché ce lo chiede l’Europa, ma perché giusto, perché crea parassitismo e clientela politica e obbliga a vivere in un clima fiscale ipocrita e job-killing, quella è la vera risposta di una buona politica. La bocca piena di “Più Europa, più Europa” la lasci agli idioti di partito senza attributi.Ma poi perché la volete fare la nazione europea? Per ‘fare il c…o’ ai cinesi? E’ ridicolo e impensabile.

  3. L’Unione Politica deve essere decisa democraticamente
    Trovo profondamente antidemocratico che a Bruxelles dei Capi di Governo e sopratutto dei rappresentanti dell’UE discutano di accelerare il processo che ci porterebbe all’unione politica europea senza apparentemente porsi minimamente il problema della legittimita’ di tale percorso. L’unione politica europea travalicherebbe e sfascerebbe le costituzioni nazionali e dovra’ essere decisa o per referendum popolare europeo o con votazione dei Parlamenti nazionali con la maggioranza qualificata (e/o il referendum popolare nazionale)riservata ai procedimenti di revisione delle Costituzioni nazionali. Qualunque decisione al di fuori di tali procedure sarebbe priva di legittimita’ democratica.

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